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Marò bisogna esigere il processo in Italia

Marò bisogna esigere il processo in Italia

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Questo post è stato è stato pubblicato il giorno 13 gennaio, prima che si innescasse quell’azione internazionale che oggi apre la strada ad una speranza di giustizia per i nostri Fucilieri di Marina, lo riproponiamo oggi perché lo vediamo come argomento di stretta attualità
Esiste una caratteristica che contraddistingue le azioni in politica estera del governo italiano, una peculiarità che sta mettendo in pericolo le alleanze strategiche di medio e lungo periodo dell’Italia e che oggi mette in pericolo la vita dei nostri due Marò prigionieri in India, questa caratteristica è l’approssimazione.
L’approssimazione che ha portato i nostri due fucilieri di marina a rischiare di passere tutta la loro vita in India. E’ troppo facile continuare a ripetere che le prese di posizione della magistratura indiana sono legate alle imminenti elezioni politiche del 2014, è troppo semplice, quasi ingenuo, pensare che l’atteggiamento attendista e remissivo fin qui adottato porterà frutti nelle prossime settimane, dopo che il medesimo atteggiamento ha portato l’India a valutare l’applicazione della legge antipirateria nei confronti di militari che operavano sotto mandato delle Nazioni Unite, proprio per combattere la pirateria. Una legge che prevede per l’omicidio in mare la pena capitale, ed è proprio in vista di una richiesta simile che la magistratura indiana vorrebbe “riprendere la gestione della custodia” (un eufemismo per dire di voler rimandare in carcere) dei nostri Marò.
A questo punto l’Italia però non ha opzioni positive a disposizione, l’Italia ha solo cattive opzioni. Apparentemente a questo punto l’unica scelta possibile è trattenere i nostri Marò all’interno dell’ambasciata italiana a New Dehli, una scelta che andrà probabilmente presa alla fine di questo mese quando la corte indiana potrebbe convocare in tribunale i nostri soldati per poi ordinarne la carcerazione.
Mantenere questa linea non sarà semplice e richiederà una fermezza esemplare. L’india potrebbe attuare ritorsioni economiche e andare anche oltre, mettendo in discussione l’extraterritorialità della nostra sede diplomatica, oppure come già accaduto in passato limitare gli spostamenti del nostro ambasciatore in India. Per questo motivo l’Italia dovrebbe agire in anticipo rispetto a questo scenario, coinvolgendo gli alleati in primis l’Unione Europea, una istituzione in grado di esercitare forti pressioni nei confronti di New Delhi, in seconda istanza gli Stati Uniti i quali hanno concesso ad una diplomatica indiana accusata di reati fiscali di rientrare in India invece che subire il giudizio della magistratura americana.
Questo episodio, che evidenzia il doppio standard degli indiani, andrebbe accuratamente sottolineato in ogni sede possibile sia ufficialmente che attraverso canali secondari. L’Italia ha dato molto alle Nazioni Unite in questi anni e sempre l’Italia ha dato molto agli Stati Uniti dagli anni 90 fino ai giorni nostri. In compenso gli Stati Uniti non hanno aiutato il nostro paese nel momento del bisogno. L’amministrazione americana di Obama ha disdetto tutti gli ordini nel comparto difesa che erano stati commissionati ad industrie italiane, siamo stati messi in difficoltà nella gestione delle risorse energetiche della Libia, siamo stati tenuti in disparte nei grandi temi geopolitici mondiali. Ora è il momento per gli Stati Uniti di dimostrare al popolo italiano che la nostra alleanza non è una sudditanza italiana nei confronti degli Usa. Ora è il momento per l’America di un gesto concreto, un gesto che riporti a casa due uomini processati ingiustamente. Perché quello che chiede l’Italia non è la liberazione senza condizioni dei Marò. L’Italia, giustamente, chiede che in linea con la convenzione sul diritto del mare (Convenzione di Montego Bay) sottoscritta anche dall’India, i nostri militarti vengano giudicati da un tribunale italiano, paese nel quale è registrata la petroliera Enrica Lexie dove erano in servizio i nostri militari.
Tutte le congetture riguardanti il fatto se siano stati i nostri soldati ad aprire il fuoco contro gli indiani poi rimasti uccisi e il fatto delle reali attività degli indiani uccisi, sono a nostro avviso in questa fase elementi secondari.
La parte fondamentale è che l’India non ha giurisdizione in materia, che gli organismi internazionali si esprimano, che il consiglio di sicurezza voti una mozione a tutela della convenzione di Montego Bay e del diritto internazionale, perché il comportamento di New Delhi rischia di porre in essere un precedente pericoloso riguardante le prossime contese internazionali riguardante i principi fissati dalla Convenzione di Montego Bay, che rischia concretamente di diventare un lacero documento senza più valore, aprendo la strada a conflitti per il controllo delle risorse marine, pensate ad esempio alle richieste della Cina.
Nessuno deve essere lasciato indietro, e nessuno deve essere sacrificato nel timore di uno scontro con gli indiani. Quei due ragazzi rappresentano una Nazione, la nostra e l’intera Europa. Se l’Unione Europea e l’Italia vogliono dimostrare di non essere solamente due strutture burocratiche ma due istituzioni degne di fiducia e dotate di coraggio devono riportare a casa questi due ragazzi e processarli senza sconti e senza pregiudizi dove indica la legge internazionale: in ITALIA

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