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Gli obiettivi strategici di una possibile opzione militare americana contro l’Iran

Gli obiettivi strategici di una possibile opzione militare americana contro l’Iran

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Prima di tutto due premesse indispensabili: la prima riguarda il presidente americano Trump, che non è una persona alla quale piace ricorrere allo strumento militare come prima opzione per risolvere le questioni tra stati. Allo stesso tempo l’attuale inquilino della Casa Bianca utilizza la pressione combinata della potenza economica americana e le capacità militari degli Usa al fine di ottenere il massimo vantaggio per Washington in eventuali colloqui che dovessero mettere termine alla fase di confronto economico-militare.
La seconda premessa riguarda l’attuale interlocutore degli Stati Uniti e cioè l’Iran. In passato il Presidente Trump si è dovuto confrontare con varie tipologie di avversari, incluso un dittatore assoluto quale Kim Jong Un. Oggi invece gli Stati Uniti hanno a che fare con uno stato, non solo dittatoriale e dove il popolo è privato della libertà (religiosa, sessuale, politica sportiva, ecc), ma dove l’autorità religiosa e quella politica coincidono. L’essenza teocratica dell’Iran degli Ayatollah è un fattore che differenzia integralmente la Corea del Nord dall’Iran. L’intrinseca natura millenarista dell’Iran teocratico lo rende fondamentalmente imprevedibile, sia sul piano politico che sul piano militare. I vertici politici iraniani, così come i vertici delle Guardie della Rivoluzione sono intimamente convinti che lo loro stessa vita, così come la vita dell’intero popolo iraniano, sia votata alla gloria di D.o e dell’Imam Alì, e in attesa del 12° Imam che tornerà nella gloria alla fine dei tempi. Questa caratteristica ideologica dei vertici iraniani rende la partita nello Stretto di Hormuz completamente diversa da quella giocata in Estremo Oriente; in caso di conflitto, cosa potrebbe quindi accadere, e come potrebbe iniziare questa guerra?
A nostro avviso è altamente probabile che il conflitto nasca proprio nello Stretto di Hormuz o nella parte meridionale del Golfo Persico. In quest’area la presenza iraniana è massiccia e gli Ayatollah ritengono la via d’acqua che connette il Golfo all’Oceano in loro esclusiva pertinenza. In base a questo assunto strategico Teheran negli anni 80 ha occupato tutti gli isolotti dello Stretto, legalmente appartenenti agli Emirati Arabi Uniti. Attraverso il controllo di questi tre isolotti (Abu Musa, Great Tumb, Lesser Tumb), l’Iran fa ricadere l’intero Stretto di Hormuz nelle sue acque territoriali.
Dato questo fatto i falchi iraniani, costretti a limitare in maniera massiccia le vendite di greggio sul mercato internazionale e prospettando un periodo di crisi economica per il paese, che darebbe alle opposizioni un fertile terreno di propaganda, potrebbero ingiungere alle portaerei americane che volessero attraversare lo Stretto di domandare il permesso di transito alle autorità militari iraniane. Questa procedura non è per nulla nuova in quanto fu il presidente Obama, nell’ottica di ingraziarsi l’Iran al tempo dei negoziati sul nucleare, ad ordinare alla flotta americana di domandare agli iraniani il permesso di transito ad Hormuz, determinando all’epoca le dimissioni di ufficiali americani contrari alla sua politica di accondiscendenza verso Teheran.
E’ certo che oggi il Pentagono ha ordinato alle sue unità militari in viaggio per il Golfo Persico di interrompere questa pratica, suscitando ancora più nervosismo tra gli iraniani.
Hormuz è un punto molto particolare dello scacchiere geopolitico internazionale, un braccio di mare dai bassi fondali, dove una grande unità come la portaerei Lincoln ha una via obbligata e che dista poche miglia dalle basi missilistiche iraniane. Un tratto di mare dove Teheran può dispiegare i suoi sottomarini tascabili e dove può far transitare navi civili con a bordo, nascosti, missili antinave di ultima generazione.
Sì, perché è questa la nuova minaccia che arriva da Teheran, non solo i missili antinave lungo le coste dello Stretto e sull’isola fortezza di Abu Musa, ma navi mercantili che hanno a bordo sistemi antinave occultati in finti container da trasporto.
Nella parte orientale dello Stretto di Hormuz le unità militari americane non distano mai più di venti miglia nautiche dai lanciatori missilistici iraniani basati a terra, una distanza minima per permettere alle difese del Gruppo Attacco Portaerei di reagire con efficacia, una distanza che i missili antinave iraniani sono in grado di coprire in circa 60/80 secondi, troppo pochi per garantire l’incolumità della Lincoln in caso di un attacco coordinato.
Se l’Iran dovesse provocare gli Stati Uniti lo farà proprio in quel punto, appena ad ovest dello Stretto di Hormuz, è in quel punto che il conflitto potrebbe esplodere e se ciò avvenisse gli Stati Uniti dovrebbero perseguire alcuni obiettivi strategici irrinunciabili.
Il primo sarebbe la completa distruzione delle capacità di difesa aerea dell’Iran, inclusi gli aeroporti militari, la distruzione dei centri di comando e controllo lungo la costa ed a Teheran e il disturbo delle comunicazioni tra i vari settori della difesa iraniana.
Il secondo obiettivo sarebbe la conquista delle isole dello Stretto ora controllate da Teheran, le quali rappresentano oggi una vera spina nel fianco di ogni unità militare o civile che attraversi lo Stretto.
Il terzo obiettivo è quello di eliminare i vertici della teocrazia iraniana, che in questi anni sono stati responsabili della diffusione del terrorismo in Medio Oriente e la cui dipartita aprirebbe la possibilità di un cambio di regime a Teheran.
Il quarto obiettivo è prevenire un attacco iraniano contro gli alleati americani della regione, in particolare le monarchie sunnite del Golfo ed Israele. La ritorsione iraniana potrebbe aver luogo sia mediante l’impiego di missili balistici lanciati contro le basi militari americane nel Golfo, contro le principali raffinerie e terminal petroliferi sauditi, contro la capitale dell’Arabia Saudita Riad, e contro la totalità dello stato di Israele anche coinvolgendo nella lotta l’Hezbollah libanese e il suo possente arsenale missilistico.
Ma l’Iran potrebbe andare oltre: i suoi 2000 carri e i suoi 350000 effettivi potrebbero tentare di occupare militarmente la parte meridionale dell’Irak e lo stesso Kuwait, minacciando direttamente il territorio saudita e quindi sfidando ad una guerra di terra nel deserto gli Stati Uniti e i suoi alleati arabi. Uno scenario che confligge profondamente con tutta la recente dottrina militare americana che non prevede più l’utilizzo di massicce forze militari di terra nella regione mediorientale. Una simile mossa potrebbe mettere in seria difficoltà il presidente americano che dovrebbe indossare la divisa militare e prepararsi ad una sanguinosa guerra a poco più di un anno dal voto presidenziale americano. L’Iran possiede la capacità per un simile intervento di terra, ed è proprio su quel fronte che Teheran potrebbe confrontarsi in maniera meno impari con gli americani che indubbiamente controllano in maniera netta il cielo ed il mare della regione.
La macchina bellica americana sarà pronta al transito della portaerei Lincoln a partire dal 17 maggio prossimo, ed è a quella data che noi da oggi iniziamo a guardare.

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