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La strage di piazza Tienanmen, Cina 1989

La strage di piazza Tienanmen, Cina 1989

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Era la primavera del 1989, un’altra primavera dopo quella di Praga e prima della primavera araba che ci accompagna da quasi quattro anni. In questa lunga primavera abbiamo assistito alla presa di posizione delle potenze mondiali sui diritti dell’uomo, sul diritto all’autodeterminazione, sul diritto alla libertà e alla democrazia. In questa situazione il ruolo cinese non è stato e non è tuttora secondario. GPC, vuole ricordare ai suoi lettori che anche la Cina fu protagonista di una “Primavera” una primavera di operai e studenti, gente comune, non borghesi arricchiti, che chiedevano al regime libertà e giustizia. Libertà di esprimersi, libertà di spostarsi, libertà di pianificare la propria vita scolastica e lavorativa, la vita della propria famiglia, il numero dei propri figli, la possiblità di fare quello che noi e voi stiamo facendo in questo momento: scrivere al mondo intero le proprie idee e poter leggere liberamente ogni scritto che l’uomo produce. In quei mesi tra l’aprile e il giugno 1989 decine di migliaia di giovani affluirono dalle campagne, uscirono dalle università, senza armi con i fiori in mano, senza esercitare alcun tipo di violenza se non occupare la piazza simbolo della Cina e del suo regime: Piazza Tienanmen.
La sterminata piazza si riempì nella primavera di decine di migliaia di studenti, essi avevano osservato quanto accadeva in Europa, come il vento della libertà soffiava tra i giovani dei regimi comunisti europei. Anche all’interno del partito comunista cinese c’era chi, come Zhao Ziyang vedeva come un fatto positivo la protesta degli studenti, un mezzo per liberarsi delle storture e dei soprusi che ogni regime dittatoriale si porta con se. In quegli anni Deng Xiao Ping a ancora in vita anche se non più formalmente alla guida del paese il suo parere fu fondamentale in quei giorni, prima di speranza e poi di sangue. Un suo uomo fidato di nome Li Peng, primo ministro del governo dopo due mesi di una rivoluzione pacifica ma che ormai si stava espandendo anche in altre zone del paese dichiarò lo stato di emergenza e la legge marziale: intimando ai manifestanti di sgombrare la piazza. Zhao Ziyang fu estromesso dalla commissione centrale del partito, la sua famiglia cadde in disgrazia.

Il Primo ministro Cinese Li Peng

Negli ultimi giorni di maggio Li Peng diede l’ordine alle truppe che presidiavano Pechino di stroncare con la forza delle armi la rivolta, ma molti ufficiali e centinaia di soldati si rifiutarono, subendone in molti casi le conseguenze relative. Per questo motivo vennero fatte affluire truppe da regioni remote del paese non legate agli studenti e agli operai di Pechino, nella notte tra il 3 e il 4 Giugno, le truppe fedeli a Li Peng si aprirono la strada verso piazza Tienanmen sparando ad altezza d’uomo con i fucili d’assalto, con le mitragliatrici dei blindati, schiacciando con i cingoli dei carri armati decine e decine di ragazzi e ragazze.
Piazza Tienanmen, la porta della pace celeste, questo il significato di Tienanmen in cinese, si ricoprì del sangue dei figli della Cina, la sterminata piazza la mattina del 4 Giugno era ricoperta da migliaia di cadaveri e biciclette deformate dai cingoli dei T-72. La Cina ha soffocato nel sangue la richiesta di libertà dei propri giovani. Oggi di quell’eposodio in Cina non si può parlare, non si può scrivere, non lo si può ricordare. Questo articolo non verrà mai letto oltre la grande muraglia elettronica che il regime ha innalzato al posto di quella di mattoni che un tempo divideva la Cina imperiale dal mondo esteno. Ma questo ricordo della storia è poca cosa, non cambierà il modo di vedere il regime cinese da parte del resto del mondo, mondo dove gli interessi economici prevalgono sui diritti umani, sul ricordo di quei sognatori coraggiosi che hanno sfidato il regime e i carri armati con libri biciclette e fiori. Pecunia Non Olet, i soldi non puzzano, per quanto ci riguarda invece i soldi cinesi puzzano parecchio e ciò accade da quel lontano 4 giungo de 1989 che vide la fine di molte vite ma anche dell’idea che in Cina il partito comunista è al potere per la volontà del popolo. Ogni regime resiste grazie alla forza delle armi, le transizioni pacifiche sono eventi rari della storia, le rivoluzioni di velluto rappresentano eventi eccezionali. Dove non esiste la democrazia per rovesciare un regime non è sufficiente protestare, bisogna necessariamente avere la capità di resistere alla reazione violenta della Nomenklatura di turno, bisogna che uomini mossi da ideali perdano la vita e che altri uomini in altri paesi dove la libertà è già stata conquistata aiutino, con le parole, i soldi e con i mezzi necessari chi lotta a rischio della vita per quella parola che oggi in molti paesi del mondo e nella stessa Cina è ancora proibita: LIBERTÀ!

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Comment(1)

  1. insomma alla fine chiudiamo il tutto con la giustificazione dell’idea di esportare la democrazia “coi soldi e coi mezzi” quindi?
    l’esercito è quindi un mezzo necessario?

    mi sarei aspettato qualcosa di più profondo come morale.

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