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Il ruolo futuro delle truppe italiane in Libia

Il ruolo futuro delle truppe italiane in Libia

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Truppe di pace? Forza di interposizione? Osservatori? C’è molta confusione nell’esecutivo italiano e all’interno dello stesso arco parlamentare quando si affronta l’argomento del possibile invio di un contingente militare in terra di Libia (e non solo 3-400 uomini atti a gestire un ospedale da campo e garantire la sicurezza di alcuni punti chiave per gli interessi italiani). Prima di tutto dobbiamo registrare la posizione all’interno del governo dove il Ministro degli Esteri appare possibilista riguardo l’invio di truppe di Roma, mentre il Presidente del Consiglio intende inviare i nostri uomini “solo con la massima garanzia per la loro sicurezza”. E già su questo punto si potrebbe aprire un’ampia discussione. Cosa significa “garanzia di sicurezza” per un contingente militare? Va da sé che se sussiste la necessità (o il desiderio) di inviare truppe militari e non i volontari della protezione civile (con tutto il rispetto e l’amicizia che abbiamo per i colleghi della protezione civile nazionale), è evidente che non esiste e non può esistere una “garanzia di sicurezza”, allora perché invocarla? Ma non è questo il punto focale della nostra analisi odierna, bensì vogliamo evidenziare il ruolo che dovrebbero avere le nostre truppe e il compito che invece NON dovranno avere.

Per prima cosa il ruolo che NON dovranno avere i nostri uomini: NON dovremo essere messi a guardia di un accordo deciso, firmato, organizzato e concordato da Putin ed Erdogan con la benedizione di Angela Merkel. Se questi tre paesi hanno intenzione di somministrarci a Berlino un accordo che tutela i LORO interessi nazionali, lasciando a noi le briciole del gas naturale libico (senza veramente avere il controllo politico degli approvvigionamenti energetici, e ricattandoci con i flussi migratori) possiamo e dobbiamo dire ai tre soggetti in questione che i nostri uomini non saranno la carne da cannone utile alla gestione dei LORO accordi. Se Berlino vuole gestire la questione in Libia riesumi Rommel e spedisca panzer e fanteria sul teatro libico con il ruolo che meglio preferiscono, osservatori, forze di pace o forze di interposizione, ma non devono nemmeno immaginare che per un minimo di “flessibilità sui conti” o per 2 miliardi in più dal fondo per il Green Deal l’Italia si possa mettere al loro servizio. Stesso identico discorso vale per Erdogan, che alla fine non ha mandato in Libia nessun corpo di spedizione militare, o per Putin che non dispone delle risorse logistiche necessarie alla gestione di qualcosa che vada oltre le compagnie della Wagner. Questi semplici concetti dovrebbero essere espressi con una cortese inamovibile certezza ad ogni incontro sulla Libia, esso si svolga a Berlino, a Mosca, ad Ankara o a Palermo.

Quindi che ruolo per i nostri uomini in Libia? Certamente non quello di meri osservatori. Non servono i militari per osservare la devastazione di una guerra civile che è combattuta senza regole, non certo come forza di interposizione (Peace Enforcement) in quanto saremmo bersaglio delle tribù a noi ostili, nemmeno come peacekeepers, alla luce della situazione sul terreno e l’ampiezza della linea di contatto tra le due fazioni in lotta, sarebbe necessario un contingente di circa 30000 uomini per assolvere questo compito in maniera completa e con speranza di essere veramente una forza in grado di esercitare deterrenza. Ma per essere credibili ed esercitare deterrenza servono regole di ingaggio cristalline, così come chiara deve essere la catena di comando; una catena di comando diretta e che non ripeta gli errori e gli orrori del passato come già troppe volte le missioni ONU ci hanno mostrato ovunque nel mondo. Poi serve la volontà politica del governo di Roma di impiegare veramente lo strumento militare anche per colpire duramente e senza sconti chiunque violi le regole del cessate il fuoco mettendo in pericolo civili, di qualsiasi parte, o le truppe che dovessero presidiare la regione. Cari amici, leggendo anche solo queste poche righe avete già compreso che il nostro governo non ha la forza e la determinazione per utilizzare lo strumento militare in caso di necessità e quindi anche i nostri avversari ed i nostri nemici lo hanno ben compreso. Alla luce di questi fatti il nostro contingente in Libia, se mai dovesse essere inviato nel marasma di una forza europea, dovrebbe limitarsi a controllare e presidiare la zona di Misurata e la aree dove sorgono i principali hub energetici di ENI, lasciando il pantano di Tripoli e i pattugliamenti della via litoranea a chi oggi, quando tutto è perduto, e non 6 anni fa, decide di inviare forze militari sul campo. Questa in estrema sintesi la nostra idea di un’eventuale missione militare in Libia, nessuno si sogni di mandare oggi, senza un obiettivo chiaro e una scelta di campo netta accompagnata da regole di ingaggio chiare e da una catena di comando efficiente i nostri ragazzi a morire nella sabbia del deserto dove già piangiamo gli eroi della Folgore e della Ariete caduti sul campo dell’onore anche a causa dell’ignoranza e dell’impreparazione dei vertici politici e militari italiani dell’epoca. Non abbiamo nessuna voglia di attendere che da Roma qualcuno scelga di non decidere mentre una nostra unità si venisse a trovare dinanzi a forze nemiche superiori e l’unica soluzione per aiutarli sarebbe un’azione di bombardamento aerea o marittima che potrebbe non andare troppo per il sottile. Chi ha voglia di avventure militari in Libia per dire al prossimo tavolo europeo “io c’ero” ricordi questo editoriale prima di prendere in considerazione l’invio dei nostri sulla “quarta sponda”.

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