Criticità strategiche dei santuari logistici e industriali nella guerra tra Russia e Ucraina
La guerra tra Russia e Ucraina evolve lentamente sul campo di battaglia; come sapete, non teniamo una cronaca di ogni battaglia, di ogni scontro e di ogni variazione della linea del fronte, ma ci dedichiamo a quelle che possono essere variazioni significative a livello strategico del conflitto.
Una di queste importanti variazioni sarà certamente la gestione delle linee produttive e della logistica, non tanto al fronte, quanto nelle profonde retrovie del conflitto.
La novità, non certo di queste ore, è che l’Ucraina sta acquisendo, per produzione di nuovi sistemi d’arma oppure grazie al nulla osta dei paesi fornitori della missilistica a lungo raggio, la capacità di colpire sempre più in profondità e con alta precisione le retrovie russe. Non stiamo tanto parlando di quello che abbiamo visto fino ad ora (e cioè i colpi sferrati alle basi militari o alle raffinerie), ma della possibilità che Kiev possa essere in grado di colpire con efficacia le centrali elettriche di tutta la Russia europea, le industrie civili/militari della Russia e degli Urali, gli obiettivi industriali, politici e militari della città di Mosca, ma soprattutto le grandi fabbriche di droni e di veicoli da combattimento poste a 2000-3000 chilometri dai confini della Federazione Russa.
Ma perché questa novità rappresenta un possibile punto di svolta del conflitto? La risposta risiede ancora una volta nella geografia e nelle intenzioni dei decisori politici.
Fino a oggi, nei fatti, alcune aree della Russia sono (oppure erano, se quello che emerge si concretizzerà nelle prossime settimane) state considerate dei “santuari” che, per quello che sembra essere stato un accordo (più o meno tacito), non sarebbero state colpite dalla missilistica occidentale. Ma perché fu fatta questa scelta? Cosa sta cambiando oggi?
In questa strana guerra, iniziata come “operazione militare speciale”, senza un’ampia campagna aerea, con i reparti della Rosgvardia che immaginavano di controllare una zona occupata dopo la resa di Kiev, trasformata poi in una guerra di movimento e poi di logoramento, l’Ucraina ha sempre goduto di un vantaggio assoluto, un vantaggio che permane immutato, anzi incrementato a tutt’oggi, e da qui spieghiamo perché fu fatta la scelta di non colpire in profondità la Russia.
La logistica arretrata di Kiev è oggi intoccabile, le risorse industriali militari di Kiev sono dalla Russia non eliminabili. Perché? Perché tali strutture industriali e logistiche non si trovano sul territorio dell’Ucraina, ma sono ubicate nel territorio della NATO, dalla Polonia in poi. È evidente che la Russia non abbia accesso alla possibilità di colpire tali strutture, se non sceglie di andare in guerra con la NATO. Ma tali strutture sono a brevissima distanza dal confine ucraino, garantendo una capacità di rifornimento a Kiev che sia rapida e “a richiesta”; la Russia invece ha dovuto arretrare la propria logistica di centinaia di chilometri e questo trend probabilmente peggiorerà.
L’idea di alcuni “santuari” su suolo russo forse voleva tendere a evitare azioni di Mosca contro le fonti logistiche di Kiev poste su suolo NATO.
Oggi il paradigma sta cambiando: l’Ucraina ha chiesto che questi santuari non vengano più riconosciuti e la nostra impressione è che gli Stati Uniti vogliano assecondare la richiesta di Kiev (e, nel profondo, di Londra), permettendo l’utilizzo al massimo delle loro potenzialità di HIMARS, ATACMS e fornendo alla NATO missili Tomahawk con un raggio di circa 2500 chilometri, da far giungere poi all’Ucraina.
Nella nostra visione questo cambio di paradigma, che mira in senso assoluto a risolvere la guerra sul campo di battaglia, sarà percepito da Mosca come un coinvolgimento diretto della NATO nella guerra in Ucraina; questa nostra prospettiva non si basa su valutazioni psicologiche o sociologiche e nemmeno sulle attitudini o preferenze del Cremlino, ma su un dato che sarà oggettivo: la Russia vedrà degradata la propria capacità di combattimento senza poter replicare, all’interno degli attuali confini della battaglia, se non in maniera soverchiante.
Immaginate, cari amici e lettori, che l’Ucraina disponga di un deposito infinito e intoccabile di armi a lungo raggio, che tali sistemi d’arma possano essere trasportati in Ucraina nel giro di poche ore, mescolandosi al flusso di merci civili in transito (ferrovia o strada poco importa); immaginate che la Russia non possa quindi identificare le armi una volta che hanno lasciato i depositi in Polonia o Romania, e che tali armi, giunte nei siti di lancio, vadano a colpire le centrali termiche ed elettriche di Mosca, le industrie chiave, l’Ural Vagon Zavod e i siti di stoccaggio primari della difesa russa. Immaginate di sapere esattamente dove vengono radunate, rese pronte all’impiego e poi al trasporto le armi che devastano l’intero progetto strategico russo, di osservare con i satelliti le basi in Polonia e Romania dove quelle armi sostano fino al momento in cui Kiev ne chiede la pronta disponibilità.
In questa condizione di inferiorità strategica progressiva in termini logistici e industriali, alla Russia resteranno poche opzioni. La prima opzione potrebbe essere la resa e la rinuncia agli obiettivi strategici formulati al fine di non vedere Mosca ridursi al rango di potenza sotto-regionale.
Il supporto cinese, nord-coreano o indiano non sarebbe un fattore di cambiamento significativo: troppo distanti i paesi “alleati”, troppa la fascia di territorio russo sotto minaccia da parte delle armi a lungo raggio che Kiev potrebbe impiegare con altissima efficacia grazie a tutto il sistema di ricognizione ed intelligence della NATO; quindi l’asimmetria in questo particolare aspetto della guerra tra Mosca e Kiev non è recuperabile da Mosca in maniera indiretta.
Il Cremlino ha quindi una seconda opzione, un’opzione militare diretta atta a pareggiare lo svantaggio in essere. Questa opzione militare aprirebbe comunque le porte a un confronto militare tra NATO e Russia, un confronto difficilmente limitabile a una specifica area geografica.
In realtà, per bilanciare la presenza di santuari logistici utili al rifornimento di armi e munizioni all’Ucraina, le opzioni militari possibili sono due.
La prima è assolutamente ovvia: colpire direttamente gli aeroporti e le basi logistiche che ricevono, organizzano e spediscono le forniture militari all’Ucraina, basi in Polonia e in altri paesi NATO che possono oggi operare senza timore di diventare un obiettivo della missilistica russa. Attaccare il territorio NATO tuttavia, anche se nella giustificazione che fornirebbe Mosca si farebbe sicuramente cenno a una cobelligeranza di fatto di tali paesi, innescherebbe la difesa collettiva della NATO con tutte le conseguenze dirette e indirette del caso.
Esiste una seconda opzione per impedire che le armi e le forniture militari giungano dall’Occidente a Kiev: interrompere in maniera irreparabile (o quasi irreparabile nel medio termine) le vie di comunicazione terresti tra il territorio NATO e l’Ucraina. Per giungere a questo obiettivo non sarebbe sicuramente sufficiente impiegare la missilistica convenzionale, ma servirebbe impiegare armi atomiche tattiche sui principali snodi ferroviari nell’Ovest dell’Ucraina e sui passaggi obbligati posti a pochi chilometri dal confine tra Polonia e Ucraina; passaggi obbligati, otto in tutto, da dove possono transitare le forniture militari. Anche questa scelta sarebbe foriera di una instabilità e di un’imprevedibilità degli eventi che sorpassa la capacità di previsione sia degli analisti sia di chi crede che le IA abbiano la possibilità di prevedere l’evolversi di un certo scenario con un altissimo grado di confidenza.
Un’opzione differente non è disponibile. La Russia soffre e soffrirà ogni giorno di più questa particolare condizione logistica che nei fatti non è mai stata tollerata durante i conflitti del passato.
L’Operazione Militare Speciale è finita molti mesi fa; oggi si osserva e si combatte una guerra e, quando le guerre vanno avanti per tre anni, quando le vittime si contano nell’ordine delle centinaia di migliaia, quando il sangue versato oscura il quadro generale della situazione, le regole si sgretolano, l’impossibile diventa possibile e la follia diventa ragione.
La caduta dei santuari logistici russi sarà il primo passo di questa nuova fase del conflitto, le cui scarse regole evaporano ogni giorno senza sosta. Oggi l’unico residuo elemento di dialogo e stabilità tra Russia e Stati Uniti è rappresentato dal trattato START che vedrà cessare i suoi effetti a marzo 2026; se non verrà esteso o non ne verrà redatto e sottoscritto un nuovo testo, tutta l’impalcatura di sicurezza strategica mondiale in campo nucleare verrà meno, aprendo innanzi a noi un terreno inesplorato durante un conflitto ogni giorno più caotico e disorganizzato.