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La rivolta in Egitto un possibile esempio per la Turchia

La rivolta in Egitto un possibile esempio per la Turchia

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Egitto e Turchia, due stati che si sono avvicinati moltissimo negli ultimi 18 mesi, due stati che hanno condiviso la visione di un partito islamico di governo, e due partiti islamici che hanno cercato di ascoltare il meno possibile l’opposizione, mentre passo dopo passo, giorno dopo giorno, scardinavano i principi di uno stato laico.
A differenza dell’Egitto il governo islamista di Erdogan ha operato negli ultimi otto anni per rinnovare completamente i vertici delle forze armate, ha arrestato decine di generali e ha imposto molti dei suoi uomini nei posti chiave della catena di comando dell’esercito.
La Turchia però negli ultimi mesi ha visto nascere movimenti di protesta che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone in tutto il paese, uomini e donne che hanno sfidato la repressione del governo utilizzando come simbolo un parco di Istanbul, il parco Gezi, che il governo voleva eliminare e dove sarebbe dovuta sorgere tra le altre cosa una imponente moschea.
La rivolta ad Istanbul non ha avuto successo, la polizia ha arrestato migliaia di persone, e non solo chi attivamente protestava in piazza, si è data la caccia a chi scriveva sui blog, addirittura a chi mandava messaggi su Twitter che parlavano della rivolta. La polizia ha impiegato metodi duri, cannoni ad acqua, spray urticanti, lacrimogeni e addirittura sostanza urticanti negli idranti antisommossa. La libertà di stampa è stata azzerata e i reporter stranieri presenti nelle strade spesso arrestati ed espulsi.
Ma basterà questo per fermare la rivolta?
Secondo gli analisti di GeopoliticalCenter no, secondo il nostro gruppo l’esempio delle rivolta in Egitto darà molta forza al movimento di protesta contro Erdogna e non è escluso che in caso di nuove grandi proteste e relativa violenta repressione alcuni reparti dell’esercito non scendano nelle strade al fianco dei manifestanti.
Se è vero che i vertici militari sono fedeli al governo di Erdogan, la stessa cosa non la si può affermare per i comandanti di reparto o di brigata. La maggior parte di questi ufficiali non vede di buon occhio l’operato del governo e potrebbero non tollerare una repressione violenta per le strade si Istanbul.
Istanbul dove la rivolta cova ancora sotto la cenere e della quale Erdogan incolpa non meglio specificate potenze mondiali e la galassia sionista. Accuse queste che stanno minando profondamente i tentativi di una riconciliazione con Israele, stato che mantiene ottimi rapporti con tutto l’ambiente militare turco.
Nessuno dovrà stupirsi durante questa estate mediorientale se ad Istanbul dovesse emergere ancora una volta un movimento di protesta formato da centinaia di migliaia di persone, molti però particolarmente nelle sedi di governo dovranno preoccuparsi seriamente se l’unico modo nel quale penseranno di gestire la situazione sarà l’uso della forza, perché quella stessa forza, sotto forma di alcuni reparti dell’esercito potrebbe cambiare improvvisamente l’assetto politico della Turchia.

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photo by: eser.karadag
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