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Democrazia Partecipativa

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“In generale, sembra che le rivoluzioni generino ingegno e talento; in realtà tali eventi non fanno che anticiparli. Esiste nell’uomo un potenziale creativo allo stato dormiente che rimarrà tale fino alla sua morte e discenderà con lui nella tomba, a meno che qualcosa lo spinga ad agire poiché è per il bene della società che l’insieme delle sue strutture deve essere impiegato, occorre che l’organizzazione del governo sia tale da anticipare, con intervento discreto e periodico, tutto quel potenziale creativo che non manca mai di emergere nelle rivoluzioni”Thomas Paine

L’interrogazione sulla crisi della democrazia è tanto vecchia quanto la democrazia stessa: infatti la caratteristica propria della democrazia è quella di reinventarsi in continuazione; e se ciò può determinare uno stato di tensione continua, è sicuramente uno dei suoi punti di forza capace di garantire la sua durabilità nel tempo.

Nell’ambito dottrinale, si è sempre fatta la distinzione tra crisi di governo, e crisi di regime (democratico s’intende). È d’opinione degli accademici che una crisi di governo può apparire come una crisi di regime, ma vi sono degli indicatori che destano altrimenti: la percentuale di astensionismo, con il suo trend di lungo periodo, l’avverarsi dell’alternanza governativa in seguito alle procedure elettorali, la crescita o la diminuzione dei c.d. Partiti antisistema e così via.

Tuttavia negli ultimi decenni c’è da notare un’ulteriore trend: si stanno dissolvendo le identità di classe, e il fenomeno tocca in modo particolare le classi popolari, visto che la grande borghesia e le élite finanziare globalizzate hanno una conoscenza molto più chiara dei loro interessi e riescono a trovare gli strumenti più adatti per difenderli.

I partiti all’inizio del secolo scorso costituirono un potente strumento di coagulazione di valori e interessi presenti nella società e contribuirono fortemente alla formazione di gruppi sociali a cominciare dalla classe operaia, e garantirono una mediazione privilegiato tra la sfera politica e il resto della società. Tuttavia nel loro ambito emersero delle strutture burocratiche centralizzate e autoritarie, degli apparati capaci di concentrare nelle loro mani il potere a scapito della base: in sostanza un qualcosa di completamente diverso rispetto alla promessa di democratizzazione che sembravano incarnare. Così si è assistito ad una risposta da parte della comunità civile: la gente ha cominciando a creare nuove forme di democrazia con lo scopo sia di creare fonti autonome di potere sia di rendere il settore pubblico più attento e vicino alle esigenze della gente: gruppi di affinità ispirati alla tradizione anarchica, un’unità autonoma costituita da un numero di membri che va da 5 a 20 persone che condividono la stessa causa e la stessa visione dei mezzi da utilizzare per difendere il proprio interesse, con un processo decisionale fondamentalmente egualitario, deliberativo e consensuale; forum consensuali diretti a organizzare dibattiti, che favoriscono la costituzione di reti, rifiutando la logica rappresentativa nella quale degli individui parlerebbero in nome di altri per illustrare programmi, adottare parole d’ordine, nuove iniziative e così via. Ma nonostante ciò, non sembra comunque prospettarsi una crisi di regime. L’esperienza di movimenti sociali come femminismo, sindacalismo attivo, pacifismo nelle democrazie liberali degli ultimi 30 anni mostra che la trasformazione sociale può avvenire senza intaccare questioni di potere politico e democrazia formale, come il voto o partiti. Questi movimenti radicali non nascono dal rifiuto totale dell’importanza del diritto del voto conquistato dopo anni di lotta ma da un senso di rabbia e insoddisfazione nel constatare quanto esso fosse svuotato del suo potere di controllo popolare ed uguaglianza politica. Lo stesso processo è chiaramente evidente nelle elezioni politiche italiane appena trascorse: sfiducia nei partiti tradizionali come il PD e PDL, percepiti come esponenziali di quelle strutture burocratiche di potere, sfiducia trasformata non in astensionismo (anche se un leggero aumento c’è stato) ma nel voto ad un partito nuovo, il Movimento 5 Stelle, che non si può dire essere partito antisistema (nonostante dichiarazioni ripetute in tal senso dal loro portavoce, Beppe Grillo, che si presumono, e si spera, siano state fatte esclusivamente nell’ottica di campagna elettorale, per marcare la differenza tra il “nuovo” e il “vecchio”), un voto non meramente di protesta, ma di fiducia che tramite il Parlamento, tramite il voto, è possibile l’alternativa.

In definitiva quello che si prospetta non è sicuramente una crisi di regime, ma una tensione verso la sua evoluzione; quell’evoluzione che è caratteristica della democrazia.

Verso quale meta spinge questa tensione? Si può pacificamente affermare che essa è indirizzata, senza apparire incoerenti, verso una tematica che è tradizionale della stessa democrazia: maggiore partecipazione. È il motore che ha sempre spinto l’evoluzione della democrazia: dalla sua (ri)nascita nella società moderna, contro il potere assolutista monarchico, susseguentemente contro la visione censuaria attraverso il suffragio sempre più esteso, dapprima a tutti gli uomini senza distinzione di classe, poi senza distinzione di razza e infine senza distinzione di sesso, con tempi rispettivamente diversi nei vari Paesi democratici.

Oggi invece questa spinta di partecipazione è indirizzata ai processi decisionali, contro la visione della democrazia rappresentativa, secondo la quale non sempre le attività di amministrazione necessarie in un determinato contesto storico-sociale (necessarie a giudizio di coloro che in quel determinato contesto detengono il potere di governo) trovano nell’ambito dei soggetti cui sono rivolte, il consenso indispensabile perchè esse possano avere luogo.

Come ogni processo partecipativo, anche questa pressione sociale ha dato i suoi frutti, in quanto nell’ordinamento italiano vengono accolte istituzioni di partecipazione: l’art. 118 ult. co. Cost. dispone che lo Stato e gli altri enti del governo territoriale favoriscano l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli o associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale sulla base del principio di sussidiarietà. Tale iniziativa, una volta rispondente di criteri di efficacia e di efficienza, non può essere soppressa o sostituita da un’iniziativa pubblica con il medesimo oggetto, ma dev’essere assistita e favorita, laddove possibile, anche con interventi finanziari; In una prospettiva simile si è posto il Nuovo Accordo per la Comunità (NAC) annunciato da Tony Blair in Inghilterra, secondo il quale i quartieri più poveri avrebbero ricevuto 50 milioni di sterline per un programma di rinnovamento della durata di dieci anni. Condizione per il finanziamento era che le decisioni locali partissero dal basso, fosserò cioè guidate dalla comunità. In modo simile in ciascuno dei diciassette quartieri della capitale tedesca individuati dalla politica federale contro la povertà urbana, un gruppo di abitanti ha potuto disporre liberamente di cinquecentomila euro a sostegno di progetti microlocali. Oppure, tornando ancora nel contesto italiano, vi è ancora l’obbligo imposto dall’art. 7 della Legge sulla procedura amministrativa, in capo alle amministrazioni procedenti, di comunicazione ai soggetti nella cui sfera giuridica il potere amministrativo andrà ad incidere, dell’avvenuto inizio del procedimento, al fine di consentire alle parti, sia quelle “necessarie”, che quelle “ulteriori”, di partecipare nella rappresentanza dei propri interessi nell’ambito del procedimento stesso. Tuttavia tali strumenti, non sono percepiti come sufficienti: in quanto la caratteristica autoritativa del potere amministrativo permane: infatti l’Amministrazione procedente ha l’obbligo di “tenere conto” di tali istanze, ma in definitiva, la fase decisoria del procedimento amministrativo rimane d’esclusiva competenza dell’amministrazione stessa.

Dal punto di vista dei partiti, qualche decennio fa l’organizzazione gerarchica interna era poco esposta alla critica e le minoranze che godevano di troppa libertà venivano presto represse. Oggi il centralismo democratico, con poche eccezioni, non è più di moda e il rispetto del capo non è più quello di una volta. Lo si è visto nella ormai costante abitudine del centrosinistra, non solo italiano, ma anche di altri Stati europei, di indire primarie per l’elezione dei candidati, una scelta di un partito a cui non è obbligato, ma mostra una tendenza di apertura verso la partecipazione dal basso.

Ma tutto ciò non è sufficiente. La spinta per la partecipazione desidera spazi più ampi, non meramente consultivi, e non meramente in termini elettivi. Da qui il risultato deludente del PD in Italia, e l’enorme vittoria del Movimento 5 Stelle, che ha fatto un suo punto di forza la democrazia partecipativa, nonostante in concreto, tramite le primarie online con regole molto restrittive, con tantissimi candidati che ora godono di bassissima rappresentatività, effettuate in modo poco trasparente su dei server di proprietà di un unico privato; a dimostrazione che non è la procedura che attira il consenso di questa tensione partecipativa, ma è l’idea stessa di partecipazione effettiva, la percezione che al programma del M5S abbiano partecipato tutti, e non soltanto sottoposto alla loro approvazione, la percezione di rete, invece che di piramide.

Alternative possibili

I rivoluzionari francesi non miravano all’autogoverno del Popolo, ossia alla vera democrazia, ma al governo rappresentativo : ossia ad una aristocrazia elettiva nella quale i migliori, che vengono nominati tramite elezione e non grazie a titoli nobiliari, sono chiamati a governare secondo la loro capacità e senza altre distinzione che quella della loro virtù e dei loro talenti. Il concetto di capacità all’epoca rinviava alle persone capaci grazie alla loro istruzione, alla loro posizione, di esercitare i diritti politici (e quindi spesso coincideva con i ceti più abienti). Come affermava James Madison, padre fondatore degli Stati Uniti d’America, “ purificare e allargare i punti di vista del pubblico facendo passare attraverso un corpo scelto di cittadini la cui saggezza è la meglio indicata per distinguere il vero interesse del loro paese, in cui patriottismo e l’amore per la giustizia saranno meno suscettibili di essere sacrificati a considerazioni contingenti e parziali. È possibile che la volontà pubblica espressa tramite rappresentanza del Popolo si accordi con più facilità al bene pubblico, che non nel caso fosse formulata dal popolo stesso riunito a questo scopo”. Secondo Bernard Manin – docente di Scienza Politica alla New York University – il governo rappresentativo moderno va considerato come un regime misto: aristocratico perchè attribuisce un potere reale a una élite distinta dal popolo e largamente autonoma nei suoi confronti e democratico perchè questa élite si forma come risultato di un’elezione, perchè il suo potere è in via di principio sottoposto alle leggi che promulga (si tratta quindi di uno stato di diritto) e perchè i governati sono liberi di manifestare un’opinione contraria rispetto a quella dei governanti. Ma del resto già gli Ateniesi l’avevano compreso, sostenendo che l’elezione instaura una logica aristocratica in quanto porta a selezionare i migliori

Mentre ciò poteva avere un certo senso all’epoca, in cui l’analfabetismo era dilagante, dove l’attivismo politico non era un sentimento intrinseco alla popolazione, ma veniva indotto tramite i c.d. Partiti di notabili, ora sicuramente appare superato, grazie sia ad un livello diffuso di istruzione generale, che costituisce il framework necessario per qualsiasi decisione informata, grazie al sorgere di numerosi strumenti che consentono in maniera sistematica di raggiungere determinati risultati e grazie alle numerose ricerche e teorizzazioni effettuate a supporto di tali strumenti che consentono anche di arrivare ad una loro oggettiva valutazione.

Prima di tutto vi è l’esempio ormai imitato in varie città europee del Bilancio Partecipativo di Porto Alegre.

Il bilancio partecipativo è una tecnica amministrativa di codecisione, di potere condiviso. In una serie di incontri vengono eletti delegati e i cittadini decidono le priorità di investimento del Comune. Circa cinquantamila cittadini partecipano al processo, con il numero in costante crescita dal 1989. Partecipano altresì il sindaco e vario personale comunale per affrontare le domande e le istanze dei cittadini. Nei mesi successivi alle riunioni, i delegati si riuniscono nel Consiglio Comunale di Bilancio per affrontare i criteri tecnici dei bisogni di ciascun distretto armonizzandoli con le risorse disponibili, approvando in seguito il bilancio comunale. Soltanto il Sindaco può porre veto al bilancio e rimandarlo al Consiglio, ma ciò non è mai successo.

Questo è un risultato impressionante, e mostra come cittadini, non professionalizzati nell’ambito della politica o dell’economia politica, riescano a raggiungere un grande risultato politico; anche se i risultati si vedono soprattutto sul piano amministrativo: nel 1998 la fognatura e l’acqua corrente ha raggiunto il 98% delle abitazioni, contro il 75% del 1988; il numero delle scuole si è quadruplicato; le risorse riservate per la sanità e istruzione pubblica sono aumentate dal 13 % del bilancio complessivo comunale nel 1985 a quasi 40% nel 1996. Tutto ciò con conseguenze molto importanti sul piano della responsabilizzazione della cittadinanza: le tasse sono diventate meno impopolari nei ceti medi e la gente non è più turbata dal carico fiscale: non solo si accorgono con i loro occhi che questi soldi vengono investiti in progetti utili ma possono controllare in prima persona che lo siano davvero.

Il bilancio partecipativo ha conseguenze anche sul piano della trasparenza: grazie all’apertura delle decisioni pubbliche alla cittadinanza interessata il processo di bilancio partecipativo ha evidenziato i fenomeni di corruzione nascosti tra i politici e l’apparato pubblico, il modo in cui forti interessi privati si sono insinuati all’interno del governo, da parte di imprese locali corrotte e importanti multinazionali. Inoltre sembra che la sana condivisione del potere da parte del governo con un processo indipendente di partecipazione democratica popolare aumenti il potere totale degli organi pubblici nei confronti delle pressioni del mercato privato e anche di organismi internazionali come la Banca Mondiale, rispondendo in primo luogo al principio che le decisioni che regolano la vita dell’uomo devono avvenire attraverso il controllo democratico delle persone direttamente interessate

In secondo luogo vi è il sorteggio.

Aristotele considera l’elezione come una prassi necessaria all’equilibrio globale di una città, ma incarna anche un altro principio: “è democratica l’assegnazione delle cariche a sorte, oligarchica invece per elezioni”

E’ una procedura che si svolge in due tempi: composizione di una lista di persone considerate capaci e il sorteggio all’interno di questo gruppo ristretto.

in funzione della procedura di selezione dei governanti, dei gruppi a partire dai quali si opera il sorteggio e dei contesti, il metodo casuale può essere utilizzato con logiche politiche molto diverse, benché nella pratica spesso si intreccino:

1) il sorteggio può avere innanzitutto una dimensione sovrannaturale o religiosa, essere considerato qualcosa che consente il compimento della volontà divina o del destino (in questo caso l’antica Roma si mostra come un’eccezione rispetto agli altri casi di impiego del modello casuale).

2) una procedura imparziale di risoluzione dei conflitti in particolare nel caso di una esacerbata concorrenza per l’assegnazione dei posti di potere

3) può costituire una procedura a garanzia dell’uguale possibilità di accedere cariche politiche e giudiziarie e a sostegno dell’autogoverno dei cittadini. Agevola inoltre l’accesso alle funzioni direttive dei profani evitando che queste siano riservate solo a professionisti esperti

Il sorteggio nel diciottesimo secolo va diffondendosi grazie al suo .utilizzo in ambito giudiziario per la selezione delle giurie popolari. venivano concepite come una necessaria protezione contro l’arbitrarietà del potere statale – si affermava così il principio secondo il quale il giudizio viene fornito dai pari e non da funzionari con rappresentanza del potere. La definizione di chi fossero realmente questi Pari rimase abbastanza ambigua per lungo tempo. L’ultimo importante principio era che la decisione dei giurati doveva essere presa all’unanimità

Ogni anno milioni di persone vengono selezionate per partecipare ad una giuria che fa di quest’istituzione l’esempio più diffusi di democrazia partecipativa negli Stati Uniti. Le giurie ispirano persino una delle rare proposte di introduzione del sorteggio in politica che siano state fatte nel corso del diciannovesimo secolo: il socialista Pierre Leroux suggerì di istituzionalizzare una giuria nazionale di 300 persone sorteggiate tra tutti cittadini dei dipartimenti e delle colonie ma senza che fosse precisato esattamente la lista a partire dalla quale questa scelta sarebbe stata fatta . Questa giuria avrebbe avuto un ruolo di giudicare le accuse avanzate dalla rappresentanza nazionale contro i propri membri e inoltre avrebbe avuto competenza in merito agli attacchi contro la sicurezza dello Stato. Ma la “paura delle masse”, che i fondamentali interessi della società finissero preda di “ciechi capricci di uomini la cui intelligenza, carattere, abitudini e condotta non forniscono un livello sufficiente di quelle garanzie che una società ha diritto di esigere”, bloccò tale tentativo.

Con il passare del tempo, e un continuo guadagno del fronte della partecipazione attiva, e grazie soprattutto all’emergere del concetto di campione rappresentativo, il modello di selezione casuale subì una serie di declinazioni di importanza non indifferente.

Il campione rappresentativo è un campione che offre un’immagine relativamente fedele della popolazione studiata, in rapporto all’insieme dei caratteri presi in considerazione. In un campione per quote, invece, si sceglie a priori il campione in maniera tale che esso dia una buona rappresentazione della popolazione sotto esame. Quindi non si tratta più di un governo di tutti, ma si parla di costruire una rappresentanza in miniatura del popolo. Sarebbe addirittura la modalità privilegiata della democrazia partecipativa in virtù della natura sociologicamente rappresentativa del campione.

All’inizio degli anni 70 il sorteggio comincia ad essere introdotto in politica attraverso giurie cittadine, che sono piccoli gruppi di cittadini scelti casualmente a cui le autorità pubbliche si rivolgono per chiedere la loro opinione. La giuria cittadina è il primo meccanismo fondato sul sorteggio a vedere la luce ed è anche quello che possiamo considerare di gran lunga il più sperimentato. Per prima cosa è definito da una procedura ormai standardizzata e da un suo costo relativamente modesto (in media 14.000 euro per l’esperienza spagnola, costa di più in Germania dove ci vogliono circa 100.000 euro per organizzare 4 giurie parallele che costituiscono procedura standard)

Il modello di base è costituito da un gruppo ristretto di cittadini in media di 25 persone in Germania, tra le 15 e le 50 in Spagna, tra 12 e 14 nel mondo anglosassone, sorteggiati a partire dalle liste di abitanti o da quelle elettorali, che si riuniscono allo scopo di trovare soluzioni ad un problema particolare di politica pubblica. In genere il metodo di selezione applicato varia tra due diversi approcci: il primo consiste nel produrre in modo casuale una lista di diverse migliaia di abitazioni cui inviare delle lettere di invito, registrare quelli che rispondono in funzione di criteri socio demografici e procedere poi a sorteggio sulla base delle quote; nel secondo metodo la selezione è prodotta dalle interviste fatte sulla base delle stesse quote.

L’idea è quella di trovare una procedura adeguata per rispondere alla crisi di legittimità di sistema politico, aggirare i problemi nati con la burocratizzazione dell’azione politica e consentire una vera partecipazione dei cittadini. Per avere questo il meccanismo deve soddisfare quattro criteri:

– fornire un’informazione corretta ai partecipanti

– fondarsi su una motivazione adeguata

– essere immune da interessi particolari e nello stesso tempo rappresentare adeguatamente la società nella sua diversità

– poter essere utilizzato in modo intensivo senza esplosione dei costi.

La discussione a piccoli gruppi consente un faccia a faccia che favorisce l’espressione di tutti i partecipanti. La giuria lavora talvolta in sessione plenaria talvolta si divide in sottogruppi: in conseguenza di ciò anche in virtù del fatto che l’animazione è affidata a persone che generalmente sanno animare il dibattito, la qualità delle discussioni è di alto livello grazie anche al carattere ragionevole degli argomenti scambiati, al clima di mutuo ascolto e alla dinamica sufficientemente ugualitaria che guida la presa di parola. Se in un gruppo che non va al di là di qualche decina di persone la rappresentatività sociologica non è mai perfetta le giurie raggiungono una diversità sociale nettamente superiore a quella delle esperienze partecipative fondate esclusivamente sulla partecipazione volontaria

Deliberano a porte chiuse e sono indipendenti dall’autorità che le ha convocate. Questo garantisce che la procedura sia poco manipolabile, elemento che ne rafforza la legittimità. Esse poi convocano tecnici specializzati nelle questioni oggetto di discussione e le parti interessate.

Infine, la giuria produce un rapporto pubblico che fornisce un parere scritto sul problema discusso che a seconda dei casi può essere semplicemente consultivo oppure vincolare le autorità che hanno istituito la giuria stessa.

La seconda declinazione del modello casuale, è il sondaggio deliberativo.

I sondaggi deliberativi nascono dalla critica ai sondaggi e dalle osservazioni pessimistiche della sociologia, per la quale cittadino medio è poco interessato alla politica, non possiede una vera opinione o comunque è troppo influenzata dal capitale economico e sopratutto culturale.

L’idea di fondo considera che un campione rappresentativo dell’elettorato, riunito nello stesso luogo a cui venga sottoposto un determinato tema assieme a materiale informativo accuratamente equilibrato, discussioni intensive in piccoli gruppi e la possibilità di ascoltare il parere di esperti e politici dalle opinioni divergenti, al termine di qualche giorno di lavoro faccia a faccia fornisca un risultato che sia la rappresentazione di quello che è un giudizio informato da parte del pubblico. In pratica i sondaggi deliberativi si pongono l’obiettivo di conoscere quello che il pubblico penserebbe se avesse davvero l’opportunità di studiare il tema in questione.

In parte,come si può notare, assomigliano alle giurie cittadine dalle quali si distinguono però per la loro dimensione: in genere si uniscono diverse centinaia di persone e non scentono mai sotto i 130 partecipanti, di fatto avvicinandosi molto ad un campione veramente rappresentativo della popolazione.

Generalmente sono pubblici fornendo all’avvenimento la maggiore visibilità possibile nella procedura standard. L’idea infatti non è di arrivare ad un rapporto consensuale scritto ma di misurare le opinioni che restano contrapposte.

Le Consensus Conferences

In genere una Consensus Conference viene creata su iniziativa pubblica (una collettività territoriale, un ministero) o privata, elemento che influenza la composizione del Comitato di Gestione, che ha il compito di riunire esperti nella modalità di funzionamento delle conferenze ma anche specialisti dell’ambito scientifico di riferimento e recluta il campione di cittadini ordinari. Esse servono principalmente per creare un dibattito intorno ad una determinata questione e di diffondere la consapevolezza su particolari tematiche.

Per capire meglio come funziona il procedimento, è meglio richiamarci alla prima esperienza di Consensus Conference: nel 1977, il National Institute of Health statunitense organizza, per la prima volta, una conferenza sui metodi di protezione del cancro al seno. Per due o tre ore al giorno, un campione di medici interroga alcuni esperti sull’argomento. L’obiettivo è quello di giungere ad un consenso e stendere poi un rapporto pubblico che sia in grado di proporsi come documento autorevole all’interno della comunità medica e in gradi di migliorare le pratiche esistenti.

L’idea di fondo è che per avere un miglioramento conveniva spingere l’ambiente medico ad autoregolarsi, piuttosto che imporre arbitrariamente delle norme dall’alto.

Il modello è stato poi utilizzato da numerosi Stati o enti sia pubblici che privati, ed è stata inclusa nella “lista delle buone politiche” raccomandate dall’OCSE.

Tutti questi strumenti, sono alternative desiderabili?

Se da un lato è chiaro che questi strumenti offrono delle prospettive interessanti, non sono tuttavia sprovviste di limiti che sono da un lato ad esse connaturate, dall’altro provenienti dagli attuali assetti politico-amministrativi degli Stati democratici.

Per quanto riguarda il bilancio partecipativo, ha un limite per quanto concerne le minorità, con riguardo nel caso di Porto Alegre, alle popolazioni minoritarie di indiani, neri, omosessuali ed altri, essendo necessarie delle politiche pubbliche che incontrino le loro necessità in modo più soddisfacente, più inclusivo e rappresentativo. A questo riguardo si è parlato a livello europeo di un’ibridazione con le procedure di selezione appartenenti alla giuria cittadina, nella quale la sottorappresentanza dei giovani, delle persone senza diploma e soprattutto degli immigrati, incide meno rispetto a quanto non facciano i meccanismi fondati sulla partecipazione volontaria. Potrebbe essere un modo per selezionare i consigli partecipativi per evitare la struttura consigliare piramidale tipica del modello di Porto Alegre.

L’aspetto della rappresentanza sociale risulta particolarmente importante qualora si consideri che l’atto di rappresentare potrebbe non essere indipendente dalle caratteristiche sociali dei rappresentanti. Per esempio, un parlamento composto da sole donne potrebbe affrontare la tematica della violenza sulle donne in modo diverso da come lo farebbe un parlamento composto da soli uomini. La questione non è quella di sapere quali sono le idee rappresentate, ma chi le rappresenta. Ed è per questo che bisogna bilanciare la politica delle idee con la politica della presenza.

Inoltre si potrebbe anche argomentare che la possibilità di un simile procedimento dipenda da specifiche caratteristiche della popolazione e del territorio locale, come la cultura locale, di forte partecipazione sindacale e partitica, la schiacciante diseguaglianza degli strati sociali, movimenti di cittadini ben organizzati, tradizioni fortemente democratiche e un passato di governo di centrosinistra, che rendano quindi non riproducibile, o non esattamente riproducibile in altri luoghi, ma in cui in sostanza, si potrebbero adottare comunque forme autoctone di bilanci partecipativi.

Per quanto riguarda il sorteggio, critiche tecniche invitano giustamente gli operatori del settore ad un maggior rigore nel formare le liste ed il campione, mostrando come per esempio il margine d’errore non si riduce al due o tre per cento affermato, cioè al margine d’errore puramente matematico determinato nel caso della selezione casuale ideale, dal calcolo delle probabilità, ma sono possibili distorsioni dovute alle condizioni dalle quali i dati sono effettuati: rifiuto di rispondere, difficoltà di raggiungere persone designate, dissimulazione delle risposte ecc.

Nella sua forma di giuria cittadina, negli anni che seguono l’elezione di Tony Blair nel 1997, il movimento conosce una crescita esponenziale. In alcuni casi questa diffusione è stata accompagnata da un ammorbidimento delle regole metodologiche: reclutamento dei Giurati senza l’utilizzo del sorteggio, l’organizzazione delle giurie direttamente da parte dell’istituzione quindi senza il ricorso ad una figura terza per selezionare i giurati e animare il dibattito. Questo tuttavia sembra essere il prezzo da pagare al moltiplicarsi delle esperienze.

Numerose giurie, soprattutto nell’esperienza berlinese hanno chiesto di uscire dal ruolo che era stato loro attribuito andando però chiaramente al di là di ciò che i responsabili politici sono pronti a concedere, così il contributo dell’esperienza dell’empowerment si è di colpo affievolito, cosicché la dinamica è rimasta essenzialmente top-down.

Inoltre, risulta indispensabile una reale qualità deliberativa, quindi è imperativo che il dibattito sia accuratamente organizzato. Ma questo rischia di mettere in mano a dei professionisti specializzati l’animazione dei dibattiti e l’informazione, quindi un potere eccessivo. L’ampia discussione tra i giurati in questo caso, rischia di trasformarsi in un semplice gioco di domanda e risposta con il conduttore, e questo pericolo è presente anche per le consensus conferences.

Le giurie cittadine e le consensus conferences presentano poi un’ulteriore diatriba comune: spesso conducono le loro deliberazioni a porte chiuse. Alcuni sostengono che le deliberazioni pubbliche spingono gli interlocutori ad irrigidire le rispettive posizioni, a utilizzare argomentazioni retoriche e avanzare argomenti meno oggettivi. Inoltre le porte chiuse servirebbero per tutelare i giurati dall’eventuale influenza di particolari lobby. Altri invece affermano che la pubblicità è una delle forze della discussione, in quanto spinge gli interlocutori a tenere conto dell’interesse generale, o almeno mostrare in che modo le loro posizioni sono compatibili con esso. La pressione pubblica renderebbe poi più difficile il raggiungimento di accordi sottobanco. Le inchieste fin’ora condotte non riescono a produrre una risposta univoca su questo punto.

Si è poi avuto modo di vedere come le giurie cittadine locali hanno spesso la tendenza a fissarsi troppo sul particolare, e nella volontà di formare un parere concreto, troppo spesso rinunciano ad approfondire le discussioni di tipo generale, le quali finiscono per restare marginali. Da questo punto di vista le consensus conferences e i sondaggi deliberativi risultano generalmente soddisfacenti.

I sondaggi deliberativi invece, per quanto possano portare con l’immaginazione persino ad un’Assemblea Nazionale da controbilanciare quella legislativa, data la sua rappresentatività ed i risultati in termini di cittadini informati, il loro costo è considerevole, e sembra aumentare in modo esponenziale all’aumento della dimensione dell’assemblea deliberativa.

L’Assemblea di cittadini selezionata nella Columbia Britannica nel 2004, doveva discutere di una riforma del sistema elettorale e di fare una proposta che il governo si sarebbe poi impegnato a sottoporre a referendum. La procedura fu molto più complessa rispetto a quella standard: 200 elettori per ogni circoscrizione, scelti con metodo casuale tenendo conto del sesso e dell’età, ricevettero un invito. Tra tutti quelli che risposero, vennero di nuovo sorteggiati 10 uomini e 10 donne che avrebbero partecipato a riunioni informative decentralizzate. Tra i partecipanti, infine furono scelti, sempre con modo casuale, un uomo e una donna per ogni circoscrizione. Alle 158 persone selezionate si aggiunsero 2 nativi americani: in un primo tempo il sorteggio non aveva selezionato alcuna persona con quelle origini, a dimostrazione di un possibile limite. Tutte le spese legate alla partecipazione all’Assemblea furono a carico dell’autorità, inclusa un’indennità giornaliera di 150 dollari canadesi. Costo complessivo, 5,5 milioni di dollari canadesi, pari a circa 4 milioni di euro. L’Ontario, la provincia più popolare del Canada, emulò l’esempio tra il 2006 e il 2007 con un costo di circa 6 milioni di dollari canadesi.

Questi 2 esempi però fanno emergere un altro limite del sondaggio deliberativo: l’assemblea dei cittadini della Columbia Britannica, a causa della grande diffidenza dei cittadini nei confronti dei partiti, propose lo schema elettorale dello single transferable vote, accolto con schiacciante maggioranza da parte dell’assemblea stessa (92,8%). Quando però fu sottoposto a referendum, a causa della complessità del sistema proposto e all’assenza di un’adeguata campagna informativa all’altezza della posta in gioco, si raccolsero il 57,69% dei SI, con una necessità di sfondare il 60%. A dimostrazione che se da un lato, la classe politica è sempre più caratterizzato da abitudini, modi di vita ed esperienze sociali proprie e questo finisce per costituirla come un gruppo dagli interessi e dalla visione del mondo specifici diversi da quelli del resto dei cittadini, un campione rappresentativo che rispecchia una popolazione informata può ugualmente discostarsi dal resto della cittadinanza una volta che assume tale qualità, accorpando la stessa caratteristica che tramite il ricorso ad esso si vuole evitare, ossia una distinzione tra coloro che governano ed i governati.

Inoltre, personaggi eletti, anche se non rispettano le promesse elettorali, sono sempre responsabili davanti alla legge e davanti ai loro elettori, secondo la nozione di accountability. Ma i membri di un’Assemblea Cittadina, al di là di formalità, sono sostanzialmente irresponsabili, e questo è un forte argomento per ridurli a una funzione puramente consultiva, d’opinione, che anche se informata, resta pur sempre un’opinione.

Quindi quali prospettive emergono?

Ritornando al sempre attuale Aristotele, lui considera l’assemblea, il sorteggio e le elezioni, come procedure di complementare importanza per il consolidamento del regime democratico.

Il nodo della questione lo ha già espresso Benjamin Constant nella sua famosa opera “De la liberté des Anciens comparée à celle des Modernes” – “la libertà degli antichi non è possibile che all’interno di piccole comunità dalle usanze omogenee in perpetuo stato di guerra nelle quali la schiavitù consente ai cittadini di consacrarsi alla cosa pubblica. La libertà dei moderni è essenzialmente negativa; è vero che include anche il diritto di influenzare i rappresentanti attraverso le elezioni e l’opinione pubblica ma l’obiettivo principale è quello di riservare più tempo possibile al godimento tranquillo dell’indipendenza privata affidando a qualcun altro le funzioni di governo.”

Insomma, la politica non può essere visto come un fine in sé. Il mondo moderno non è la Città greca: qui il valore civico si esprimeva nel dibattito pubblico, ma anche nella competizione politica, nei duelli sportivi, nell’arte e nella guerra. Oggi, nel lavoro, nell’arte o nella sfera dell’intimità ci sono altre realizzazioni personali legittimamente valorizzate. Ciò non toglie che si possa continuare a giustificare l’attribuzione di un certo primato al valore civico: senza le energie politiche della democrazia il quadro che garantisce il pluralismo dei valori e il perseguimento da parte di ciascuno della propria libertà è minacciato da logiche discriminatorie e autoritarie. Quindi la parola d’ordine è partecipazione; che tuttavia non può escludere quello spazio di autonomia riservata alla libertà di ciascuno di impegnarsi o meno. La persona non può ridursi ad un elemento politico. Ma per fortuna, la partecipazione non implica questo. Essa può essere manifestata in vario modo: partecipazione sindacale e partitica, voto, persino la semplice conversazione con un amico su temi politici implica partecipazione.

Poi vi sono strumenti come il referendum d’iniziativa popolare, che dovrebbe essere presente in Costituzione, che cambia già da subito senza alterazioni drastiche dell’assetto istituzionale, il senso dell’espressione diretta dei cittadini: non più un’adesione plebiscitaria al capo carismatico, ma mobilitazione dal basso. Oppure ancora il diritto di petizione, che obbliga il legislatore a discutere di questioni sollevate da un numero determinato di cittadini.

Inoltre c’è da tenere in considerazione anche un ulteriore aspetto: la maggior parte dei metodi sopra indicati di democrazia partecipativa, implicano il concorso dell’autorità: senza la lungimiranza del Partido dos Trabalhadores (Partito dei lavoratori), il processo di bilancio partecipativo non sarebbe sorto a Porto Alegre. È stato l’organo di governo della Provincia della Columbia Britannica e dell’Ontario ad indire e a sostenere i costi delle Assemblee dei Cittadini. È stato il Labour di Tony Blair a dare l’occasione tramite il Nuovo Accordo per le Comunità a conferire alle popolazioni locali il potere di autogestirsi; quest’esempio poi è molto significante, perchè dimostra ciò a cui la società civile riesce ad arrivare una volta offerto un framework normativo che dia loro potere decisionale: gruppi di volontari spiegano come il NAC finanziati attività già avviate e vuole poi influire eccessivamente sul loro corso indebolendo l’autonomia dei progetti. Ma è con la costante pressione sugli organi comunali che alla fine le popolazioni di Manchester Est, di Luton di Newcastle riescono a dare conseguenze effettive alla condizione della dirigenza popolare.

Quindi in un certo senso la forza democratica partecipativa dipende dalla volontà delle istituzioni statali di condividere il potere; non esisterebbe partecipazione duratura di tale forza democratica senza la disponibilità di risorse statali ma una volta che sussiste tale condizione la nuova fonte di potere che si sviluppa ha una vita e una dinamica propria. E sempre da quest’esempio risalta la seconda imperatività della democrazia partecipativa: l’autonomia dei cittadini partecipanti. Le direttive provenienti dal governo centrale prevedono risultati prefissati che non tengono conto degli imprevisti tipici dei processi democratici; pensare per target e obiettivi rigidi riduce lo spazio di cui può disporre la gente per cercare alternative e sperimentare soluzioni nuove-

Le persone cercano di creare meccanismi democratici più efficienti affinché il denaro pubblico venga speso davvero nell’interesse della maggioranza e questo le porta ad interagire con lo Stato. Per questo servono nuove istituzioni che siano il prodotto della democrazia partecipativa promosso dal governo e dalla collaborazione con i movimenti.

È chiaro che in questa dinamica c’è la possibilità di un cortocircuito: ovvero che manchi la disponibilità delle autorità governative. Ma questo conflitto è risolvibile non solo con una costante pressione sulle istituzioni a tal riguardo tramite gli strumenti di partecipazione a disposizione, ma anche tramite una cultura partecipativa. Paulo Fraire – pedagogista brasiliano e importante teorico dell’educazione- osservò come i rapporti tradizionali di potere si riproducono anche quando noi stessi prendiamo il potere; lo scopo dell’educazione partecipativa è quello di rompere con questo modello e di impedire così la riproduzione dei meccanismi di potere. Ciò può essere realizzato attraverso gli stessi dispositivi partecipativi, la cui prima e maggiore forza è quella di permettere il costituirsi di un’opinione informata; come afferma Tocqueville “la giuria è il mezzo più potente per far governare un popolo ma si dimostra anche in questi casi il più efficace per insegnargli a governare”. Inoltre ciò lo si può fare nel piccolo: lo può fare il genitore nei confronti dei figli, tramite la concessione di partecipare alle vicende straordinarie della famiglia, concedendogli di autoregolarsi, invece che imporre norme dall’alto; lo si può fare soprattutto nell’ambito delle istituzioni scolastiche, sovrastando la sempre presente rigidissima impostazione autoritaria e gerarchica nei confronti degli studenti; lo si può fare nell’ambito delle attività produttive. Insomma, ovunque si potrebbe avere una situazione di potestà nei confronti di altri individui. Si creerà una cultura della partecipazione che non soltanto farà pressione in tal senso sui centri di potere, ma fornirà anche candidati per posizioni ruolo da dove potranno istituzionalmente promuoverla.

Alla fine di questo processo, non si può che avere una rinnovata concezione del cittadino nella società secondo il modello della demarchia, nel quale l’individuo è soddisfatto soltanto attraverso una personale partecipazione in tutte quelle manifestazioni della sovranità che direttamente o indirettamente possono interessarlo e coinvolgerlo. Il cittadino dunque, non più suddito o utente passivo di servizi resi dall’amministrazione, ma soggetto capace di correre in prima persona, senza intermediazioni politiche, alla tutela di interessi collettivi. Si può dare così una diversa lettura all’art.1 della Costituzione: il popolo è sovrano non solo perchè con il proprio voto, determina la formazione delle camere o l’indirizzo dell’esecutivo, ma anche perchè interviene direttamente in attività di interesse generale. Dunque la democrazia partecipativa non è alternativa alla democrazia rappresentativa: è uno strumento per la sua naturale evoluzione, verso un nuovo modello di democrazia in cui soggetti pubblici e privati non si pongono in antitesi ma in una posizione di collaborazione reciproca nella realizzazione dell’interesse generale.

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