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La nuova via della seta: un cavallo di Troia della Cina

La nuova via della seta: un cavallo di Troia della Cina

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La nuova via della seta, sicuramente ne avete sentito parlare, e se ne avete sentito parlare è stato per elogi e auspici di crescita e prosperità. Quello che però non vi hanno detto è che in questa via fatata, priva di dazi e barriere, gli auspici di crescita e prosperità sono per la Cina e non per il nostro paese o per il nostro continente.
Ma cosa è la nuova via della seta? Si tratta di un progetto politico-commerciale ed infrastrutturale funzionale a permettere alle merci cinesi di raggiungere capillarmente ogni angolo dell’emisfero settentrionale, con l’esclusione degli Stati Uniti.
La via della seta prevede due grandi direttrici, una prima terrestre che punta a raggiungere tutta l’Asia, incluso il Medio Oriente, e la parte più orientale dell’Europa geografica, utilizzando quasi esclusivamente corridoi ferroviari ad alta capacità per le merci, ed un progetto di una linea passeggeri ad alta velocità. La seconda direttrice è marittima e prevede scali su tutte le coste asiatiche, nel corno d’Africa, in Egitto e nel Mediterraneo, in Grecia e in Italia.
La Cina prevede in investire centinaia di miliardi di dollari in questo progetto e solo per la parte “politico-pubblicitaria” ha stanziato l’incredibile cifra di 40 miliardi di dollari, funzionale a organizzare eventi, conferenze e incontri con stampa ed analisti strategici al fine di persuadere l’opinione pubblica europea della bontà del progetto in essere.
A nostro avviso la nuova via della seta non è altro che il nuovo strumento del globalismo Made in China funzionale a ridurre l’Europa ad un continente completamente deindustrializzato, cliente obbligato delle fabbriche cinesi e, a lungo termine, condannato ad entrare nell’area di influenza economica di Pechino. Questa via della seta da alcuni dei pasdaran filo-cinesi è stata addirittura paragonata al piano Marshall americano, un’occasione per creare ricchezza e benessere. Esiste però una grandissima differenza tra il piano Marshall americano e la via della seta cinese. Il piano di Washington puntava a far ripartire le economie e le industrie di una Europa devastata dalla guerra, l’idea cinese è invece quella di aprire canali commerciali a senso unico capaci di veicolare con la massima efficienza possibile tutti i beni che la grande fabbrica cinese costruisce a prezzi imbattibili, se confrontati con i costi della nostra manodopera e della nostra legislazione sul lavoro. In Cina non esistono sindacati, non esiste una normativa di sicurezza stringente come da noi, non esistono diritti diffusi per i lavoratori, non esiste una normativa ambientale paragonabile alla nostra. Questi elementi fanno sì che il prezzo della produzione cinese sia inarrivabile per le nostre imprese. L’unica difesa da questa attività ostile cinese sono i dazi commerciali, finalizzati a bilanciare le pratiche scorrette messe in atto dal regime neocomunista cinese.
Nei dazi commerciali, non importando la Cina dal nostro paese se non una minima frazione di quanto esportato, non inciderebbero in nessuna misura sulla nostra economia la cui ripresa produttiva sarebbe invece stimolata dalla possibilità di confrontarsi su un mercato riequilibrato proprio dai dazi commerciali.
Al contrario permettere ai cinesi una penetrazione senza barriere all’interno del nostro continente, offrendo i nostri porto come terminal per le spedizioni cinesi ci condannerà ad essere presto dei clienti senza potere della Cina. Una volta interrotta la catena produttiva dell’alluminio, dell’acciaio e della chimica non potremo fare altro che assoggettarci alle scelte di Pechino in tema di quantità e di prezzi. Non disponendo più di un sistema produttivo completo e semiautonomo, saremo domani schiacciati dal volere dei cinesi così come oggi siamo schiacciati dal volere dei tedeschi in campo economico e dal volere dei francesi in campo politico.
La nuova via della seta è un moderno cavallo di Troia che minaccia la base stessa del nostro tessuto economico-produttivo e le fondamenta stesse della nostra residuale indipendenza.

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