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Attentato di Barcelona: analisi tattica

Attentato di Barcelona: analisi tattica

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Ospitiamo oggi un post di Pasquale Camuso, buona lettura

Ci sarebbe molto, e nel contempo poco da scrivere ora, su ciò che è accaduto ieri in Spagna.
Al di là delle polemiche e delle critiche sulle operazioni di polizia, possiamo fare alcune valutazioni importanti a comprendere alcuni elementi che possono essere sfruttati per valutazioni di intervento.

Una breve analisi tattica dimostra, dopo i fatti, che come al solito la cellula è composta da brick di 4 persone, in cui di solito una si occupa della raccolta informazioni, intelligence, pianificazione e raccolta materiali, gli altri preparazione materiali e esecuzione dell’attentato. Credo anche che la persona deputata alla raccolta di informazioni sia spesso anche sul luogo dell’attentato, o che siano presenti almeno altri contatti, in grado di valutare l’efficacia dello stesso per future azioni.
L’operatività di questo tipo è da demandarsi ad una struttura gerarchica e tattica di tipo militare, chiaramente le cellule hanno anche contatti esterni di riferimento che sono in grado di fornire il supporto necessario riguardo le strategie da utilizzare e i materiali.

Operatività di buon livello di addestramento, se non alto, si riscontra anche nella mutevolezza con cui il progetto originale di attentato è stato cambiato: a fronte della probabilità di essere scoperti, i terroristi non hanno cambiato idea e sono fuggiti impauriti, al contrario hanno affrontato il problema con risolutezza e hanno deciso di convertire il piano nella stessa formula utilizzata per quello del ponte a Londra: mezzo rapido sulla folla che accelera prendendo di sorpresa gli astanti, quindi hanno tentato di lasciare il mezzo. Attualmente c’è ancora una discreta confusione riguardo la dinamica appena successiva all’abbandono del mezzo, non si comprende se non sono riusciti a procurarsi un mezzo in loco o a recuperarne uno preventivamente disposto, oppure se hanno optato per la fuga confondendosi fra la folla, o addirittura se non avessero tentato l’asserragliamento in un locale con presa di ostaggi, quel che è certo è che nel furgone erano presenti almeno 2 attentatori che si sono comportati come un commando, la scelta di fermare il mezzo a fronte di un’area disponibile al traffico automobilistico suggerisce che in realtà il movimento seguente l’abbandono del mezzo fosse lasciato all’opportunità del momento, con ancora una volta la capacità lucida di scegliere e decidere se cambiare target e come portare avanti l’azione in completa autonomia.

La decisione di non usare le armi contro la folla è stata tanto importante quanto le altre, a mio avviso perfino la scelta del mezzo è stata oculata, scegliendo un van con portello laterale che avrebbe aiutato, nel piano originale, sia le operazioni di carico, sia l’uscita dal mezzo degli attentatori, che così avrebbero potuto coprire la fuga a 360° pur restando in contatto audiovisivo.
Individui capaci di tale autonomia e freddezza decisionale, in grado di commutare in ogni istante il piano secondo le necessità, dimostrano non solo una preparazione di tipo militare avanzata, ma anche una freddezza e una risolutezza tipiche non della persona improvvisata, del resto anche la decisione di virare verso un metodo già utilizzato da altri, dimostra che non esiste esclusivamente un metro emulativo da parte dei terroristi, ma un chiaro studio strategico di quelle azioni che sono risultate le più adatte e efficaci a seconda del momento.

Durante l’azione alcuni testimoni hanno affermato che i terroristi hanno inseguito i civili a piedi, una pratica disumanizzante del nemico, un approccio in cui il terrorista affronta la missione non solo come un dovere, ma probabilmente come un divertimento, questo ci dice molto sul metodo on cui hanno affrontato l’incidente che ha rovinato il loro piano originale.

Siamo di fronte alla rivelazione secondo la quale gli uomini che compiono tali azioni hanno tutti gli strumenti per effettuare decisioni strategiche rilevanti, strumenti sia psicologici (il superamento di una situazione, in questo caso, che avrebbe fatto fallire l’attentato preparato e portato i terroristi allo scoperto), sia strategico tattici, dimostrandoci ancora una volta che il terrorismo non è composto da ignoranti che si affidano a un esterno.

E’ difficile valutare se i dispositivi di sicurezza applicati possano essere stati sufficienti, ma anche grazie ai cambiamenti delle ultime ore, compresi quelli avvenuti in Italia, probabilmente siamo ancora lontani da una reale comprensione della portata del problema.
Lo dirò chiaramente: il problema è politico.
Le forze dell’ordine e l’intelligence fanno quel che possono, con gli strumenti che vengono loro messi a disposizione, ma guardiamoci in faccia: la Rambla è una strada diritta piena di persone ad ogni ora, e dopo 4 attentati in Europa in cui è stato usato un mezzo weaponized, e dopo molteplici segnalazioni e report della pericolosità, non esistevano ancora dissuasori che impedissero l’accesso all’area pedonale. Esiste una molteplicità di dispositivi di questo tipo, anche gradevoli dal punto di vista estetico, che sarebbero bastati a risolvere questo e altri possibili incidenti, anche non dovuti al terrorismo: un’auto sulla folla può capitare anche per un normale incidente, e potrebbe oggettivamente avere risultati del tutto simili.

La polizia locale è stata molto attiva, sia sulla zona dell’attentato, sia attorno alla città e in altri luoghi, come per l’uccisione degli altri 5 terroristi del gruppo. A tal proposito, si rileva come un singolo poliziotto abbia ucciso cinque terroristi da solo, impedendo una strage fra cittadini inermi, non si comprende perché un presidio di due poliziotti in divisa e con armi adatte, un veicolo predisposto anche magari per il primo soccorso, non possano essere disposti su luoghi simili, di modo da evitare il peggio o quantomeno da intervenire immediatamente, e non dopo dieci minuti, in caso di bisogno. Anche in questo caso, probabilmente si preferisce dare l’immagine di una società non dipendente dalle forze di difesa, piuttosto che avere una opportunità reale in più contro il terrorismo, ma che questi elementi non siano stati già valutati in maniera differente dai servizi e dagli analisti di intelligence, come chiaramente vedete anche in questa analisi, è un falso: si deve rigettare con forza quindi l’idea che l’intelligence non riesca a trovare soluzioni, è evidente l’opposto, ed è evidente che si preferisce ignorare gli avvertimenti in favore di soluzioni politiche.

Il mio consiglio è quello, da subito, di sviluppare dispositivi FUNZIONALI e di rapidissimo dispiegamento, con meccanismi di supporto automatici, che quindi non richiedano più la decisione di adottarli, e di conseguenza le tempistiche aumentare del passaggio al decisore.
Non è possibile, ne pensabile nell’era moderna, che a fronte di un attentato, i controlli alle frontiere vengano ripristinati in 48 ore: nell’attacco del Bataclan, in meno di 10 ore i terroristi sarebbero potuti uscire dalla comunità europea anche senza un piano per farlo, è ridicolo pensare che dopo 48 ore i terroristi spagnoli siano ancora in Spagna.
Si rende necessario un dispositivo quindi, che non appena rileva la comunicazione di attacco terroristico tramite canali ufficiali, disponga i controlli alle frontiere, agli aeroporti, presso le più importanti vie di comunicazione, i porti e presso le stazioni ferroviarie: unità della polizia preparate ad affrontare tali minacce con mezzi e armi adeguate ( a tal proposito, ricordo al lettore, sempre nell’attacco al Bataclan, come alla frontiera i terroristi semplicemente si lanciarono contro il posto di blocco che li lasciò passare indenni).
Task forces per il soccorso, con unità e mezzi disponibili ad entrare in azione nell’arco di massimo 10 minuti, presso gli obj più sensibili e importanti, affiancate da due unità specialistiche, una per la protezione sussidiaria, giacché il fatto che ancora non si sia vista la strategia di tornare al luogo dell’attacco non significa che non possa accadere, e una composta da personale in grado di analizzare IMMEDIATAMENTE la scena, prima che sia contaminata, ed effettuare rapidi collegamenti atti a evidenziare la possibilità di attacchi a sciame o emulazione futura.

Quelli sopra elencati sono solo alcuni spunti a riguardo, a cui va aggiunta la necessità di trattare il problema non più dal punto di vista politico ma reale e di sicurezza: non è più possibile soffermarsi su interventi blandi come quello visto a Milano in queste ore, o a Verona per natale, con dei semplici new jersey montati anche in malo modo, che sono poi stati rimossi non appena la fase acuta della percezione del pericolo da parte del pubblico è diminuita: gli interventi devono essere strutturali e fatti per durare, non possiamo nasconderci il fatto che sono passati già quasi quattro anni dal primo attacco a Charlie Hebdo, da cui la situazione attuale deriva.

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