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Il vero volto del Jobs Act

Il vero volto del Jobs Act

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Andiamo subito al cuore della questione: quanto sta accadendo al mercato del lavoro italiano non stupisce e anzi era ampiamente previsto. Inutile lanciarsi in contorte elucubrazioni: il Jobs Act unitamente agli sgravi fiscali previsti per le assunzioni a tempo indeterminato stanno generando esattamente quello che ci si aspettava generassero. Detto questo, ora andiamo con ordine ed esaminiamo il fenomeno.
Come sappiamo gli sgravi contributivi, varati a inizio 2015, sono stati ridotti del 40% a partire da 2016, difficile dunque immaginare che il (debole) trend positivo delle assunzioni a tempo indeterminato continuasse a crescere. Anzi, non appena decurtati gli sgravi le assunzioni sono subito precipitate, arrivando a registrare il -32,9% (gennaio – agosto 2016 vs 2015). L’aspetto ancor più significativo, se non drammatico, è che in termini assoluti le assunzioni nel 2016 siano addirittura inferiori al 2014 (anno in cui non vigevano ancora nè il Jobs Act nè gli sgravi): 805mila nel 2016 e ben 866 nel 2014 (pari al -7%).
A completamento di questo desolante quadro, bisogna aggiungere che nei primi 8 mesi del 2016 il totale delle assunzioni con sgravi ammonta solamente ad un terzo del totale di assunzioni e trasformazioni a tempo indeterminato.
Veniamo adesso al punto, secondo noi, più interessante ed importante della vicenda: i licenziamenti. Nei primi 8 mesi di quest’anno sono cresciuti del 28%. Si tratta di licenziamenti per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo, in altre parole si tratta di quei licenziamenti che hanno avuto la strada spianata con l’approvazione del Jobs Act e l’eliminazione dell’articolo 18. Sia chiaro, ci vorrà ancora qualche mese per comprendere a fondo la tendenza effettiva, ma già fin d’ora possiamo fare alcune riflessioni. Le assunzioni avvenute a partire dal 2015 e che hanno usufruito degli sgravi sono tutte soggette alla nuova legislazione in materia contrattuale. Come avevamo anticipato ormai un anno e mezzo fa, il timore principale era un boom di assunzioni per poter usufruire degli sgravi e di un conseguente boom di licenziamenti nel giro di 18 / 24 mesi (a fronte del pagamento di una piccola indennità al lavoratore). E’ quanto, temiamo, stia già avvenendo: essendo formalmente scomparsa la reintegra, le aziende non corrono più alcun rischio e possono troncare in modo piuttosto indolore gli ultimi arrivati (per i quali hanno ricevuto sgravi, però).
Non ci consola il fatto che tra le varie proposte inserite nel DEF vi sia il ritorno di nuovi sgravi contributivi per le nuove assunzioni. La lezione che possiamo apprendere dagli ultimi due anni è che il lavoro non si crea attraverso una legge, semmai è vero che le leggi possano creare ambienti favorevoli all’instaurazione di un mercato del lavoro più solido e resiliente.
Non ci consola nemmeno il fatto che i voucher stiano crescendo a dismisura (+35.9% da inizio anno). Ci chiediamo a quale tipo di mercato del lavoro stiano pensando i nostri legislatori: precariato diffuso, mini jobs e cos’altro? La crisi economica viene da lontano e affonda le proprie radici in questioni complesse e diverse, sicuramente il mercato del lavoro è una delle vittime che più sta pagando il conto (soprattutto nel sud Europa). La ricetta per una soluzione stabile e duratura è molto difficile da trovare, tuttavia possiamo affermare che non è attraverso la ricerca di ulteriore flessibilità (intesa come polverizzazione delle carriere lavorative) che raggiungeremo una riduzione sostanziale della disoccupazione giovanile e non solo.

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Econ1 Analista economico, si occupa principalmente di temi macroeconomici, Europa, Cina, Cinafrica. Economia dello sviluppo e temi di economia ambientale. Contattabile via mail (in calce).

Comment(1)

  1. Nella mia breve esperienza, posso dire che il lavoro si crea solo con nuovi investimenti che derivano naturalmente dalla creazione di nuovi business models. Ciò si può fare solo attraverso l’innovazione. Ma il luogo in cui l’innovazione nasce, e cioè in università, non ci sono fondi e anzi vengono ridotti di anno in anno. L’Italia investe in media lo 0,9% del PIL in ricerca, contro il 2-3% di Paesi come la Germania e la Svezia. I problemi sono noti, non è chiaro però perché non si agisce.

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