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Attacco iraniano all’Arabia Saudita: il primo colpo della rappresaglia lo deciderà Riyad

Gli Stati Uniti ne sono certi: i droni e i missili che hanno colpito le raffinerie saudite sono partiti dal suolo iraniano. Trentacinque tra missili e droni che hanno distrutto parte della più importante raffineria del mondo e che costituiscono un vero e proprio atto di guerra contro Riyad. Ed è proprio il fatto che l’obiettivo sia saudita e non americano, che lascia nelle mani del sovrano saudita la decisione finale su se, come e quando mettere in atto una legittima rappresaglia contro obiettivi iraniani.
Trump ha ben fatto capire a tutti perché non saranno gli Stati Uniti a lanciare questa rappresaglia: gli Usa non sono stati obiettivo dell’attacco, gli Usa sono autonomi sotto il punto di vista delle forniture di greggio e, in caso di guerra, sarà l’Arabia Saudita a subirne le principali conseguenze in termini di vite umane e in termini economici.
Trump ha però ben spiegato che nel caso in cui l’Iran dovesse reagire alla rappresaglia saudita, l’America è pronta a fare la sua parte per difendere il suo principale alleato nel Golfo.
Una rappresaglia chirurgica, limitata, ben indirizzata non sarà la causa di una guerra devastante ma al contrario sarà la migliore assicurazione che il regime iraniano non alzerà ulteriormente la posta in questa sfida portata per mezzo degli attacchi ai sauditi a tutto il mondo. Non rispondere all’atto di guerra di Teheran al contrario farà sì che l’Iran possa alzare ancora di più la posta in gioco e procedere spedito verso l’arma atomica che gli garantirà totale impunità e la fiducia incondizionata anche di chi oggi nel Golfo è al fianco dei sauditi.
Tocca al sovrano saudita premere il grilletto che darà il via all’attacco, tocca al Re decidere di difendere il suo popolo e la sua ricchezza, tocca a Sua Maestà Salman Bin Abdulaziz Al Saud firmare l’ordine di colpire una raffineria iraniana, magari nei pressi di Bandr Abbas, e chiarire al mondo e agli ayatollah che la forza non piegherà Riyad.