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Presidenzialismo alla Turca: Erdogan e il desiderio di potere

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“Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati”. Quando Recep Tayyip Erdoğan, allora sindaco di Istanbul e membro del Partito del welfare di Necmettin Erbakan – primo premier islamista della Repubblica di Turchia – recitò i versi del componimento del poeta e sociologo Ziya Gökalp, fu condannato a dieci mesi di carcere per incitamento all’odio religioso e costretto ad interrompere bruscamente la sua pur proficua sindacatura; le forze armate, in funzione della strenua difesa dei principi laici dello stato kemalista, allora ritenuti in pericolo, erano intervenute – per l’ennesima volta, costante della peculiare congiuntura turca – nella sfera politico-istituzione del paese con il colpo di stato dei generali del 1997 che costrinse alle dimissioni il primo ministro Erbakan, mentore politico di Erdogan, e sciolto le formazioni partitiche islamiste.

Di umili origini, discreto calciatore, laureato in Economia aziendale, la condanna e la pena (meno della metà) scontata in prigione nel 1999, non impedirono all’attuale Presidente della Repubblica di incrementare gradualmente il proprio consenso e carisma e di monopolizzare il governo per oltre un decennio, dal 2003 al 2014 – prima di essere eletto capo dello stato a suffragio universale nel 2014. Soggetta da allora a profonde trasformazioni, la Turchia, dopo un pervasivo intervento riformista strumentale alla democratizzazione del paese con risultati rimarchevoli (esponenziale crescita economica, riforme strutturali, trasformazione di Istanbul in un hub internazionale), ha virato – progressivamente seppur ininterrottamente – verso un nazionalismo di matrice islamista che esaltasse un maggior rigore religioso ed una cultura conservatrice dalle tradizioni “ottomane”; taluni strati popolari hanno visto in Erdogan la figura politica che li ha sdoganati ed emancipati dall’emarginazione in cui la laicità kemalista li aveva costretti.

Garanti della Costituzione e baluardo di secolarismo, le Forze armate turche (Tsk) hanno da sempre costituito un ingente ostacolo alla realizzazione dei suddetti obiettivi ed hanno, a seguito del fallito colpo di stato del luglio 2016, impresso una brusca accelerata ad un progetto già prioritario per Erdogan: la modifica della carta costituzionale. La consacrazione de jure del suo potere, nell’esercizio di quella che de facto è già una repubblica presidenziale, passa imprescindibilmente attraverso la modifica della forma di governo – definita “alla turca” proprio per le unicità che presenta. Milioni di elettori saranno chiamati alle urne, domenica 16 aprile, per decidere se ratificare i 18 emendamenti approvati dalla Grande Assemblea Nazionale con i voti decisivi della maggioranza di governo e del Movimento nazionalista (Mhp) guidato da Devlet Bahceli. La nuova legge fondamentale turca prevede la “forte” presidenzializzazione del sistema: il governo e la carica del primo ministro verrebbero aboliti ed il potere esecutivo attribuito al Presidente della Repubblica – cui discrezionalmente spetterebbe la nomina e la revoca dei ministri – votato ogni cinque anni in concomitanza con le elezioni politiche (con un leggero incremento del numero dei deputati del parlamento, da 550 a 600).

Spetterà al capo dello stato, che potrà appartenere ad un partito contrariamente a quanto avviene ora, la nomina di tre membri del CSM turco – i restanti dal parlamento e dalla Corte di Cassazione; il numero dei membri del Consiglio dei Giudici e dei Pubblici ministeri viene ridotto a tredici, sei spettano al Presidente stesso e sette all’Assemblea Nazionale. La procedura di impeachment potrà essere avviata su richiesta della maggioranza assoluta dei deputati – quindici parlamentari valuteranno il caso prima di discuterlo in parlamento, e solo la maggioranza dei 2/3 potrebbe rinviare il caso alla corte suprema. La ristrutturazione statuale non risparmierebbe le Forze armate, numericamente il secondo esercito dell’Alleanza Atlantica, anzi: è proprio nel rapporto di forza tra autorità civile e militare che la Costituzione opererebbe marcatamente. Le Tsk, scosse nelle loro fondamenta dalla brutale, capillare e sproporzionata reazione al fallito golpe del 2016, sono già tutt’ora sotto un rigido controllo governativo (basti pensare all’assoggettamento del corpo della Gendarmeria all’autorità del Ministero dell’interno e di quello delle scuole ed accademie militari che dallo Stato Maggiore passano all’autorità del Ministero dell’istruzione); ma con l’eventuale approvazione della Costituzione, oltre all’abolizione di tribunali e giudici militari, ai pieni poteri del presidente della repubblica spetterebbero il controllo sullo Stato Maggiore – e conseguentemente alla scelta circa il capo di Stato Maggiore – svincolato dal controllo parlamentare e la proclamazione dello Stato d’emergenza. L’esecutivo potrebbe, dunque, disporre in tutto e per tutto delle Forze armate la cui operatività all’estero ne ha parzialmente mitigato l’indebolimento: il termine dell’Operazione Scudo Eufrate, che aveva causato 70 morti tra le fila turche ed iniziava ad essere invisa alla popolazione (con perdita dei consensi in vista del referendum), non ha ammorbidito la posizione di forte ostilità nei confronti dei curdi della Siria settentrionale – il cui rafforzamento, sotto l’egida del Pyd (partito legato al Pkk, organizzazione terroristica in Turchia) potrebbe fungere da catalizzatore per le mire autonomiste e separatiste dei curdo-turchi e che potenzialmente potrebbe condurre ad un partizionamento della Turchia sud-orientale. Le ambizioni di Ankara si sono sempre dovute misurare, nell’area mediorientale, con la dinamicità delle congiunture e con l’influenza degli attori esterni: lotta al terrorismo, interessi strategici ed energetici, proiezione di potenza, costituiscono le matrici del coinvolgimento dei turchi in tutto il Medio Oriente.

Eppure, la Turchia che si appresta ad andare al voto si presenta come profondamente instabile sia dal punto vista economico che da quello socio-politico. Lo spazio alle ragioni del no sono state marginali, anche grazie alle epurazioni in ambito accademico, alle purghe – se non alla vera e propria detenzione – di politici e giornalisti di spicco. Radicalizzazione interna, tensioni diplomatiche, terrorismo fondamentalista sono solo alcune delle ragioni che hanno portato ad una stagnazione dell’economia (con una lira fortemente sotto pressione), un incremento del deficit, una diminuzione di investimenti stranieri e flussi turistici. L’estrema polarizzazione interna rischia di acuire fratture e tensioni, con tutti i rischi derivanti dall’introduzione di una Costituzione che non prevede un adeguato sistema di pesi e contrappesi – mettendo seriamente a rischio il pluralismo partitico e l’elaborazione di politiche democratiche. Tuttavia, anche la vittoria del no si presenta come pericolosa: non è escluso che Erdogan e la maggioranza dell’Akp possano riproporre, a seguito di dovute modifiche, il pacchetto referendario; e non può essere esclusa nemmeno l’ipotesi di elezioni anticipate, in cui l’Akp possa (sfruttando la frammentarietà e la debolezza dell’opposizione) conseguire la maggioranza necessaria ad effettuare una modifica costituzionale senza ricorrere all’istituto referendario. Si potrebbe incorrere, infine, in un ulteriore giro di vite ed una spirale di violenza che aumenterebbe l’ancestrale necessità di sicurezza: Erdogan potrebbe in quel caso essere l’uomo giusto al momento giusto. Difficile credere che il Presidente della Repubblica possa accettare pacificamente una sconfitta.