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La Politica Estera di Donald Trump letta da Roma

Donald Trump contro Hillary Clinton, Partito Repubblicano contro Partito Democratico. L’interminabile campagna elettorale funzionale all’elezione del 45° Presidente degli Stati Uniti ha operato una radicale frattura con il passato a causa della debolezza strutturale dei candidati, dell’elevata polarizzazione politica e della profonde lacerazioni all’interno dei partiti maggioritari; una campagna caratterizzata da meschini colpi bassi, ingiurie personali, becera arroganza e contraddittori scandali, elementi che hanno palesato la decadenza morale ed intellettuale del popolo americano -fortemente ridimensionato e vero sconfitto di queste elezioni. Conformemente al dettame costituzionale che fissa l’ElectionDay per il martedì susseguente al primo lunedì di novembre, occorre ricordare che (oltre al Vice-presidente) è oggi prevista anche l’elezione parziale del Congresso: l’intera Camera dei Deputati, a maggioranza Repubblicana, 435 seggi, ed un terzo del Senato, 24 seggi su 100 complessivi, anch’esso composto a maggioranza da membri del GOP; verranno, inoltre, scelti 12 governatori dei 50 Stati che formano gli USA.
Nonostante positivi dati economici che mostrano tassi di crescita del PIL tre volte superiori a quelli europei e disoccupazione al 4.8%, dovesse approdare alla Casa Bianca, Donald Trump si troverebbe a gestire la pesante eredità obamiana -reo di aver condotto una disastrosa politica estera nel Medio Oriente e non solo. Il candidato Repubblicano imputa all’amministrazione uscente, e consequenzialmente anche alla Clinton che ne ha servito fino al 2013 in qualità di Segretario di Stato, lo stato di assoluto caos vigente in Medio Oriente -vedasi Iraq, Primavere Arabe, Libia, Siria. In un’ottica di logico realismo, un’ipotetica amministrazione Trump abbandonerebbe la fallimentare linea di ‘esportazione della democrazia’ tanto cara ai neoconservatori (riversatisi in massa tra le file di sostenitori della signora Clinton) ma che rischia esclusivamente di fomentare guerre civili, jihadismo e migliaia di morti. Conscio della debolezza degli asset militari, Donald Trump -proponente un’ingente spesa per il rafforzamento delle forze armate- si opporrebbe risolutamente a nuove, onerose ed inefficaci, spedizioni militari all’estero. ‘Make America Great Again’, ‘America First’, il sacro egoismo nazionale di un’America che osteggia l’interdipendenza del globalismo, sono gli slogan che fin dall’inizio delle presidenziali hanno caratterizzato la visione programmatica del Tycoon. Un neo-isolazionismo coniante un nuovo paradigma della geopolitica, definito come “ripiegamento espansivo” da alcuni analisti del settore: ogni riqualificazione degli obiettivi dovrà esser funzionale alla grandezza americana. Certo, l’islam politico ed il fondamentalismo islamico (ISIL) rappresenterebbero il nemico da debellare per antonomasia. Il piano da lui delineato non è del tutto chiaro, tra reiterati raid aerei della coalizione internazionale e paventati boots on the ground; come fare, allora? Giungendo ad un accordo sistemico con la Russia di Putin, strumentale ad allentare la tensione da guerra fredda 2.0 tra i due paesi e, soprattutto, alla stabilizzazione dell’intero continente eurasiatico (in funzione anti cinese). Il giudizio del candidato Repubblicano sul Presidente della Federazione Russa è, infatti, diametralmente opposto a quello nutrito dalla Clinton: Putin, stratega dalla fine intelligenza, agisce nel perseguimento dell’interesse nazionale russo, ma Mosca non costituisce più la minaccia di un tempo. Ne consegue da qui, un profondo ripensamento sul ruolo e sulle finalità della NATO, al fine di riformarne i compiti operativi. L’Alleanza Atlantica trova, infatti, nell’individuazione di un nemico ideologicamente antitetico l’intrinseca giustificazione della propria esistenza; è possibile un suo adattamento alle contingenze storiche ed una focalizzazione della sua missione contro il terrorismo islamico e nella gestione dei flussi migratori? Trump ha sempre ritenuto la NATO obsoleta, perché strumento frutto della contrapposizione tra grandi potenze nella guerra fredda e strutturata in funzione anti-russa. Seppur dapprima favorevole, da varie interviste rilasciate nel corso del tempo alle maggiori testate giornalistiche US è sembrata venir meno al candidato repubblicano la volontà politica di modificarne il framework, quanto piuttosto spingere meramente gli alleati a contribuire maggiormente alle ingenti spese dell’Alleanza (Burden Sharing) -non molto velata la minaccia lanciata dal Tycoon di non adempiere alle obbligazioni dell’articolo 5 del Trattato dell’Atlantico del Nord nel caso di inadempienza europea nel conseguimento di una spesa nel settore difesa pari al 2% del PIL.
Accanimento mediatico, disparità di trattamento, ipocrisia e disonestà intellettuale di membri di spicco della classe politica e di molti vip, asservimento totale dei media mainstream statunitensi ed europei a Hillary Clinton hanno profondamente confuso l’opinione pubblica globale che non ha compreso il ‘fenomeno Trump’. Dal punto di vista dei nostri interessi nazionali, nello specifico, si evincono esclusivamente insensati pregiudizi ideologici ed una valutazione non obiettiva delle linee di politica estera avanzate da Trump: l’Italia, infatti, e più in generale l’Europa, potrebbero giovare enormemente da un’amministrazione Trump. Roma ha sempre guardato alla NATO ed all’Unione Europea come pilastri della propria politica estera, cercando congiuntamente di esercitare l’influenza di cui gode e l’apprezzamento della sua diplomazia per incoraggiare il dialogo con la Russia, promettente mercato per gli investimenti nostrani. La normalizzazione delle relazioni internazionali tra Mosca e Washington che proclama Trump (in virtù di una vantaggiosa posizione negoziale), la cancellazione delle sanzioni economiche, il reindirizzamento della strategia atlantica verso il Mediterraneo allargato tra flussi migratori e terrorismo di matrice islamica sono cardini della politica estera italiana; con un’ipotetica vittoria elettorale di Trump, aumenterebbero i nostri margini di manovra e le nostre libertà ‘euroatlantiche’, che nel complesso ci responsabilizzerebbero e contribuirebbero alla presa di coscienza della nostra centralità geopolitica e geostrategica per il mondo occidentale.
Il condizionale è tuttavia d’obbligo, non solo perché sembrano essere residuali le possibilità di successo del Tycoon -il gap accumulato dalla Clinton appare irrecuperabile- ma anche perché è complicato riuscire a comprendere quanti ed in che modalità i punti programmatici enunciati da Trump possano essere effettivamente realizzati; come si comporterà l’apparato militare ed il Pentagono? Gli Stati Uniti sarebbero davvero disposti a rinunciare alla tutela diretta dei loro interessi geopolitici e militari? Molto difficile, seppur siano queste domande che non hanno risposte certe.