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La Geopolitica dalla prospettiva Italiana: Intervista al Generale Marco Bertolini

La Geopolitica dalla prospettiva Italiana: Intervista al Generale Marco Bertolini

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Ospitiamo oggi un’intervista al Generale Marco Bertolini, Militare Italiano, Ardito Incursore Paracadutista, Ufficiale che ha vissuto in prima persona le più importanti missioni militari internazionali. Dopo il suo congedo dal Comando Operativo di Vertice Interforze, si è reso disponibile a rispondere ad alcune domande riguardanti la situazione geopolitica internazionale, con lo sguardo rivolto alla prospettiva italiana.

Geopoliticalcenter: L’era della deterrenza come garante della pace nell’emisfero settentrionale sembra essere conclusa. Quale strumento oggi può essere in grado di, se non garantire, tutelare il nostro paese in un panorama mondiale disgregato e dove il pacifismo tout court sembra essere l’unica risposta degli ultimi governi della Repubblica? 

Gen. Marco Bertolini: La deterrenza era la “polverina magica” della guerra Fredda, quando la consapevolezza della capacità avversaria di risposta al primo colpo con altri colpi altrettanto micidiali, impediva ai due schieramenti (NATO e Patto di Varsavia) di venire alle mani. In quel contesto, il “bottino” di una eventuale guerra nucleare tra i due schieramenti era rappresentato da quello che sarebbe rimasto di un’Europa “vetrificata” a suon di bombe nucleari lanciate da entrambi. Con la fine della Guerra Fredda si è aperta per la NATO una stagione nuova, caratterizzata dalla speranza che la Russia come superpotenza fosse finita e con la conseguente ricerca di un ruolo nuovo per la NATO che, da “agenzia” di difesa dell’Europa occidentale si è investita del ruolo di esportatrice del modello statunitense nel resto del mondo.

Così facendo, però, si sono innescati movimenti di opposizione, soprattutto nel mondo arabo più restio ad accettare l’omologazione, e si è aperta la strada alle guerre asimmetriche, nelle quali alla iper-tecnologia statunitense ed occidentale si oppongono tecniche operative che non prevedono il semplice rischio della vita per chi le adotta, ma la certa perdita della stessa, anche nel caso di successo. Ovvio che chi dimostra una tale indifferenza per la propria sopravvivenza (e per chi gli sta attorno) non è sensibile a minacce alla propria incolumità.

Vorrei fare un’osservazione, al riguardo, sul termine Kamikaze spesso usato nei loro confronti: durante la seconda guerra mondiale, i veri kamikaze erano giovani giapponesi educati ai valori dell’onore militare che probabilmente in situazioni ordinarie non avrebbero fatto male a una mosca e si sarebbero limitati a comporre versi sulla caducità del fiore del ciliegio, su elegantissimi fogli di papiro. Solo la disperazione, l’onore familiare e la totale subordinazione ad un Imperatore-Dio li spingeva al supremo sacrificio. Nonostante questo contesto complessivo tutt’altro che ignobile vennero dipinti dalla cinematografia statunitense del dopoguerra come dei mostri fanatici e sanguinari, resi ciechi dall’odio. Le ragioni di questa incapacità di accettarne la nobiltà, riconosciuta invece più “tranquillamente” in Europa, era proprio dovuta alla scelta di un sistema di lotta che si dimostrava insensibile nei confronti della “deterrenza” statunitense e di tutto il mondo anglosassone in generale, e che conseguentemente avrebbe potuto minimizzare i vantaggi della sua strapotenza.

Insomma, la deterrenza funziona se riesce a innescare paura. Chi paura non può sentire, perché non attribuisce valore alla propria vita, è ad essa insensibile.

 

Geopoliticalcenter: Afghanistan: la presenza militare internazionale in Afghanistan è stata determinante per dare la possibilità ad un paese da sempre in guerra di ricercare una via per un equilibrio interno non basato unicamente sulla forza delle armi. Tra i molti contingenti impegnati i nostri soldati hanno dato ancora una volta prova di coraggio e professionalità. Ora la sicurezza del paese dovrebbe gradualmente essere presa in carico degli stessi Afghani. Tuttavia è nostra opinione che una presenza militare nel paese sarà necessaria ancora per molti anni. Questo sforzo sarà supportato per il tempo necessario? E secondo la sua opinione quel paese potrà trovare un equilibrio senza l’ingerenza straniera, anche alla luce della posizione geografica, strategica, ma che comunque lo rende dipendente dai vicini per i collegamenti con il resto del mondo?

Gen. Marco Bertolini: Gli Stati Uniti non lasceranno mai l’Afghanistan, data la sua posizione strategica per controllare da sud la Russia putiniana, da est l’eterno nemico iraniano e da ovest la Cina e due potenze nucleari di non poco conto come India e Pakistan. E’ insomma una pietra di inciampo per tutti questi che verrà sempre valorizzata a tal fine. Quanto alla Comunità Internazionale ed all’Italia, non c‘è dubbio che manterremo la presenza militare fin quando sarà richiesto dagli Afghani e dagli US stessi, come provato dal recente summit NATO che ha confermato la continuazione dell’operazione Resolute Support per tutto il 2016. Credo che continueremo anche dopo, vista la costante vitalità dell’opposizione talebana, alla quale si aggiunge ora una crescente presenza di ISIS in varie parti del territorio.

Gli afghani sono ottimi combattenti, ma continueranno ad avere bisogno di supporto militare fino a quando non saranno in grado di esercitare un efficace sfruttamento militare della terza dimensione.

 

Geopoliticalcenter: Libia: in Libia abbiamo scelto di non scegliere una delle fazioni in lotta per il potere ma di “crearne” una ex novo (il governo di Serraj), che però di fatto non gode né del favore della popolazione, né della forza politica e militare necessaria a controllare anche una sola parte della Libia. Nella scorsa estate dalle nostre pagine auspicavamo un accordo con l’Egitto per stabilizzare il paese e utilizzare le infrastrutture libiche per trasportare in Europa il gas naturale dei giacimenti presenti nel mediterraneo orientale tra lo stesso Egitto, Israele, Cipro e la Turchia. La scelta invece è stata di andare allo contrapposizione con l’Egitto. A suo personale avviso il piano italiano di non cercare un accordo con Il Cairo può avere successo?

 

Gen. Marco Bertolini: Ritengo incomprensibile e assurda questa contrapposizione con l’Egitto, l’unico Paese che si oppone seriamente all’espansione di ISIS nel nord Africa. Sicuramente non è una contrapposizione funzionale ai nostri interessi di paese più esposto nel Mediterraneo, e destinato a rimanerlo anche in futuro, per ragioni anche solo banalmente geografiche. Abbiamo, al contrario, l’esigenza di trasformare la nostra esposizione in un valore aggiunto e non in un ulteriore motivo di preoccupazione e di debolezza, come sta accadendo ora. Se speriamo che l’Egitto si pieghi alle nostre pretese, stiamo freschi. E non ci guadagneremo né noi né loro.

 

Geopoliticalcenter: Libano (degli ultimi anni): il nostro paese è parte di una missione internazionale che nel 2006 è stata determinante per evitare una lunga guerra nella regione. Negli ultimi anni tuttavia questa missione sembra aver perso gran parte del suo significato e numerosi report sulle fonti Open indicano che le milizie sciite, violando le risoluzioni delle Nazioni Unite, hanno nuovamente militarizzato l’area. Ha ancora senso la nostra presenza in UNIFIL?

 

Gen. Marco Bertolini: L’Italia si è resa protagonista di un’operazione di interposizione efficacissima nel 2006, che ha veramente interrotto le ostilità e consentito il ritiro delle forze israeliane dal territorio libanese. Attualmente quella di UNIFIL è una storia di successi, se è vero come è vero che nel punto di frizione più delicato di tutta la regione la situazione è calma come in nessun’altra parte del Vicino Oriente. Merito questo delle forze ONU, ma anche di tutte quelle che in tale area sono stanziate, tra cui Hezbollah. Questo, in particolare, non c’è dubbio che continua a confermarsi una importante realtà politico-sociale e militare libanese, molto radicata soprattutto nel Libano del sud e nella valle della Bekaa. E’ una realtà guidata da un Capo, Nasrallah, estremamente accorto e prudente, molto attento a non favorire escalations che porterebbero velocemente il Libano fuori controllo, vista l’indeterminatezza politica che da più di due anni impedisce addirittura di eleggere il Presidente della Repubblica. Insomma, non pare essere il “tanto peggio tanto meglio” il credo degli sciti del movimento di Hezbollah, nonostante sia pesantemente impegnato in Siria a fianco di Assad e, allo stesso tempo, efficacemente contrastato da Israele che non si perita di colpirlo in Siria ogni qual volta che può.

Che si tratti di qualcosa di diverso da un semplice movimento terrorista, come qualcuno lo vorrebbe far passare, è provato da questa prudenza politica, ma anche dalla capacità militare che ha dimostrato coi successi nell’ambito della “coalizione” filo-Assad, capace di esaurire la spinta iniziale di ISIS e di Jabat Al Nusra e di liberare importanti settori di territorio siriano, tra cui la spesso dimenticata Palmira.

In Libano, effettivamente, Hezbollah continua a rappresentare una forza tutt’altro che trascurabile e temibile per Israele, anche se non si rende protagonista di attacchi contro lo stesso da molto tempo. Quest’ultimo, d’altronde, esercita un controllo serrato nei confronti di Hezbollah mediante continue violazioni dello spazio aereo libanese con propri velivoli da ricognizione e da combattimento, dimostrando di considerarlo, per se stesso, una minaccia peggiore del radicalismo islamico che sta massacrando il Medio Oriente. Che le fonti aperte non si soffermino sufficientemente su questi aspetti non sorprende.

 

Geopoliticalcenter: Siria: Nelle ultime settimane stiamo assistendo al sempre più massiccio intervento di miliziani sciiti dello Hezbollah nelle regioni chiave del Paese. Tenendo conto della situazione tutt’altro che stabile in Libano e delle cospicue perdite al fronte possiamo affermare che l’organizzazione libanese si stia giocando molto in terra di Siria. Nel caso in cui la guerra civile terminasse con esito favorevole alla corrente sciita Lei come pensa reagirà Israele, tenendo conto del massiccio afflusso di armi che dall’Iran si travasa ogni giorno negli arsenali dello Hezbollah e della presenza iraniana, che a quel punto, sarebbe stabilmente a due passi dai confini dello Stato Ebraico?

 

Gen. Marco Bertolini: Hezbollah sta pagando un prezzo salatissimo alla guerra scatenata da ISIS e dalle potenze che lo appoggiano in Siria. Lo si può dedurre dai numerosi manifesti funerari esposti per le strade libanesi che commemorano la morte di tantissimi giovani partiti per la vicinissima Siria. Non c’è dubbio che dagli esiti di questa guerra dipende l’equilibrio di tutto il Libano, vista la rilevanza istituzionale (costituzionale) che la comunità scita che in Hezbollah si riconosce ha nel paese, assieme alle comunità cristiane e sunnite (e druse). Il problema, in altre parole, è il contrario: cosa succederà in Libano se per caso Assad (e con lui la coalizione russo-iraniana-hezbollah) venisse sconfitto? Chi controllerà i porti sul Mediterraneo dai quali potrebbero partire milioni di profughi per le nostre coste, chi controllerà il Libano? Da quello che succederà in Siria, insomma, vedremo cosa succederà nel Paese dei Cedri, ma non solo. Il vero interrogativo, a questo punto, rimane Israele che fino ad ora non ha preso parte alla guerra della Comunità Internazionale contro ISIS, evidenziando invece una palese preoccupazione nei confronti di Hezbollah e degli Iraniani, capaci anche di attirarsi la simpatia di larga parte del mondo occidentale, irritato dall’incomprensibile mancanza di risolutezza statunitense contro quella che viene percepita da noi come la minaccia principale.

Speriamo che Israele scelga di riconoscersi nei nostri interessi. Ma non c’è da giurarci.

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Comment(2)

  1. Grazie per aver reso chiaro anche a civili senza alcuna minima competenza militare concreta qualche minimo lineamento sul fronte geopolitico generale.
    Da studentessa universitaria di scienze (che hanno reso invece ideologia fanatica di parte o altro) per la cooperazione internazionale mi sono ritirata salvaguardandomi da un rapimento o una morte repentina o dall’affanno di trovarmi in territori pericolosi per l’inesperienza e la giovane età che solitamente si ha quando si parte per missioni con ONG o centri di ricerca, e credo che il governo italiano abbia la responsabilità di frenare le partenze improvvisate e di rendere i nuovi mestieri che sorgono in questi anni parificati in dignità, decoro, protezione e aiuti statali a quelle antiche come il medico, l’architetto, l’ingegnere. Albi, assicurazioni, sistemi pensionistici, esclusività nel poter parlare come esperti di tematiche specifiche (la scienze del governo non è meno precisa che la medicina).
    Menti brillanti e cuori puri al lavoro per alzare il livello generale…

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