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Salvatore Girone un militare italiano ostaggio dell’India

Salvatore Girone un militare italiano ostaggio dell’India

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Sono passati quasi tre anni ormai da quando i nostri due fucilieri di marina Salvatore Girone e Massimiliano Latorre sono stati fatti sbarcare su suolo indiano con l’inganno e successivamente, contro ad ogni norma del Diritto Internazionale, posti in stato di arresto con l’accusa di omicidio.
Riferendoci alla detenzione dei nostri due militari, in missione sotto l’Egida delle Nazioni Unite nell’ambito della lotta internazionale alla pirateria, abbiamo sempre parlato di prigionia, perché fino a poco tempo fa di questo si trattava. I nostri militari non erano e non sono ne ospiti della nostra Ambasciata, ne sono trattenuti come spesso si a ostinano a dire spesso i media tradizionali. I nostri due soldati erano prigionieri.
Ma ora il loro status è cambiato e non in meglio, ora infatti Salvatore Girone è un ostaggio nelle mani di una nazione ostile. Cerchiamo di spiegarci.
Tutto è cambiato quando il collega di Girone, Massimiliano Latorre, è stato colpito da un ictus cerebrale. In seguito alla grave malattia, certamente in parte determinata dalla situazione di forte e costante stress, il nostro fuciliere di marina è stato riportato “temporaneamente” in Italia per le cure del caso, cure che si completano solamente con la riduzione di quel costante stress che i nostri uomini vivono da 33 mesi.
Mentre Latorre tornava in Patria, Girone restava prigioniero in India. A Natale fu negata al fuciliere la possibilità di rientrare per alcuni giorni in Patria. Oggi si apprende, direttamente dal ministero degli interni dell’India, che Girone non è stato fatto tornare per pochi giorni in Italia in quanto “egli rappresenta la miglior garanzia per il ritorno in India di Massimiliano Latorre”. Ecco, oggi il nostro Marò si è trasformato da prigioniero in ostaggio. E solo le nazioni ostili prendono in ostaggio cittadini di un’altra nazione.
Dinnanzi a queste dichiarazioni dell’India, nessuno in Italia ha lavato una voce, il ministero degli esteri non ha espresso nessuna protesta, il capo dello stato non ha effettuato alcuna dichiarazione.
Pensare ancora oggi, che la via del dialogo possa avere successo con gli indiani è un atteggiamento quantomeno naia, per non scrivere di peggio.
Con la tattica della dilazione, della negazione della verità, delle trattative con interlocutori senza potere che sono starti mandati a negoziare con i nostri inviati, l’India ha ottenuto di fatto di condannare alla prigionia i nostri militari senza tenere nemmeno un processo, perché essi non hanno la giurisdizione per tenere detto processo.
Il nostro governo deve adire oggi, non tra un mese o tra un anno, all’arbitrato internazionale ONCLUS e coinvolgere il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla vicenda. Abbiamo il dovere di richiedere una riunione del Consiglio di Sicurezza, chiamando l’India a rispondere delle proprie mancanze e degli abusi da esse effettuati. Dobbiamo chiamare la Comunità Internazionale a difendere la Convenzione sul Diritto del Mare e chiamare ogni paese che siede al Consiglio di Sicurezza a prendere una posizione chiara, non possiamo che avere successo in quella sede. Così non fosse e qualche nazione ponesse il Veto per compiacere l’India, in qual momento sapremo chi sono i nostri amici e chi i nostri nemici.
Se restiamo paralizzati dalla paura di mettere in evidenza che l’Italia è isolata sul piano internazionale e non agiamo nelle sedi appropriate solo per non mostrare la nostra debolezza compiamo u doppio errore.
Se le Nazioni Unite ritengono l’Italia un inutile staterello al centro del mediterraneo ne prenderemo coscienza e ritireremo i nostri soldato i che servono sotto il comando unificato del Palazzo di Vetro; gli atti forti e concreti sono le uniche determinazioni che la Nazioni Unite sembrano comprendere, muoviamoci in quella direzione.

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Comment(1)

  1. Un pensiero ai nostri fratelli. Poi i rappresentanti politici tutti si dovrebbero sputare in faccia da soli per come riescono a umiliare il proprio paese e la propria gente.

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