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Italia la stagnazione prosegue

Italia la stagnazione prosegue

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Ci dispiace moltissimo affrontare questo argomento, perchè un “ve l’avevamo detto” non suona mai bene, non è bello nè tantomeno elegante. Purtroppo però, noi l’avevamo detto. Quando il governo Letta prima e Renzi dopo, ha esultato per l’aumento di PIL pari allo 0,1%, noi mettemmo in guardia i nostri lettori dal non festeggiare troppo. Se c’è qualcosa di strano infatti, non è tanto il calo del PIL quanto l’aumento (lievissimo) registrato lo scorso mese. Ma partiamo dalla cronaca. Ieri il PIL italiano ha fatto segnare un -0,1% su base trimestrale e un preoccupante -0,5% anno su anno. E’ stato un trimestre sfortunato? E’ un trend consolidato? Nessuno può saperlo, tant’è che il consenso degli analisti era per un ulteriore lieve aumento del PIL. E invece no. Questo dovrebbe ricordare a tutti noi che le stime sui PIL sono quanto di più difficile e aleatorio possibile, in economia. Non stiamo nemmeno a elencarvi quante volte vengano riviste (al rialzo o al ribasso) le stime dei vari enti preposti. E visto che parliamo di stime, ricordiamo che l’ultima eseguita dalla UE rivede nuovamente al ribasso quella del governo italiano. Se, ripetiamo se, ci sarà crescita, comunque saremo abbondantemente al di sotto dell’1%. Però sarà già un miracolo se ci posizioneremo nella forchetta 0,5 – 0,6%. Cosa fanno i nostri partner europei? La Germania vola, il dato non de-stagionalizzato, anno su anno, segna un +2,5%: meglio delle aspettative degli analisti. La Francia è stabile sul trimestre, ma cresce su base annua. Nemmeno a dirlo lo spread è impazzito ed è schizzato di ben 30 punti base. Quest’Italia è arrotolata su se stessa, non vi sono vie d’uscita credibili al momento e quelle credibili non sono percorribili. Non è tanto la questione degli 80 euro in busta paga (siamo in periodo elettorale). Possiamo dire serenamente che la strada corretta è proprio quella di iniettare risorse e aumentare il potere d’acquisto, ma con più coraggio. Ottanta euro sono inutili, se aumentano tasse dirette e indirette. L’altra strada, quella di agire sul mercato del lavoro, invece, ci sembra totalmente pretestuosa e inutile. I nodi italiani non si trovano a livello contrattuale (nonostante il nostro mercato del lavoro sia piuttosto rigido). I problemi veri, quelli che stanno ingolfando il paese dagli anni ’80 sono la burocrazia, l’elevata tassazione dei redditi delle persone fisiche e giuridiche, la mancanza di infrastrutture degne di tale nome (la cui realizzazione peraltro contribuirebbe a far crescere il PIL) e soprattutto, soprattutto: il costo ESORBITANTE dell’energia. Uno studio condotto dal BCG ha inequivocabilmente messo in luce come il costo del lavoro in Italia non sia tra i più alti, anzi. Ci sono paesi, anche a noi vicini, che sopportano costi più elevati. Ma allora cosa rende così onerosi gli investimenti in Italia? Perchè alla fine il nostro paese è tra i meno competitivi al mondo? Perchè in nessun altro luogo al mondo la corrente elettrica costa così come da noi. Se non fosse per questo, il differenziale sulle altre voci (stipendi, produttività, altro) sarebbe all’atto pratico in linea con quello degli altri paesi occidentali. Ecco perchè, in ultima analisi e chiudiamo, è totalmente pretestuoso mettere in cima alle priorità una riforma del lavoro che avrà il pregio di rendere ancor più precario il nostro mercato. Certo, per avere elettricità a basso costo, bisogna anche produrla da fonti massive e non tanto da energie rinnovabili (eolico e fotovoltaico) che stanno affossando la bolletta elettrica di questo paese. E con essa, il mercato del lavoro, l’industria e, tirando le somme, una economia che non riesce a ripartire per totale mancanza di competitività.

Econ1 Analista economico, si occupa principalmente di temi macroeconomici, Europa, Cina, Cinafrica. Economia dello sviluppo e temi di economia ambientale. Contattabile via mail (in calce).

Comment(2)

  1. Si continuiamo a bastonare l’Asino tanto quello mica si lamenta!.
    Prima o poi arriveremo da qualche parte, il problema é che poi sarà troppo tardi per rimediare.

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