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Tutti i dubbi dell’affare Flynn

Tutti i dubbi dell’affare Flynn

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Nella tarda serata di Lunedì, il National Security Advisor dell’amministrazione Trump, Generale Michael Flynn, ha rassegnato le proprie dimissioni. La versione “ufficiale” vuole che la sua uscita di scena sia dovuta a dei colloqui telefonici intrattenuti con l’ambasciatore russo negli Stati Uniti prima dell’insediamento ufficiale del nuovo Presidente; in essi, l’allora designato Consigliere avrebbe discusso con l’ufficiale straniero della rimozione delle sanzioni contro Mosca – azione per la quale non sarebbe stato autorizzato, violando apertamente il “Logan Act”, la legge federale datata 1799 che vieta ai privati cittadini di interferire nei rapporti diplomatici per la quale nessuno è mai stato condannato. Inoltre, Flynn sembra abbia mentito al Vicepresidente Pence, spesosi in prima persona per difenderlo, riguardo le conversazioni avute – causa primaria della perdita di fiducia. Donald Trump, a proposito dell’affare Flynn, ha infatti affermato che parlare con agenti stranieri ed ambasciatori era “il suo lavoro” e che è stato dimissionato proprio per le menzogne al Vicepresidente. Dunque, sacrificato all’altare della credibilità (non è un caso la recrudescenza della posizione riguardo la crisi Ucraina e la Crimea avvenuta appena dopo). Eppure, le incognite sono plurime. Innanzitutto: l’amministrazione uscente ha, disonestamente, ostacolato la fase transitoria e con la scusa dell’hackeraggio del DNC e delle presunte interferenze favorevoli a Trump durante la campagna presidenziale – nelle cui indagini, ad oggi, non è emersa alcuna prova di coinvolgimento o cooperazione degli agenti stranieri – ha acuito la tensione con Mosca (es: l’espulsione dei 35 diplomatici russi pochi giorni prima di lasciare la Casa Bianca); Flynn potrebbe esser stato incaricato dal Presidente stesso – nonostante Trump abbia negato – (oppure agito autonomamente, dimostrando imprudenza e spregiudicatezza) di parlare con l’Ambasciatore per riparare azioni sconsiderate di Obama e favorire la de-escalation. Il che porta alla prima conclusione: Flynn sarebbe stato sacrificato per scongiurare il potenziale coinvolgimento diretto di Trump. Nonostante non si abbia certezza su tematiche e termini dei colloqui, non è difficile presupporre che si sia parlato di sanzioni; non scontato, però, che sia stato il Generale a muoversi impropriamente, facendo promesse. Se fosse stato l’ambasciatore a portare agli onori di cronaca la questione delle fatidiche sanzioni? Flynn potrebbe essersi limitato a fargli notare che il team Trump, entrando in carica da lì a poche settimane, avrebbe inevitabilmente riesaminato la politica nei confronti della Russia e, dunque, affrontato anche la materia sanzioni. Nulla di illegale né sconclusionato e ciò spiegherebbe perché il Generale avrebbe mentito a Pence – cosa per la quale, ammesso e non concesso che abbia effettivamente mentito, non avrebbe avuto ragione alcuna (la sola presenza della parola “sanzioni” potrebbe aver causato la fuga di notizia a suo danno). Se fosse stata esclusivamente colpa delle ambigue versioni fornite al Vicepresidente, ed è noto che già a fine gennaio Trump fosse venuto a conoscenza delle conversazioni, perché Flynn è stato lasciato in carica per altre due/tre settimane? Di più: è davvero credibile che nessun esponente di nessuna amministrazione entrante abbia intrattenuto telefonate con funzionari stranieri per prefigurare un ipotetico mutamento paradigmatico di politica estera? Non si vuole contestare la necessità di un efficace e funzionante apparato di intelligence e di investigazione federale; ma che l’amministrazione stessa sia oggetto di fughe di notizie da parte delle suddette agenzie di spionaggio, è inquietante. Divulgare selettivamente alla stampa i dettagli di conversazioni private intercettate dall’FBI o dall’NSA – nessuno che si sia interrogato sulla legalità delle intercettazioni effettuate a danni di un pluridecorato Generale e privato cittadino statunitense da parte del controspionaggio americano – oltre che preoccupante per la democrazia in sé e per lo stato di diritto nel sistema statunitense, costituisce un grave abuso di potere da parte del “deep state” che, evidentemente, non si è ancora rassegnato a collaborare col nuovo governo democraticamente eletto e che costituisce (tra Pentagono, Generali, Dipartimento di Stato, ex funzionari affini alla visione obamiana) la vera ossatura dell’opposizione all’amministrazione Trump. Basti pensare che alcune agenzie di intelligence si rifiutano di condividere quanto da loro appreso per evitare che Trump o membri dell’amministrazione compromettano informazioni sensibili. D’altronde, se si trattasse di un mero caso di intelligence, la fuga di notizie ha palesato ai russi qualcosa che sarebbe stato meglio non rivelare – che Washington spia, ed in modo efficace, i funzionari di Mosca; se si trattasse di un indagine per l’applicazione della legge, la fuga di notizie ha leso i diritti dei cittadini oggetto di essa; ed infatti, nonostante le ombre, inverosimile che si intenti una causa contro Flynn. Si giunge al succo del discorso, e molti analisti convengono con questa interpretazione: quello dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale è stato a tutti gli effetti un assassinio politico, perpetrato da burocrati della sicurezza nazionale – strumentalizzando a propri fini utilizzando “politicamente” gli apparati di intelligence – che non si sono fatti scrupoli per trasmettere al sistema mediatico informazioni sensibili strumentali a danneggiare della Casa Bianca ed eliminare un potenziale avversario (sinonimo di uno strisciante autoritarismo e della inoppugnabile capacità di distruggere qualsivoglia reputazione politica in un men che non si dica). Un avversario, Michael Flynn, anticonformista, arrogante, cinico, noncurante, capace di spingersi fino al limite (a volte oltre esso, tra i tanti punti deboli), estremamente critico della Comunità di intelligence nella sua interezza, di cui auspicava un profondo rinnovamento sistemico e che aveva nell’intransigenza verso il radicalismo islamico e verso l’Iran, i capisaldi del suo pensiero politico – contestualmente ad una chiara visione strategica. L’amministrazione Trump si dimostra, ad oggi, estremamente debole.

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