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Mentre il Medioriente vive costantemente sull’orlo di una guerra totale, c’è chi nonostante tutto abbia deciso di portare avanti i propri investimenti. E’ il turno della Cina, sempre alla ricerca di materie prime, che ha deciso di investire ben 3.1 miliardi di dollari nel petrolio e nel gas egiziano. Per la precisione, la Sinopec, gigante del petrolio a proprietà statale, ha annunciato di voler acquistare un terzo delle azioni della Apache Corporation. Quest’ultima è una azienda americana, impegnata attualmente nella prospezione e nello sfruttamento dei depositi di gas e petrolio egiziani.

La Cina non è nuova a queste acquisizioni e d’altronde come potrebbe essere diversamente, vista la cronica necessità di energia. Circa un anno fa ci fu l’acquisizione record della canadese Nexen, da parte della CNOOC cinese di proprietà statale, per un ammontare pari a 15 miliardi di dollari.

L’ingresso dei cinesi nel petrolio e nel gas egiziano fa parte del più ampio schema di procacciamento delle materie prime in tutto il mondo ma, in particolare, in Africa. Insomma continua l’interesse, a tratti spasmodico, della Cina per l’Africa. Per inciso, Pechino spinge per assicurarsi le materie prime ma respinge le accuse di voler depauperare l’Africa a suon di miliardi di dollari. Il tema della cosiddetta “Cinafrica” è ormai all’attenzione di studiosi e diplomazie da due decenni e quindi è ormai lungi dall’essere quel fenomeno “misterioso” dei primi tempi. Molti erano i detrattori che assicuravano che l’interesse cinese per l’Africa sarebbe svanito in fretta, o che sostenevano che l’Africa si sarebbe comportata come i colonialisti occidentali. E invece, la Cina ci ha abituati ad una forma di colonialismo completamente diversa da quella che l’Occidente ha perpetrato nel continente africano. Tra luci e ombre (queste non mancano, anzi), i cinesi colonizzano i paesi africani, ma lasciano dietro di sè infrastrutture civili e industriali ad uso e consumo degli africani stessi.

Un investimento di questa portata (100 mila barili di petrolio e 10 milioni di metri cubi di gas al giorno), in questo momento storico per l’Egitto, dimostra che le autorità cinesi confidano in una soluzione rapida e sufficientemente pacifica della deposizione del presidente Morsi. D’altro canto un disinvestimento così importante da parte di una società statunitense potrebbe sottolineare due aspetti. Il primo aspetto potrebbe riguardare il disimpegno da quella specifica area geografica: forse l’Egitto è diventato troppo pericoloso da gestire direttamente e per questo gli americani cercano partnership straniere? Crediamo tuttavia che sia il secondo aspetto a guidare l’intera operazione, ovvero il cambio di strategia da parte degli americani. Da qualche anno a questa parte si stanno concentrando parecchio sullo sfruttamento dei nuovi giacimenti di gas e di petrolio (fracking oil e shale gas) proprio sul territorio USA, in una ottica di ampio smarcamento dalle risorse naturali poste all’estero.

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photo by: Argenberg
Econ1 Analista economico, si occupa principalmente di temi macroeconomici, Europa, Cina, Cinafrica. Economia dello sviluppo e temi di economia ambientale. Contattabile via mail (in calce).