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	<title>Editoriale | GeopoliticalCenter, Geopolitica, Strategia, Analisi Economiche</title>
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	<description>Geopolitica Europa, Usa, Israele, Siria, Iran, Russia, Cina, Corea, Giappone Analisi Economiche Globali e Regionali</description>
	<lastBuildDate>Fri, 07 Mar 2025 10:19:31 +0000</lastBuildDate>
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		<title>La Strategia Francese nel Conflitto Ucraino: Una Sconfitta Militare della Russia è Possibile?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Editoriale]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Mar 2025 12:22:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[Atlantico]]></category>
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>  Il presente contributo trae origine dal discorso pronunciato nella serata di ieri dal Presidente della Repubblica Francese, Emmanuel Macron, il quale ha posto in evidenza l’intenzione di contrastare la Federazione Russa non tanto nell’ambito politico-diplomatico ed economico, quanto piuttosto sul piano militare diretto. Il richiamo ai valori patriottici, l’annuncio di una riunione a Parigi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
<p>Il presente contributo trae origine dal discorso pronunciato nella serata di ieri dal Presidente della Repubblica Francese, Emmanuel Macron, il quale ha posto in evidenza l’intenzione di contrastare la Federazione Russa non tanto nell’ambito politico-diplomatico ed economico, quanto piuttosto sul piano militare diretto. Il richiamo ai valori patriottici, l’annuncio di una riunione a Parigi dei capi di stato maggiore di Francia, Germania, Danimarca, Regno Unito e Repubbliche Baltiche, nonché l’esplicito riferimento alla disponibilità dell’arma nucleare francese – la cui attivazione è prerogativa esclusiva del Presidente della Repubblica, in qualità di capo supremo delle forze armate – delineano una posizione inequivocabile: la Francia intende perseguire la sconfitta della Federazione Russa sul campo di battaglia.</p>
<p>Da tale premessa scaturisce l’esigenza di analizzare uno scenario di natura complessa: è realisticamente possibile che la Russia venga sconfitta militarmente?</p>
<p>L’analisi qui proposta prende avvio, inevitabilmente, dal discorso del Presidente Macron, con particolare attenzione a un’infografica illustrata durante l’intervento, che descrive la consistenza delle forze armate russe. Secondo le stime dell’Eliseo, la Federazione Russa dispone attualmente di un esercito composto da circa 1,2 milioni di effettivi, 4000 carri armati e 1200 aerei da caccia. Tali numeri, sempre secondo le proiezioni francesi, sono destinati a crescere entro il 2030, raggiungendo 1,5 milioni di effettivi, 7000 carri armati e 1500 aerei da caccia. Queste cifre suggeriscono che la capacità militare russa non abbia subito un significativo indebolimento a seguito del conflitto in Ucraina, evidenziando, al contrario, un rafforzamento progressivo delle sue forze armate. È altresì plausibile ritenere che l’attuale equilibrio nel conflitto ucraino sia mantenuto grazie al consistente supporto statunitense, sia in termini di forniture di armamenti e sistemi d’arma a Kiev, sia attraverso la trasmissione di informazioni di intelligence, essenziali sia per le operazioni offensive sia per quelle difensive.</p>
<p>L’impegno della Francia sembra orientato a colmare il progressivo disimpegno militare statunitense nel teatro ucraino, ponendo l’accento sulla possibilità di imporre alla Russia condizioni di pace favorevoli a Kiev, all’Unione Europea e al Regno Unito, attraverso l’uso della forza militare. Tuttavia, già dalle stime francesi sulla capacità militare russa emerge con chiarezza che la Federazione Russa non stia subendo una sconfitta sul campo, contrariamente a quanto sembrava emergere, fino a pochi giorni fa, dalle dichiarazioni ufficiali dell’Unione Europea e dell’Ucraina. L’annunciata riunione della prossima settimana tra i capi di stato maggiore dei “paesi impegnati per la pace in Ucraina” lascia intendere che, a livello politico, sia già stata assunta la decisione di dispiegare truppe europee sul territorio ucraino, trasferendo ora ai vertici militari la definizione operativa di tale strategia, sulla base di un chiaro mandato politico. È ragionevole ipotizzare che tale determinazione sia maturata in occasione del vertice straordinario tenutosi a Parigi il 18 febbraio scorso presso l’Eliseo, evidenziando il ruolo di leadership assunto dalla Francia in questa fase del conflitto ucraino.</p>
<p>Le forze europee che potrebbero essere dispiegate in Ucraina potrebbero beneficiare della protezione della Force de Frappe, ossia dell’arsenale strategico e tattico nucleare francese. Due elementi avvalorano tale ipotesi: in primo luogo, il discorso del Presidente Macron, che ha ribadito la sua autorità esclusiva nell’attivazione della Force de Frappe; in secondo luogo, l’esecuzione di pattugliamenti aerei inusuali, condotti da caccia Rafale B decollati dalla base di Mont-de-Marsan, i quali hanno effettuato missioni di oltre dieci ore sul Mar Nero e lungo i confini della Federazione Russa e della Bielorussia, spingendosi fino all’estremo nord della Finlandia. Tali operazioni e i mezzi impiegati risultano compatibili con le funzioni e le prerogative della Force de Frappe.</p>
<p>Si delinea, pertanto, lo scenario strategico immaginato dalla Francia sotto la guida del Presidente Macron: il dispiegamento in Ucraina di una forza militare capace di fronteggiare un’eventuale avanzata russa verso ovest, offrendo al contempo una garanzia di protezione nucleare alle nazioni che aderissero a tale iniziativa.</p>
<p>Tuttavia, ci si interroga sulla reale possibilità che tale strategia possa condurre alla sconfitta della Russia sul campo. Una risposta preliminare appare affermativa: una forza militare ben organizzata potrebbe effettivamente contrastare con efficacia l’esercito russo, spingendo il Presidente Vladimir Putin a mobilitare le sue riserve strategiche. È opportuno sottolineare, tuttavia, che Putin difficilmente metterebbe a rischio le giovani generazioni russe, né comprometterebbe la stabilità demografica del paese, minando così l’indipendenza e l’autonomia di Mosca. Qualora le forze sotto la guida francese riuscissero a infliggere una sconfitta strategica significativa alle truppe russe in Ucraina, è plausibile che il Presidente russo ricorra all’uso di armi nucleari, inizialmente in modo selettivo sul teatro ucraino e, in caso di risposta nucleare francese, contro obiettivi strategici francesi e le basi di partenza dei Rafale, che Macron ha già indicato di voler schierare verso est, a partire dalla Germania.</p>
<p>In tale scenario, qualora il conflitto assumesse una dimensione nucleare, un’eventuale mobilitazione delle forze strategiche francesi trasformerebbe la guerra in un confronto nucleare di ampia portata, sebbene circoscritto al teatro europeo. In questo contesto, le 290 testate nucleari francesi e le 260 britanniche – escludendo dall’equazione l’arsenale statunitense, data la postura americana rispetto al conflitto ucraino – potrebbero parzialmente preservare gli Stati Uniti da un diretto scambio nucleare con Mosca.</p>
<p>Tornando al quesito originario di questa analisi, ci si chiede se la Russia possa effettivamente essere sconfitta militarmente sul campo di battaglia. In realtà, in quanto potenza nucleare, appare improbabile una sua disfatta totale, poiché una simile eventualità porterebbe a un’escalation tale da determinare l’annichilimento reciproco, vanificando qualsiasi vittoria teorica ottenuta sul terreno.</p><p>The post <a href="https://www.geopoliticalcenter.com/attualita/la-strategia-francese-nel-conflitto-ucraino-una-sconfitta-militare-della-russia-e-possibile/">La Strategia Francese nel Conflitto Ucraino: Una Sconfitta Militare della Russia è Possibile?</a> first appeared on <a href="https://www.geopoliticalcenter.com">GeopoliticalCenter, Geopolitica, Strategia, Analisi Economiche</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Da Londra a Kiev: la Pace imposta è una Guerra dichiarata?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Editoriale]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Mar 2025 20:28:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Breaking News]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[War Room]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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<p>Per coloro che, come noi, ascoltano il *BBC World Service* ogni giorno da quasi quarant’anni, l’idea di Londra sulla “pace” in Ucraina risultava già chiara e cristallina da oltre venti giorni. Mentre il mondo discuteva di piani di pace, cessate il fuoco e truppe di interposizione in Ucraina, ci saremmo aspettati che la voce ufficiale del governo di Sua Maestà Britannica nel mondo parlasse di *peacekeeping*. Con nostra lieve sorpresa, invece, la BBC ha iniziato a utilizzare il termine *peace enforcement*. Ma come può una singola parola rivestire tanta importanza? La scelta lessicale cui abbiamo assistito non è solo significativa: si rivela cruciale per comprendere gli eventi emersi oggi durante il vertice di guerra tenutosi a Londra.</p>
<p>Nella giornata odierna, a Lancaster House, si è riunita una parte dell’Occidente e della NATO, con la presenza dei vertici politici della Commissione Europea. Si è trattato di una coalizione eterogenea, guidata in modo deciso e inequivocabile da Francia e Regno Unito, con la partecipazione determinante della Germania. L’incontro ha ricevuto la benedizione del Sovrano britannico, che ha disposto la presenza delle sue guardie personali, le *King’s Life Guard*, a presidiare l’ingresso di Lancaster House e a rendere gli onori militari ai leader giunti al vertice. Un gesto simbolico che ha accompagnato l’annuncio del Primo Ministro britannico Starmer, il quale ha illustrato al mondo un progetto di garanzia di sicurezza militare per l’Ucraina, definito come un’iniziativa volta a “*enforce peace*”.</p>
<p>Ma perché insistiamo tanto su questa parola? Le missioni di pace, come noto, si distinguono in due categorie principali: *peacekeeping* e *peace enforcement*. La differenza tra le due è sostanziale. Nel caso del *peacekeeping*, le truppe vengono dispiegate sul campo solo dopo il raggiungimento di un cessate il fuoco stabile, quando la pace è già stata concordata in modo equo e approfondito tra le parti, riducendo il rischio di conflitto a mere incomprensioni o incidenti isolati. Nel *peace enforcement*, invece, le forze dispiegate non si limitano a mantenere la pace: agiscono attivamente per imporla. Ciò presuppone che le parti in conflitto non abbiano raggiunto un accordo definitivo, equo e condiviso, e che una delle due intenda – o sia costretta – a imporre la pace attraverso la presenza di truppe sostenute da una coalizione che appoggia pienamente le istanze di una sola parte.</p>
<p>Ecco, cari amici e lettori, perché una parola può risultare cruciale. Che nessuno affermi, in futuro, che non ci sia stato spiegato cosa sta accadendo; che nessuno sostenga domani che ignoravamo il fatto che tali truppe potrebbero essere dispiegate senza un accordo ampio ed equo tra Ucraina e Federazione Russa. Portare, come dichiarato da Starmer, soldati sul terreno e aerei nei cieli in un contesto di guerra ancora aperto rappresenta una mossa tanto audace quanto rischiosa. Perché? È possibile obbligare qualcuno alla pace? Certamente, si può imporre la pace, ma per farlo, purtroppo, può rendersi necessario dichiarare guerra. Dobbiamo dunque interrogarci: noi, l’Italia, l’Occidente tutto, siamo pronti a dichiarare guerra alla Russia? Una Russia che rimane la maggiore potenza nucleare del pianeta. È un elemento che tutti dobbiamo tenere ben presente.</p>
<p><strong><em>Addendum</em></strong></p>
<p>Il *peacekeeping* si riferisce a operazioni, spesso condotte sotto l&#8217;egida di organizzazioni internazionali come l&#8217;ONU, volte a mantenere o ristabilire la pace in aree di conflitto, ma solo **dopo che le parti coinvolte hanno accettato una tregua o un accordo di pace**. I peacekeeper, tipicamente caschi blu o forze neutrali, agiscono come una presenza imparziale per:</p>
<p>&#8211; Monitorare il rispetto degli accordi (es. cessate il fuoco).</p>
<p>&#8211; Facilitare il dialogo tra le parti.</p>
<p>&#8211; Proteggere i civili e supportare missioni umanitarie.</p>
<p>Caratteristiche principali:</p>
<p>&#8211; **Consenso**: Le parti in conflitto devono essere d&#8217;accordo con la presenza dei peacekeeper.</p>
<p>&#8211; **Neutralità**: Non prendono parte al conflitto, ma si limitano a osservare e mediare.</p>
<p>&#8211; **Uso limitato della forza**: Solo per autodifesa o per proteggere i civili, non per imporre soluzioni.</p>
<p>Esempio: La missione UNIFIL in Libano per monitorare il confine con Israele.</p>
<p>&#8212;</p>
<p>### **Peace Enforcement (Imposizione della pace)**</p>
<p>Il *peace enforcement* è un intervento più deciso e coercitivo, autorizzato di solito dal Consiglio di Sicurezza dell&#8217;ONU, per **imporre la pace** in situazioni in cui non c’è consenso tra le parti o quando una delle parti viola gravemente gli accordi. Qui l’obiettivo è fermare attivamente il conflitto o le atrocità, anche contro la volontà di uno o più belligeranti.</p>
<p>Caratteristiche principali:</p>
<p>&#8211; **Uso della forza**: Le truppe possono combattere per sedare violenze o far rispettare risoluzioni internazionali.</p>
<p>&#8211; **Mancanza di consenso**: Non richiede l’approvazione di tutte le parti coinvolte.</p>
<p>&#8211; **Obiettivo attivo**: Ripristinare la sicurezza o fermare aggressioni, non solo monitorare.</p>
<p>Esempio: L’intervento NATO in Kosovo nel 1999 per fermare le violenze etniche.</p>
<p>&#8212;</p>
<p>### Differenza chiave</p>
<p>&#8211; Il *peacekeeping* è una missione di supporto e osservazione, pacifica e consensuale.</p>
<p>&#8211; Il *peace enforcement* è un’azione più aggressiva per imporre la pace, anche con la forza, quando il dialogo fallisce.</p>
<p> </p>
<p> </p><p>The post <a href="https://www.geopoliticalcenter.com/attualita/da-londra-a-kiev-la-pace-imposta-e-una-guerra-dichiarata/">Da Londra a Kiev: la Pace imposta è una Guerra dichiarata?</a> first appeared on <a href="https://www.geopoliticalcenter.com">GeopoliticalCenter, Geopolitica, Strategia, Analisi Economiche</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
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		<item>
		<title>La Geopolitica americana (se tornasse Trump….)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Editoriale]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Oct 2023 16:11:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa sarebbe accaduto nel panorama internazionale se Trump non avesse perso le scorseelezioni americane? E ancora di più, cosa accadrebbe se Trump dovesse competere e poi vincerele presidenziali del 2024? Inutile definire cosa sarebbe accaduto con la vittoria di The Donald nel2020, ma è molto interessante cercare di comprendere cosa potrebbe fare Trump una voltatornato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><br />Cosa sarebbe accaduto nel panorama internazionale se Trump non avesse perso le scorse<br />elezioni americane? E ancora di più, cosa accadrebbe se Trump dovesse competere e poi vincere<br />le presidenziali del 2024? Inutile definire cosa sarebbe accaduto con la vittoria di The Donald nel<br />2020, ma è molto interessante cercare di comprendere cosa potrebbe fare Trump una volta<br />tornato nello studio ovale, e non più digiuno dei meccanismi di funzionamento della macchina<br />statale americana come invece gli accadde durante il suo primo mandato.<br />Per cercare di capire l’atteggiamento futuro di Trump, dobbiamo analizzare le sue azioni durante il<br />primo mandato e le sue dichiarazioni durante questo 2023 propedeutico alle primarie del Partito<br />Repubblicano.<br />Ogni presidente americano ha la sua guerra, e anche Trump ha avuto la sua, da molti non ben<br />osservata, forse nemmeno intravista. Quella di Trump è stata una guerra alla Cina, o meglio alla<br />potenza industriale e in parte anche economica cinese. Era ed è la Cina, nella visione geopolitica<br />mondiale, il vero nemico degli Stati Uniti; capiamoci subito, anche per l’amministrazione Biden il<br />nemico vero, quello della battaglia è e sarà la Cina, con la grande differenza che la parte<br />democratica, nella sua strategia, prevede prima di tutto la sconfitta della Russia, non tanto per il<br />fatto che potrebbe essere uno scomodo alleato cinese (come invece ora Mosca è diventato), ma<br />per la possibilità che una volta sconfitta sul lungo termine la Cina, gli Stati Uniti avrebbero potuto<br />doversi confrontare con un nuovo competitor formato da una alleanza di interessi tra Europa e<br />Russia, tra Mosca e Berlino, che sarebbe in grado di generare un polo economico industriale<br />dotato di energia, tecnologia, denaro e inventiva.<br />La guerra in Ucraina ha cambiato tutto, interrotto il dialogo tra Europa e Russia, bloccato le<br />forniture di energia da Mosca, anche fisicamente con la distruzione dei gasdotti North Stream, e<br />ha determinato lo schieramento quasi unanime delle Nazioni europee al fianco di Kiev, senza che<br />l’Ucraina fosse membro dell’Unione Europea o della NATO.<br />Trump manterrà la stesa postura di Biden? Osservando i suoi atti da presidente e le sue<br />dichiarazioni odierne la risposta è: no. Trump probabilmente tornerà alla sua politica di<br />contenimento cinese basata su tre punti: agire sui fornitori di energia (Russia e Iran), limitare<br />l’accesso all’energia da parte di Pechino (regioni ricche di idrocarburi nel Mar Cinese Meridionale),<br />utilizzare dazi (anche solo legati alla differenza di welfare tra occidente e Cina), per limitare la<br />concorrenza non lineare della Cina nei confronti di Europa e Stati Uniti.<br />L’azione sui fornitori di energia sarà più complessa rispetto al 2020, quando ci si doveva<br />confrontare solo con le strategia necessarie a limitare le esportazioni di Teheran verso Pechino,<br />oggi con la Russia privata di ogni mercato occidentale non basterà la politica aggressiva verso<br />Teheran, ma Trump dovrà coinvolgere la Turchia di Erdogan come mediatore necessario a deviare<br />il gas russo verso occidente, fatto per nulla scontato e che comunque presuppone la fine della<br />guerra in Ucraina.<br />Limitare l’accesso di Pechino ai mari è un punto che probabilmente hanno in comune sia gli<br />strateghi repubblicani, sia l’attuale amministrazione democratica. Gli Stati Uniti sono<br />fondamentalmente una talassocrazia, il potere americano si esercita sui mari, così come gli<br />scambi commerciali e la proiezione di potenza degli USA utilizza ed è dipendente dai mari. Nella<br />storia gli Stati Uniti sono spesso scesi in guerra o hanno attaccato militarmente un altro paese quando veniva minacciata la loro superiorità marittima. È accaduto nella seconda guerra mondiale<br />quando il nemico vero degli Stati Uniti era la potenza marittima giapponese e non la potenza<br />terreste tedesca, accadde con Panama quando il dittatore locale minacciò i transiti attraverso<br />l’istmo centroamericano, accadde con la Libia quando Gheddafi dichiarò il golfo di Sirte come<br />parte delle acque territoriali libiche, accadrà con la Cina che ha avviato il più importante piano di<br />riarmo marittimo della storia, con l’obiettivo di eguagliare la potenza militare marittima americana<br />entro il 2030, trasformandosi così nel vero nemico di Washington. Limitare l’accesso di Pechino<br />alle acque aperte dell’Oceano Pacifico è un obiettivo raggiungibile militarmente mantenendo una<br />“cintura” terrestre sotto il controllo americano. Il perno di questa cintura é l’isola di Taiwan, i<br />cardini esterni sono rappresentati dal Giappone e dalla Corea del Sud, mentre la riserva in<br />profondità è rappresentata dall’Australia con il Vietnam e le Filippine che dovranno essere portate<br />diplomaticamente integralmente al fianco degli Usa. In questa ottica nel caso in cui Trump<br />tornasse al potere osserveremo una netta accelerazione nel rafforzamento della cintura Corea-<br />Giappone-Taiwan con la probabile richiesta agli alleati occidentali (UK in prima battuta, ma anche<br />Francia, Italia e Spagna) ad essere pronti ad una proiezione di potenza verso l’estremo oriente,<br />proiezione di potenza militare che le recenti esercitazioni italiane, britanniche e francesi hanno già<br />testato come studio di fattibilità, ad esempio la nostra portaerei Trieste sarebbe un assetto<br />perfetto per questo compito insieme ai cacciatorpediniere classe Orizzonte e alle fregate FREMM.<br />Anche in questo caso la cessazione delle ostilità in Ucraina rappresenterebbe un fattore favorente<br />l’impegno americano in Oriente.<br />Il terzo punto è rappresentato dai dazi commerciali, ampiamente impiegati da Trump per un valore<br />di diversi miliardi di dollari e che hanno spinto numerose imprese americane ad un decoupling<br />dalla Cina e a riprendere la produzione di beni materiali negli Stati Uniti. Questo processo di<br />disaccoppiamento non è invece mai iniziato tra Cina ed Europa rendendo il nostro continente<br />dipendere dai beni cinesi, come e probabilmente di più di quanto non fossimo dipendenti<br />dall’energia di Mosca alla fine del 2021. Agire con i dazi potrebbe innescare accuse di<br />protezionismo e far si che la Cina si appelli all’Organizzazione Mondiale del Commercio. Ma se i<br />dazi verrano motivati non da un generico protezionismo, bensì da una motivazione di equità,<br />allora le opinioni pubbliche occidentali e anche la WTO si troverebbero dinanzi ad un fatto del<br />tutto nuovo, senza precedente alcuno.<br />I dazi quindi dovrebbero agire per annullare il vantaggio competitivo determinato dalle condizioni<br />di lavoro degli operai cinesi e spingere così la Cina a migliorare le condizioni di lavoro delle<br />maestranze. Sfruttare il lavoro dei cittadini cinesi, sebbene essi spesso non percepiscano come<br />sfruttamento quello che vivono quotidianamente, farà si che la Cina possa avviarsi verso un<br />cammino di sviluppo più sostenibile, soprattuto per gli uomini e le donne che sacrificano la loro<br />vita per far arrivare in occidente beni commerciali a bassissimo costo. I Dazi sul Welfare<br />elimineranno la concorrenza sleale della Cina e proteggeranno i più deboli della Cina,<br />permettendo alle nostre industrie (di ogni dimensione) di recuperare quote di mercato e quindi<br />ridare slancio elle nostre economie, all’occupazione, e anche al nostro stato sociale, americano,<br />italiano o Europeo che sia. Come effetto collaterale determinerebbero, soprattuto in Europa un<br />incremento dell’inflazione, la quale già a determinato problematiche significative in una zona del<br />mondo dove i salari non vengono incrementati in maniera sufficiente già da troppi anni. L’aumento<br />delle spese militari per la guerra in Ucraina ha poi impedito di attuare politiche proattive di ampio<br />respiro proprio durante la fiammata inflativa, anche in questo caso la cessazione delle ostilità in<br />Ucraina potrebbe permettere all’Occidente di essere più incisivo nei confronti di Pechino.<br />Trump, una volta alla Casa Bianca, potrebbe quindi premere per interrompere le ostilità in Ucraina,<br />anche al costo di cessioni territoriali di Kiev a Mosca, e focalizzare lo sforzo Occidente, in<br />particolare quello economico ma supportato concretamente da una solida forza militare<br />comunque pronta a dispiegarsi ad Oriente, contro la Cina e la sua trasformazione in potenza<br />marittima. La guerra russo-ucraina ha inoltre radicalmente cambiato i rapporti tra Unione Europea<br />e Russia, rendendo l’ipotesi di una collaborazione strategica tra Mosca e Berlino una pura utopia,<br />anche questo elemento favorirà l’attenzione americana a bloccare l’espansionismo cinese. In<br />sintesi con Trump alla Casa Bianca il supporto americano a Kiev potrebbe ridursi<br />significativamente per lasciare spazio ad una guerra commerciale (e forse anche campale) con<br />una nuova talassocrazia emergente di nome Cina.</p><p>The post <a href="https://www.geopoliticalcenter.com/war-room/analisi/la-geopolitica-americana-se-tornasse-trump/">La Geopolitica americana (se tornasse Trump….)</a> first appeared on <a href="https://www.geopoliticalcenter.com">GeopoliticalCenter, Geopolitica, Strategia, Analisi Economiche</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>“Le radici del conflitto tra Armenia ed Azerbaigian”</title>
		<link>https://www.geopoliticalcenter.com/attualita/le-radici-del-conflitto-tra-armenia-ed-azerbaigian/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=le-radici-del-conflitto-tra-armenia-ed-azerbaigian</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Editoriale]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2020 19:25:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<category><![CDATA[Armenia Azerbaigian]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il conflitto che si sta attualmente svolgendo nel Caucaso tra Armenia e Azerbaigian ha lontane origini e non è nemmeno il primo che intercorre tra i due paesi. Chi in effetti prima d&#8217;ora aveva mai sentito parlare del Nagorno-Karabakh fuori dai circoli degli adetti ai lavori o azeri o della diaspora armena? Ben pochi. Già [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il conflitto che si sta attualmente svolgendo nel Caucaso tra Armenia e Azerbaigian ha lontane origini e non è nemmeno il primo che intercorre tra i due paesi.</p>
<p>Chi in effetti prima d&#8217;ora aveva mai sentito parlare del Nagorno-Karabakh fuori dai circoli degli adetti ai lavori o azeri o della diaspora armena? Ben pochi. Già prima dell&#8217;indipendenza dall&#8217;Unione Sovietica, la regione autonoma è integrata alla Repubblica socialista sovietica dell&#8217;Azerbaigian benché popolata maggioritariamente al 95% da armeni e nel 1988 diventa il primo conflitto interetnico all&#8217;interno dei confini dell&#8217;URSS. Questo conflitto è stato rivelatore sullo stato delle relazioni tra le nazionalità dell&#8217;URSS e sul fatto che il federalismo sovietico avesse raggiunto ormai la data di scadenza.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Adesso vi chiederete perché una regione a popolazione maggioritaria armena sia finita sotto il controllo di Baku anziché Erevan? E qui facciamo un ulteriore balzo indietro nel tempo.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Dopo lunghe ed alterne vicende che vedono contrapposta la Russia alla Persia, il 14 maggio 1805 con il Trattato di Kurekchay<span class="Apple-converted-space">  </span>firmato tra Ibrahim Khalil, Khan del Karabakh e il generale Pavel Tsitsianov per conto dello Zar Alessandro I, la regione passa sotto il controllo russo con l&#8217;abolizione del Khanato e l&#8217;integrazione al Governatorato Elisabethpol del Vicereame del Caucaso. Da allora le sorti della regione sono controllate secondo il volere (o i capricci) di Mosca.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Con la Rivoluzione di febbraio 1917, lo Zar Nicola II abdica e il governo provvisorio russo scioglie il Vicereame e trasferisce il potere al Comitato Speciale Transcaucasico. Con la Rivoluzione d&#8217;Ottobre, il comitato viene trasformato in commissariato e in febbraio 1918 è proclamata l&#8217;indipendenza con il nome di Repubblica Federativa Democratica Transcaucasica. Nato dalla confusione e dal susseguirsi degli eventi a Pietroburgo, questo stato appena nato, ebbe la vita molto breve. Un mese dopo, la Georgia seguita da Armenia e Azerbaigian proclamano le loro indipendenze.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Quando nel dicembre 1920 l&#8217;Armenia perde la sua indipendenza, era implicitamente ammesso che il suo territorio avrebbe compreso il Nagorno-Karabakh. Ma il neo-potere moscovita per soddisfare la Turchia kemalista decise di integrare quel territorio all&#8217;Azerbaigian nel 1923 ma con il solo statuto di regione autonoma. Questo significava allora dipendere totalmente dalle scelte politiche di Baku. Alla fine, nonostante la mutilazione territoriale, gli armeni ancora scossi dal genocidio del 1915 accettano malvolentieri ma vedono anche il potere sovietico come una &#8220;protezione&#8221;. Se il sentimento nazionale armeno era soffocato dallo stalinismo, con<span class="Apple-converted-space">  </span>Krusciov invece resuscita. Nell&#8217;ottica di intrattenere buoni rapporti con Ankara, l&#8217;Urss decide di non insistere più di tanto sui fatti del 1915. E questo ha contribuito non poco alla rinascita del sentimento nazionale armeno e per il cinquantesimo anniversario del genocidio, la regione autonoma reclama di essere integrata alla RSS Armena, senza esito.</p>
<p><br />Con la perestrojka, il Karabakh presenta una petizione firmata da 80mila persone (tutti gli adulti o quasi della regione) a Gorbaciov per chiedere una revisione dei confini. Di nuovo, la domanda cade nel vuoto ma se la petizione è stata inviata direttamente al Segretario Generale del PCUS, la risposta che arriva dopo un anno di silenzio non è personale, ma direttamente dall&#8217;amministrazione del partito e per di più negativa. E qui subentra un altro evento esterno al caucaso: Chernobyl. Fino all&#8217;esplosione della centrale nucleare, il rischio ambientale e l&#8217;inquinamento erano per l&#8217;Urss fenomeni che affliggevano solo i paesi capitalisti. Con l&#8217;esplosione della centrale cadde un altro tabù. L&#8217;Armenia e il Karabakh prendono di colpo coscienza che buona parte delle industrie<span class="Apple-converted-space">  </span>pericolose del paese si trovano sui loro territori e Erevan arriva in testa alla classifica delle città inquinate per quanto riguarda il monossido di carbone.<span class="Apple-converted-space">  </span>L&#8217;Armenia e gli armeni da allora si sentono sotto assedio: da una parte la pressione demografica nel Karabakh da parte azera che vede la loro presenza crescere, dall&#8217;altra il fenomeno ambientale. La minaccia è dunque un fatto fisico e reale ed è proprio questo sentimento che fa saltare il coperchio nel 88 con le manifestazioni di Stepanakert.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>18 febbraio 1988, a Erevan e Stepanakert si svolgono manifestazioni imponenti mentre la paralisi è totale dovuta anche allo sciopero generale. La parola d&#8217;ordine è: Un popolo, una repubblica. Ma anche qui non è il sistema sovietico che viene messo in causa e chiedono che venga applicato il principio leninista dell&#8217;autodeterminazione. Dopo il rifiuto di Mosca di prendere una decisione scomoda, il Soviet della regione autonoma decide a larga maggioranza di separarsi da Baku per unirsi alla RSS armena. Cioè un organo non democratico che si fa portavoce del sentimento popolare locale. A Stepanakert, dopo una settimana di manifestazioni, sono i giovani azeri che scendono per strada e si registrano le prime due vittime, entrambe azere. Per vendetta, è il turno della capitale azera ad infiammarsi nella citta di periferia industriale di Sumgait e i suoi quartieri misti. Il bilancio terribile di due notti di violenza è ufficialmente di 32 morti, senza contare i numerosi feriti e episodi di stupri. A questo evento venne dato il nome di pogrom di Sumgait.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Alla fine, con la dissoluzione dell&#8217;Unione Sovietica, quello che poteva significare libertà e democrazia (come per il caso dei paesi baltici), per altri significava l&#8217;inizio di un periodo di insicurezza, instabilità, di presa del potere da parte delle oligarchie nazionali e del proseguimento di conflitti mai spenti ma solo soffocati. Ci siamo soffermati su questo spaccato di quasi 200 anni di storia per fornire una base e cercare di comprendere il perché alcuni territori che erano etnicamente omogenei si sono ritrovati di fatto sotto controllo straniero. Il conflitto attuale tra i 2 paesi è anche il frutto della sconfitta del sistema sovietico nel gestire i popoli che la componevano.</p><p>The post <a href="https://www.geopoliticalcenter.com/attualita/le-radici-del-conflitto-tra-armenia-ed-azerbaigian/">“Le radici del conflitto tra Armenia ed Azerbaigian”</a> first appeared on <a href="https://www.geopoliticalcenter.com">GeopoliticalCenter, Geopolitica, Strategia, Analisi Economiche</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La Turchia: uno “stato cinese”?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Editoriale]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Sep 2020 19:43:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Erdogan is turning Turkey into a Chinese Client State” (Erdogan sta trasformando la Turchia in uno stato satellite cinese), così titola un recente articolo pubblicato da Foreign Policy.Si parla molto di Turchia in questo momento a causa della disputa territoriale con la Grecia e Cipro che vede Erdogan protagonista nel Mediterraneo Orientale.Nonostante una crisi economica [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Erdogan is turning Turkey into a Chinese Client State” (Erdogan sta trasformando la Turchia in uno stato satellite cinese), così titola un recente articolo pubblicato da Foreign Policy.<br />Si parla molto di Turchia in questo momento a causa della disputa territoriale con la Grecia e Cipro che vede Erdogan protagonista nel Mediterraneo Orientale.<br />Nonostante una crisi economica sempre più grave (che sta provocando un’importante perdita di consenso interno), nonostante un sempre più evidente isolamento della Turchia sia in ambito NATO che nel mondo musulmano (pochi giorni fa la Lega Araba ha votato una mozione che intima alla Turchia di ritirare le proprie truppe da tutti i paesi musulmani, Libia, Siria ed Iraq), Erdogan sembra non fare un solo passo indietro (il ritiro della nave da ricerca Oruç Reis, salutato da alcuni come segno distensivo, non è che tecnico, la nave ritornerà a fare prospezioni molto presto) ed appare molto sicuro di sé, ed allo stesso tempo certo della debolezza e dell’incertezza dei suoi avversari nel teatro mediterraneo<br />Vogliamo quindi riprendere alcuni elementi citati nel suddetto articolo ed aggiungervene altri per fornire una visione più completa possibile dei rapporti tra Turchia e Cina,così da potercontribuire a spiegare la situazione attuale ed a prevedere le mosse future di questi due stati.<br />Per molti anni Erdogan ha energicamente condannato il trattamento inumano degli Uiguri (che sono una popolazione Musulmana eturcofona) da parte del regime cinese chiamandolo senza mezzi termini “genocidio” nel 2009; per anni la Turchia è stato un porto sicuro per gli Uiguri che fuggivano il regime cinese.<br />Nel 2016 avviene un cambiamento inaspettato: le autorità turche arrestano ed estradano in Cina Abdulkadir Yapcan, un attivista Uiguro di primo piano che viveva da tempo nel paese.<br />L’anno successivo la Turchia e la Cina firmano un accordo di estradizione anche per fatti che sono reato in uno solo dei due paesi.<br />Nel 2019 moltissimi Uiguri vengono arrestati in Turchia e deportati.<br />Anche le condanne verbali di Erdogan e dei media governativi nei confronti di Pechino spariscono quasi completamente dal panorama giornalistico e diplomatico<br />Come spiegare un cambiamento del genere?<br />In un momento di grande difficoltà economica, la Cina ha offerto il proprio aiuto alla Turchia, e questo comporta automaticamente l’approvazione di Ankara alle azioni cinesi ed il silenzio davanti a certe pratiche per le quali Pechino non tollera intromissioni e contestazioni.<br />Effettivamente, a partire dal 2016, la collaborazione tra Cina e Turchia si espande esponenzialmente, tanto che negli ultimi 4 anni sono stati firmati 10 accordi bilaterali. Ma c’è di più.<br />Attualmente la Cina è il secondo più grande importatore di prodotti turchi dopo la Russia: il volume degli scambi commerciali nel 2018 è stato di 23 miliardi di dollari, di cui 20 miliardi di importazioni da parte della Cina, marcando un deficit commerciale cinese di ben 17 miliardi, tutto a vantaggio della Turchia.<br />Numerosi Imprenditori cinesi hanno investito in Turchia circa 3 miliardi di dollari soprattutto in infrastrutture nel periodo 2016-2018, ed è previsto il raddoppio di tale somma entro la fine del 2020.<br />Nel 2018 la Cina ha proclamato “l’anno del turismo turco”, spingendo i propri cittadini a visitare la Turchia; nel 2018 quasi 400.000 turisti cinesi hanno visitato il paese, un aumento del 60% rispetto all’anno precedente. Prima che la pandemia colpisse il settore turistico era anche previsto il raddoppio dei turisti cinesi entro la fine di quest’anno.<br />Quando il valore della lira turca è precipitato del 40% nel 2018 la Commercial Bank of China (di proprietà dello Stato) ha concesso alla Turchia prestiti per un valore di 3,6 miliardi di dollari, destinati a progetti energetici e nel campo dei trasporti.<br />Nel 2019, dopo che le elezioni municipali in Turchia avevano evidenziato un preoccupante calo della popolarità di Erdogan (il cui partito perse il controllo di molte delle città principali), la Banca Centrale cinese trasferì 1 miliardo di dollari in contanti alla sua consorella turca.</p>
<p>Quest’anno l’economia turca, già in recessione, è stata ulteriormente affondata dalla crisi pandemica. Subito il partito comunista cinese è accorso ancora una volta in aiuto di Erdogan: a partire da giugno le compagnie turche sono state autorizzate ad usare la valuta cinese per le transazioni commerciali, consentendo loro un più agevole accesso alla liquidità cinese.<br />Huawei, ormai sempre più in difficoltà in Occidente a causa dei suoi legami con il regime cinese, è invece incontrastata in Turchia: la porzione di mercato di Huawei è passata dal 3% nel 2017 al 30% nel 2019.<br />Un’altra importante società di telecomunicazioni cinese, ZTE, ha acquisito il 48% delle quote di Netas, il più importante produttore turco di hardware nel campo delle telecomunicazioni, il quale si sta occupando tra l’altro delle installazioni presso il nuovo aeroporto di Istanbul e della digitalizzazione della banca dati nazionale del ministero della sanità.<br />Potremmo chiederci come mai il regime cinese abbia deciso di essere così generoso con la Turchia di Erdogan. La risposta si trova probabilmente nel grande progetto economico-strategico cinese, la nuova Via della Seta, che vede nella Turchia uno dei suoi punti nevralgici.<br />Si tratta di una collaborazione cominciata prima del 2016, ma che è diventata sempre più stretta col passare del tempo.<br />La Turchia ha già completato la ferrovia che collega l’est del paese con Baku, in Azerbaijan, dove si connette a sua volta al sistema di trasporti che parte dalla Cina.<br />Nel 2015 un consorzio cinese ha acquistato il 65% delle azioni della società che gestisce il terzo più grande terminal per container in Turchia, Kumport, a Istanbul.<br />A gennaio di quest’anno sempre un consorzio cinese ha acquisito il 51% delle quote del ponte Yavuz Sultan Selim che collega Europa ed Asia attraverso il Bosforo; il consorzio italo-turco che lo possedeva voleva rivedere la propria partecipazione considerandolo non abbastanza redditizio.<br />Sempre quest’anno la China’s Export and Credit Insurance Corporation ha promesso alla Turchia fino a 5 miliardi per finanziare altri progetti legati alla Via della Seta.<br />Anche la cooperazione militare è stata oggetto di legami sempre più profondi: il missile balistico turco Bora, basato sul missile cinese B-611, ed utilizzato recentemente in operazioni contro il PKK, è uno dei risultati di questa cooperazione, così come lo è stata la partecipazione di ufficiali cinesi alle esercitazioni militari turche “Efeso” nel 2018.<br />È chiaro che l’aiuto cinese ha dato ad Erdogan l’immagine di un presidente capace di attirare importanti investimenti stranieri e portare avanti grandi progetti, elementi molto importanti per un uomo politico in crisi di consenso; il regime cinese ha fornito anche, materialmente, il denaro necessario a non far collassare l’economia turca.<br />In questo modo Erdogan non ha dovuto rivolgersi ai propri partner occidentali o ad istituzioni a guida americana, come il Fondo Monetario Internazionale, che richiederebbero serie riforme e cambiamenti in cambio di prestiti, riforme che Erdogan non può realizzare senza perdere il controllo totale che ha sul paese.<br />Ma quali vantaggi per il regime cinese?<br />La Cina acquisisce una testa di ponte sul Mediterraneo (peraltro perfettamente collegata alla madrepatria da una moderna rete di trasporti) ed una capacità di proiezione di forza verso l’Europa e l’Africa. Se avete letto la nostra analisi sugli sviluppi militari cinesi saprete che le infrastrutture costruite con fondi cinesi nell’ambito di questi progetti economici sono realizzate secondo standard militari, consentendone un doppio uso civile/militare.<br />Il regime cinese conquista inoltre un alleato nella NATO, potendone quindi indirettamente influenzare l’azione (o inazione).<br />Per finire, entrambe le nazioni sono spinte da ideologie di rivalsa e di recupero di un glorioso passato, la grande Cina Imperiale e l’Impero Ottomano, sogni che non possono realizzarsi nell’attuale contesto internazionale basato su istituzioni create dall’Occidente e guidate dagli USA.</p>
<p>In questa ottica devono essere viste le azioni turche degli ultimi anni, azioni aggressive ed impavide, in Iraq, in Siria, in Libia ed ora nell’Egeo.<br />La Turchia è oggi una media potenza che sogna la grandezza con alle sue spalle una grande potenza che ne ha compresa la rilevanza strategica.<br />Non sappiamo in che misura le azioni di Erdogan siano sue idee personali oppure siano dettate dall’alleato cinese, ma ciò che sappiamo è che la Cina sosterrà la Turchia finché i progetti turchi saranno in linea con i piani cinesi.<br />Per certo la disgregazione della NATO è un obiettivo russo tanto quanto cinese ed è ciò che stiamo vedendo materializzarsi sotto i nostri occhi.<br />Nonostante un’apparente solitudine, Erdogan si trova quindi in una posizione di forza grazie al sostegno economico cinese che gli ha permesso e gli permette di mantenere il controllo del paese nonostante anni di serie difficoltà economiche e sociali.<br />Oggi i paesi europei non possono rispondere con forza alle azioni turche; imporre delle sanzioni ed escludere le banche turche dai mercati finanziari internazionali costituisce un enorme rischio per le banche europee (esposte per più di 100 miliardi di dollari sul mercato turco) e quindi per la tenuta stessa dell’Eurozona. Sirischia inoltre di rompere il delicato equilibrio riguardo ai milioni di migranti presenti sul suolo turco, desiderosi di salpare verso l’Europa.<br />Anche l’amministrazione americana sembra non voler prendere di petto la sfida lanciata dalla Turchia, forse anche grazie all’ottimo rapporto personale che Erdogan è riuscito a stabilire con il Presidente Trump.<br />Erdogan dovrebbe però fare attenzione a non spingersi troppo oltre nel suo confronto muscolare con i paesi occidentali: in caso di guerra aperta il sostegno cinese non è scontato, trattandosi di un rapporto di interesse e non di un’alleanza e non avendo oggi la Cina una efficiente meccanismo militare di proiezione di forza.<br />Come Erdogan ha tradito gli Uiguri, allo stesso modo potrebbe essere a sua volta lasciato solo nell’ora più buia dal partito comunista cinese, suo alleato di convenienza in questi ultimi cinque anni.</p><p>The post <a href="https://www.geopoliticalcenter.com/attualita/turchia-stato-cinese/">La Turchia: uno “stato cinese”?</a> first appeared on <a href="https://www.geopoliticalcenter.com">GeopoliticalCenter, Geopolitica, Strategia, Analisi Economiche</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Lo Sviluppo Militare Cinese: Presupposti Ideologici, Stato dell’Arte, Prospettive Geopolitiche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Editoriale]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Sep 2020 10:57:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Breaking News]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Estremo Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A partire dall’anno 2000 il Dipartimento della Difesa americano fornisce ogni anno al Congresso, e quindi al pubblico, un rapporto sugli sviluppi (soprattutto) militari concernenti la Repubblica Popolare Cinese.Questo rapporto, oltre a rendere conto degli avanzamenti militari cinesi, spiega i principi, i piani e le strategie che inspirano e guidano l’azione del Partito Comunista Cinese [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>A partire dall’anno 2000 il Dipartimento della Difesa americano fornisce ogni anno al Congresso, e quindi al pubblico, un rapporto sugli sviluppi (soprattutto) militari concernenti la Repubblica Popolare Cinese.<br />Questo rapporto, oltre a rendere conto degli avanzamenti militari cinesi, spiega i principi, i piani e le strategie che inspirano e guidano l’azione del Partito Comunista Cinese (la Repubblica Popolare Cinese infatti oggi si identifica totalmente con il PCC)<br />Solo comprendendo la visione che i cinesi hanno di sé stessi e del mondo è possibile capire appieno gli sviluppi ed i cambiamenti che si stanno verificando in Cina e non solo. Specifichiamo che la maggior parte delle informazioni presenti nel rapporto sono in larga parte provenienti da fonti ufficiali cinesi, come dichiarazioni pubbliche dei suoi esponenti o documenti quali il libro bianco pubblicato dalla difesa cinese nel 2019, sono quindi scevre da condizionamenti occidentali.<br />Cominceremo con i principi e le strategie che regolano l&#8217;azione cinese e passeremo successivamente agli ultimi sviluppi militari.<br />LA VISIONE CINESE<br />La visione (che Xi Jinping chiama “sogno cinese”) che sta alla base di ogni azione degli ultimi anni di strategia di Pechino è la “grande restaurazione della nazione Cinese”, cioè il ritorno della Cina ad una posizione di forza, prosperità e leadership nel mondo, status che aveva perso in quello che viene chiamato “secolo dell’umiliazione”. Il secolo dell’umiliazione, comincia nel 1800 con l’inizio della disintegrazione della Dinastia Qing e dura fino alla fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949.<br />Tale obiettivo deve essere raggiunto nel 2049, anno in cui si festeggeranno i 100 anni dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese (RPC).<br />Una descrizione di come la Cina deve diventare può essere trovata nella cosiddetta “linea di base”, una singola frase nella Costituzione del Partito Comunista Cinese (PCC) che recita: “la linea di base del Partito Comunista Cinese nella prima fase del socialismo è quella di guidare tutto il popolo Cinese, unito in uno sforzo pionieristico e autonomo che faccia dello sviluppo economico il suo obiettivo principale, pur rimanendo fedele ai Quattro Principi Cardinali e rimanendo impegnato nell&#8217;azione di riforma e nell&#8217;apertura verso l’esterno, affinché la Cina diventi un grande e moderno paese socialista, prospero, forte, democratico, culturalmente avanzato, armonioso e splendido.”<br />L’accenno al “popolo di Cina unito” indica che l’unificazione con Taiwan ed il completamento dell’integrazione di Hong Kong e Macao prima della fatidica data del 2049 è un punto cardine della visione cinese, come anche esplicitamente indicato nel punto i) del Proemio della Costituzione (“Taiwan è parte del territorio sacrosanto della RPC”).<br />Da notare anche l&#8217;oscuro riferimento alla &#8220;prima fase del socialismo&#8221;, che presuppone che ci saranno altre fasi successivamente.<br />I leader del PCC affermano apertamente che, per raggiungere l’agognata restaurazione nazionale, la Cina deve guidare una riforma del sistema di governo mondiale, in quanto il sistema attuale è visto come antitetico al sistema socialista ed un limite intollerabile agli obiettivi cinesi. Una revisione dell’ordine mondiale è quindi, nella visione del PCC , necessaria per consentire lo sviluppo cinese, e questi cambiamenti dovrebbero peraltro riflettere i principi di politica estera del PCC, il quale occupa “la cima della moralità umana”, usando le parole del Ministro degli Esteri cinese.<br />Oltre all’importante data del 2049 ve ne è anche un’altra, il 2021 (centenario della fondazione del PCC), che porta con sé il raggiungimento di alcuni obiettivi preliminari.<br />Tra queste due date, abbastanza distanti tra di loro, è stato aggiunto il 2035 come data intermedia.<br />Il progresso cinese avanza così bene che il presidente Xi ha anticipato al 2035 alcuni obiettivi che il Partito nel 1987 aveva stabilito dovessero essere raggiunti alla metà di questo secolo.</p>
<p>L’obiettivo da raggiungere nel 2021 è quello di una “società moderatamente prospera da tutti i punti di vista”, il che spiega la mediatizzata lotta alla povertà condotta dal governo cinese negli ultimi anni. Per quanto riguarda le forze armate l’obiettivo preliminare (che doveva invece essere raggiunto nel 2020, ne parleremo in seguito), è invece quello di una “generale meccanizzazione, migliorata informatizzazione e capacità strategiche grandemente potenziate”.<br />Per quanto riguarda il 2035 gli obiettivi intermedi da raggiungere comprendono il sostanziale completamento della modernizzazione della difesa nazionale e delle forze armate in parallelo e di pari passo alla modernizzazione del paese; la Cina punta anche a diventare il leader mondiale dell’innovazione.<br />L’obiettivo finale da raggiungere nel 2049 consiste, come detto in precedenza, nel completamento della restaurazione nazionale. Una Cina rinnovata avrà uno status internazionale che Xi descrive come “leader mondiale in termini di forza nazionale ed influenza internazionale”.<br />Dal punto di vista militare, la Cina dovrebbe raggiungere nel 2049 la trasformazione delle “forze armate del Popolo” in una forza di altissimo livello, uguale o superiore alle forze armate USA.<br />Non bisogna però farsi trarre in inganno dal paragone con le forze armate USA: lo sviluppo militare cinese non segue necessariamente gli stessi schemi e le stesse strutture utilizzati dagli USA, si tratta di uno sviluppo proprio, tagliato su misura per soddisfare le necessità cinesi, che quindi potrebbe apparire, in certi ambiti, come “inferiore” ad un occhio non esperto che faccia semplici comparazioni quantitative e qualitative. Torneremo sugli sviluppi militari successivamente.<br />Per decenni l’Occidente, e con esso gli gli Stati Uniti, ha perseguito una strategia di apertura commerciale ed economica verso la Cina, ritenendo che l’introduzione del libero mercato nel sistema cinese avrebbe fatto crollare il socialismo di stato, cosa che non è avvenuta.<br />Sebbene nella “linea di base” vengano menzionate riforme e l&#8217;apertura verso l’esterno, si tratta di un’apertura relativa e limitata dai Quattro Principi Cardinali, inseriti anch&#8217;essi nella Costituzione del PCC.<br />I quattro principi sono: rimanere sul cammino del socialismo; mantenere la dittatura democratica del popolo; mantenere la leadership del PCC; mantenere il Marxismo-Leninismo ed il pensiero di Mao Zedong”.<br />L’adozione di alcune logiche di mercato non ha in alcun modo costituito un allontanamento dai principi del socialismo: i leader del PCC hanno imparato una dolorosa lezione dalle catastrofi provocate, all’epoca di Mao, da una progressione troppo rapida verso l’ideale socialista. Lo sfruttamento di alcuni principi capitalistici è stato considerato fin dall&#8217;epoca di Deng Xiaoping una necessaria e giustificata regressione dal socialismo volta a superare le circostanze storiche che hanno lasciato la Cina significativamente sottosviluppata.<br />A scanso di equivoci Xi Jinping ha detto nel 2014 che &#8220;promuovere la modernizzazione del sistema di governo nazionale non è occidentalizzazione o capitalismo&#8221;.<br />Qualunque illusione di un cambiamento pacifico dall’interno della società cinese dovrebbe quindi essere abbandonata dai leader occidentali.<br />I leader del Partito degli ultimi decenni hanno riconosciuto che, se la situazione non fosse stata gestita con cautela, il sistema socialista avrebbe costituito una fonte di tensione a lungo termine con l’Occidente e che il desiderio di un ritrovato status di super potenza unito alla forza crescente del paese avrebbero potuto allarmare le altre potenze mondiali. Per questo motivo la strategia adottata fino ad ora è stata quella di “nascondere le nostre capacità, aspettare il nostro momento, preservarci e crescere gradualmente”.<br />I leader cinesi hanno mostrato una fine visione strategica di cui vi proponiamo un esempio pratico:<br />Le iniziative economiche quali l&#8217;OBOR (One Belt, One Road) e Made in China 2025, veri e propri strumenti di proiezione ed espansione economica e militare al di là degli storici limiti regionali cinesi, hanno suscitato vive preoccupazioni nell&#8217;audience occidentale al tempo della loro presentazione. Per questo motivo l&#8217;establishment cinese ha modificato la propria strategia comunicativa, facendo sparire persino i nomi di tali iniziative (Made in China 2025 non viene praticamente più nominato dalle autorità cinesi) o utilizzando una retorica meno aggressiva, senza tuttavia alterare nei fatti tali progetti, che continuano ad essere sviluppati senza fare troppo rumore.</p>
<p>Sebbene quindi i vari leader cinesi abbiano perseguito con coerenza e costanza il rinnovamento nazionale come obiettivo ultimo, hanno dimostrato un certo grado di adattabilità strategica nel cogliere le occasioni che man mano si presentano e nel gestire le minacce alla propria strategia.<br />Il progresso cinese è però dilaniato da una contraddizione: da una parte l&#8217;attuale ordine internazionale, la pace e la stabilità da esso assicurate, il libero mercato ed il commercio globale hanno garantito alla Cina dei benefici economici e diplomatici enormi ed altrimenti irrealizzabili; dall’altra parte questo sistema è considerato incompatibile con la strategia e la visione cinese che prevede un nuovo ordine mondiale basato sul concetto di &#8220;comunità con un futuro condiviso per l&#8217;umanità&#8221;.<br />Man mano che la forza cinese cresce, e con essa i mezzi e le opportunità a sua disposizione, le politiche revisioniste dell&#8217;ordine mondiale diventano sempre più forti ed energiche.<br />LA POLITICA ESTERA<br />La sopracitata &#8220;comunità con un futuro condiviso per l&#8217;umanità&#8221; è l&#8217;obiettivo principale della politica estera cinese: la Cina riconosce di non poter realizzare l&#8217;agognata restaurazione nazionale restando isolata, ha bisogno che tutte le nazioni si pieghino davanti alle esigenze cinesi,<br />seguendo i principi del PCC nel relazionarsi le une con le altre.<br />Creare questa &#8220;comunità&#8221; è essenziale per stabilire la sicurezza esterna e le condizioni economiche necessarie.<br />Tutte le nazioni devono adottare i principi diplomatici cinesi affinché la Cina possa &#8220;mostrare la strada all&#8217;umanità&#8221; e &#8220;aprire il cammino allo sviluppo comune della Cina e del mondo&#8221;.<br />Le relazioni estere cinesi si differenziano secondo quattro categorie di attori:<br />&#8211; le potenze maggiori, con le quali la Cina intrattiene una sorta di collaborazione/competizione e che vuole spingere verso uno “sviluppo stabile e bilanciato” del sistema internazionale, cioè essenzialmente un sistema multipolare (affinché nessun paese abbia una posizione di preminenza rispetto alla Cina).<br />&#8211; le nazioni periferiche, con le quali la Cina desidera rafforzare le relazioni per creare un clima più favorevole lungo i suoi confini terrestri e marittimi, in accordo con una &#8220;corretta visione di giustizia ed interessi&#8221;, stabilita dalla Cina.<br />&#8211; le nazioni in via di sviluppo, verso le quali la Cina mostra solidarietà e cooperazione, anche allo scopo di influire sull&#8217;ultima categoria, cioè<br />&#8211; le organizzazioni internazionali (quali per esempio l&#8217;Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) o l&#8217;Organizzazione per il Cibo e l&#8217;Agricoltura (FAO)), nelle quali la Cina cerca di diventare l&#8217;azionista di maggioranza con il supporto dei paesi in via di sviluppo che hanno beneficiato della sua &#8220;generosità&#8221;.<br />La politica estera cinese non passa solamente dalla diplomazia. Nel 2019 il PCC ha deciso che è arrivato il momento di un cambiamento quasi epocale: le forze armate (che ricordiamo non servono direttamente lo Stato ma sono il braccio armato del Partito, quindi un organo politico) devono avere un ruolo più attivo nel far avanzare la politica estera cinese. Le forze armate cinesi sono esplicitamente chiamate a &#8220;partecipare attivamente&#8221; alla riforma del sistema di governo mondiale.<br />LA POLITICA ECONOMICA<br />La modernizzazione delle forze armate è legata a doppio filo alla modernizzazione ed allo sviluppo dell&#8217;economia, questo per tre motivi principali:<br />1) Un&#8217;economia solida ed in crescita consente di dedicare alle forze armate un budget sempre più importante (nel 2019 la Cina ha annunciato che il proprio budget annuale sarebbe aumentato del 6,2%, continuando una tradizione più che ventennale di aumenti costanti del budget della difesa che l&#8217;hanno portata ad essere attualmente il secondo paese dopo gli Usa per spesa militare. Da notare anche che il budget militare disponibile pubblicamente non contempla diverse voci maggiori, la reale spesa militare cinese è quindi molto più alta di quanto dichiarato ufficialmente).<br />2) Alcune iniziative economiche come la OBOR possono potenzialmente mettere le basi per proiettare la potenza militare lontano dalla madrepatria (per esempio l&#8217;accesso a porti stranieri che vengono ristrutturati ed ampliati a spese cinesi secondo standard militari, e che possono quindi diventare la base di operazioni militari o dare supporto logistico alle forze cinesi in qualsiasi momento. Torneremo sugli standard militari fra poco) costituendo anche una &#8220;scusa&#8221; per le forze armate cinesi di muoversi lontano dai confini per tutelare e difendere i loro interessi all&#8217;estero.</p>
<p>3) La Cina ottiene l&#8217;accesso a tecnologie straniere da utilizzare nel settore militare attraverso investimenti, acquisizioni, importazioni, centri di ricerca e sviluppo esteri, joint ventures, partnership accademiche, caccia ai talenti, oltre che spionaggio industriale e cibernetico nonché con altri mezzi più classici. .<br />LA FUSIONE MILITARE-CIVILE<br />Le autorità cinesi hanno formulato una strategia di ampio respiro che prevede la fusione completa tra settore civile e militare allo scopo di costruire un sistema strategico nazionale integrato. Questo significa che non c&#8217;è una linea di demarcazione chiara tra l&#8217;economia militare e quella civile, e che, per tornare all&#8217;acquisizione di tecnologia estera, tutte le tecnologie acquisite da una qualunque compagnia o società cinese possono essere utilizzate per scopi civili e militari, indifferentemente, il che rende molto difficile a paesi concorrenti la collaborazione con la Cina, in quanto indirettamente collaborano al suo sviluppo militare.<br />Cosa comporta praticamente questa fusione?<br />Queste sono le caratteristiche principali:<br />1) Fondere le risorse industriali militari e civili, cioè espandere la partecipazione del settore privato nell&#8217;industria e nelle catene logistiche militari, trasferire tecnologie mature tra i due settori così che entrambi ne beneficino, ridurre la dipendenza dall&#8217;estero per quanto riguarda tecnologie e materiali chiave.<br />2) Integrare e sfruttare le innovazioni scientifiche e tecnologiche in entrambi i settori, promuovendo lo sviluppo di tecnologie a doppio uso (militare/civile) e condividendo le risorse scientifiche.<br />3) Coltivare talenti nelle accademie militari e nelle università civili, facendo in modo che gli esperti che da queste usciranno possano partecipare a progetti di sviluppo indipendentemente dalla natura civile o militare di questi ultimi.<br />4) Integrare i requisiti normalmente richiesti per costruire strutture militari nella costruzione delle infrastrutture civili (aeroporti, porti, strade ferrate, sistemi di telecomunicazione) rendendole facilmente utilizzabili per scopi militari, sia in patria che all&#8217;estero (come accennavamo parlando dell&#8217;OBOR), quando necessario.<br />5) Costituire un sistema di mobilizzazione difensiva nazionale che consenta di utilizzare tutte le risorse civili e militari rapidamente ed efficacemente quando e come le circostanze lo richiedono.<br />Non si tratta di un&#8217;idea recente, ma mentre nel passato si parlava di &#8220;integrazione&#8221;, recentemente si è passati all&#8217;utilizzo del termine &#8220;fusione&#8221;, molto più incisivo.<br />Questa strategia è chiaramente d&#8217;importanza capitale: tutti i più importanti organi del Partito sono coinvolti nella sua gestione ed implementazione.<br />Nel 2017 è stata anche creata la Commissione Centrale per lo Sviluppo della Fusione Militare e Civile, presieduta da Xi Jinping in persona, fatto che deve farci valutare attentamente l’importanza di questo capitolo,e da tutte le più importanti personalità cinesi.<br />GLI SVILUPPI MILITARI<br />Nel primo rapporto al Congresso, richiesto da quest&#8217;ultimo nell&#8217;anno 2000, il Dipartimento della Difesa Americano descriveva le forze armate cinesi come &#8220;considerevoli ma prevalentemente arcaiche, non adatte alla realizzazione delle ambizioni del PCC&#8221;. All&#8217;epoca le forze cinesi non avevano le capacità, l&#8217;organizzazione e la prontezza operativa per sostenere una guerra moderna. La struttura e le capacità militari cinesi erano perlopiù concentrate sul concetto di guerra terrestre su vasta scala lungo i confini della Cina; le forze navali ed aeree erano assolutamente obsolete; i missili convenzionali, a corto raggio poco precisi; le capacità cyber, rudimentali; l&#8217;industria militare aveva difficoltà a produrre sistemi di alta qualità; anche avendo a disposizione sistemi moderni ed affidabili, le forze armate non avevano l&#8217;organizzazione, la coordinazione e l&#8217;addestramento necessari per utilizzarli efficacemente.<br />Dopo 20 anni ci sono ancora problemi di ampia portata di cui le autorità cinesi sono a conoscenza, e la loro strategia richiede infatti ancora 30 anni di modernizzazione e riforma. Nonostante ciò, ci sono delle aree in cui la Cina ha già superato numericamente (ma non ancora in qualità) gli Stati Uniti:<br />&#8211; Marina: la Cina ha la più grande Marina del mondo che conta più di 350 navi e sottomarini di cui più di 130 navi da guerra maggiori. la Marina USA dispone di circa 293 navi.<br />&#8211; Missili cruise (GLCM) e balistici convenzionali (GLBM) lanciati da terra (la G della sigla, Ground): più di 1.250, con una portata variabile tra 500 e 5.500 km. Gli Usa dispongono attualmente di un solo tipo di missili balistici convenzionali con un raggio di 70-300 km e nessun GLCM, in quanto il</p>
<p>trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces), firmato negli anni 80 da USA ed Unione Sovietica (e recentemente denunciato dall’amministrazione Trump)limita il possesso di questi missili.<br />&#8211; Sistemi integrati di difesa aerea: le forze armate cinesi dispongono di una delle più grandi forze al mondo di sistemi terra-aria a lungo raggio che costituiscono parte della sua robusta e ridondante (termine con accezione positiva in questo caso) architettura di difesa aerea, inclusi sistemi russi S300 invarie versioni, mentre la Russia ha deciso di non fornire i sistemi S-400.<br />Come avevamo accennato in precedenza la &#8220;generale meccanizzazione&#8221; delle forze armate doveva essere completata nel 2020, secondo il piano originale formulato nel 2015.<br />Nel libro bianco pubblicato nel 2019 però si fa notare che &#8220;l&#8217;armata per la liberazione del popolo&#8221; (PLA) non ha ancora raggiunto il traguardo prefissato, che è stato posticipato, secondo quanto detto da ufficiali cinesi, al 2021 o 2022.<br />Veniamo ora ad una breve analisi delle principali forze che compongono la PLA:<br />&#8211; Esercito di terra (PLAA): si tratta dell&#8217;esercito di terra più numeroso al mondo con 915.000 soldati in servizio attivo.<br />Il compito delle forze di terra sta evolvendo dalla difesa regionale al rafforzamento della capacità di condurre operazioni sostenute in multipli teatri di guerra.<br />L&#8217;esercito è in corso di riorganizzazione e ristrutturazione. Si sta puntando molto su formazioni di livello più basso e dimensione ridotta (le cosiddette brigate combinate) in quanto più flessibili e più adatte a condurre complesse operazioni congiunte con altri rami delle forze armate.<br />Si contano al momento 13 gruppi d&#8217;armata, composti in totale da 78 brigate combinate.<br />Le brigate si distinguono in pesanti, medie o leggere (a seconda dei mezzi di trasporto truppe utilizzati, rispettivamente, cingolati, ruotati e ad alta mobilità) e contare fino a 5.000 uomini.<br />Ogni corpo d&#8217;armata dispone inoltre di 6 brigate specializzate (artiglieria, difesa aerea, aviazione, forze speciali, genio e difesa chimica, logistica).<br />Nonostante le ormai acquisite capacità cinesi di produrre armamenti ed equipaggiamenti moderni e di alto livello, l&#8217;esercito è talmente numeroso che non si é ancora riusciti a ritirare dal servizio tutti i veicoli e le armi arcaiche: è possibile osservare una grande disparità di armamenti tra una brigata e l&#8217;altra, passando da carri armati degli anni 60 a moderni &#8220;main battle tank&#8221; di terza generazione. È solo una questione di tempo prima che tutte le forze di terra dispongano di equipaggiamento moderno.<br />Dopo due anni dedicati alla ristrutturazione, nel 2019 il focus è stato spostato verso più numerose ed intense esercitazioni combinate e congiunte con le altre branche delle forze armate che simulino scenari sempre più realistici con la presenza di forze dedicate che facciano da &#8220;nemico&#8221;, il tutto per avere una simulazione il più possibile realistica. Si tratta di un&#8217;esigenza sentita da tutte le componenti delle forze armate in quanto da decenni l&#8217;esercito cinese non partecipa ad una vera guerra e non ha quindi reale esperienza di combattimento.<br />&#8211; Marina (PLAN): Si tratta della Marina più grande al mondo e può contare su circa 350 navi e sottomarini.<br />Il documento bianco del 2019 descrive la transizione della marina da &#8220;difesa nelle acque prossime&#8221; a &#8220;missione di protezione nei mari lontani&#8221;.<br />Le forze navali sono attualmente suddivise in tre flotte (Settentrionale,Orientale e Meridionale). La marina si sta concentrando nel rimpiazzare i mezzi di precedenti generazioni ad una velocità sconcertante.<br />Per esempio negli ultimi anni i cantieri navali cinesi hanno prodotto 17 sottomarini d&#8217;attacco diesel-elettici Yuan, ed è previsto che ne vengano prodotti altri 25 nei prossimi 5 anni.<br />Al momento la marina cinese dispone di 12 sottomarini nucleari (con armamento nucleare, si intende), di cui 6 Jin Type 094, i quali rappresentano la prima forma credibile di deterrenza nucleare marina (ognuno di essi porta 12 missili balistici).<br />La costruzione della nuova generazione di sottomarini nucleari Type 096, che saranno equipaggiati con nuovi missili balistici , è iniziata quest&#8217;anno e la marina cinese conta di averne a disposizione 8 nei prossimi 10 anni.<br />I mezzi di superficie più moderni invece vengono sistematicamente equipaggiati con sistemi lanciatori multiruolo che siano in grado di lanciare siluri, missili antiaerei ed antinave. Vengono anch&#8217;essi prodotti in serie ad una velocità impressionante.</p>
<p>La Cina dispone attualmente di una portaerei costruita localmente, la Shandong, terminata nel 2017. Un&#8217;altra di nuova generazione, con più autonomia e dotata di sistemi a catapulta (che permettono di far decollare aerei più grandi e pesanti), è in costruzione; è prevista inoltre la costruzione di diverse altre nei prossimi anni. Queste nuove portaerei consentiranno alla marina cinese di accrescere grandemente la potenza di una flotta dispiegata al di là delle acque periferiche cinesi.<br />La punta di lancia della marina cinese è costituita probabilmente dalle nuove navi anfibie Yushen Type 075 (una già dispiegata, la seconda in arrivo) che si affiancano alle precedenti Yuzhao Type 071 (di cui 7 già operative ed una in arrivo); si tratta di vascelli polivalenti che possono operare lontano dalla flotta in maniera completamente autonoma e che possono portare un grande numero di mezzi da sbarco, truppe (Marines), veicoli corazzati, elicotteri ed equipaggiamenti.<br />I mezzi perfetti per dispiegamenti a lungo raggio.<br />A proposito di Marines, il corpo dei Marines cinese continua ad espandersi ed a concentrarsi su spedizioni militari ad ampio raggio invece che sul ruolo tradizionale di difesa ed assalto anfibio delle isole nel Mar Cinese Meridionale.<br />Il corpo dei Marines contava precedentemente 2 brigate composte da circa 5.000 uomini ognuna. Negli ultimi due anni le brigate sono diventate 8.<br />Il ruolo futuro dei Marines sarà sempre più quello di proteggere gli interessi cinesi oltremare: già adesso un contingente è stazionato presso la base militare cinese in Djibouti che ha il compito di supportare un eventuale intervento militare cinese in Africa ed in Medio Oriente a difesa degli investimenti e delle infrastrutture cinesi.<br />&#8211; Aviazione (PLAAF): si tratta dell&#8217;aeronautica più grande della regione Indo-Pacifica e la terza al mondo, 2.500 velivoli (droni e aerei da addestramento esclusi) di cui 2.000 da combattimento. Anche in questo caso si assiste ad una transizione che va dalla difesa aerea territoriale ad una forza aerea strategica capace di una proiezione di forza a lungo raggio ed in grado di compiere operazioni difensive ed offensive.<br />Dei 1.500 caccia operativi più di 800 sono ormai caccia di quarta generazione, che rapidamente stanno sostituendo quelli più antiquati.<br />Nell&#8217;ottobre 2019 la Cina ha mostrato al mondo il ritorno della componente aerea del trittico nucleare (bombardieri, sottomarini, missili lanciati da terra) con la presentazione del nuovo H-6N, il suo primo bombardiere nucleare che può essere rifornito in volo, ampliando la portata già considerevole dei bombardieri della famiglia H-6 che potevano raggiungere Guam a partire dalle basi aeree in Cina.<br />Nuovi droni e velivoli equipaggiati per la ricognizione e la guerra elettronica vengono costantemente aggiunti alla flotta.<br />&#8211; Forza missilistica (PLARF): si tratta della forza che gestisce le capacità missilistiche di terra, convenzionali e nucleari, e ed è quindi una delle componenti del trittico nucleare.<br />Il piano per la forza missilistica prevede il rafforzamento della deterrenza nucleare e delle capacità di contrattacco.<br />Nel 2019 la PLARF ha lanciato più missili balistici, a scopo di test ed esercizio, del resto del mondo messo insieme.<br />Considerato il notevole sviluppo delle capacità missilistiche cinesi, specialmente di nuovi vettori ipersonici, le autorità cinesi considerano necessario produrre un maggior numero di testate atomiche, soprattutto a causa del dispiegamento di MIRV (missili che portano multiple testate nucleari); si prevede infatti che il numero di testate nucleari lanciabili da terra (attualmente 100) raddoppierà nei prossimi 5 anni.<br />&#8211; Forza di supporto strategico (SSF): si tratta dell&#8217;organizzazione responsabile (tra le altre cose) della guerra elettronica, d&#8217;informazione e psicologica.<br />La SSF applica alla guerra d&#8217;informazione il concetto delle &#8220;Tre Guerre&#8221;, cioè guerra psicologica, dell&#8217;opinione pubblica e legale.<br />Il compito dell&#8217;organizzazione è quello di modellare la narrativa pubblica internazionale, indebolire la volontà del nemico, modellare le narrative diplomatiche e politiche e portare avanti gli interessi cinesi attraverso ogni fase del conflitto.<br />Al momento il target principale delle operazioni del SSF sono gli Stati Uniti.</p>
<p>Uno scenario al quale i militari stanno lavorando alacremente negli ultimi anni è quello relativo al possibile coinvolgimento di un un terzo soggetto in una campagna militare su larga scala, come ad esempio nel caso in cui gli USA cercassero di fermare l&#8217;invasione cinese di Taiwan.<br />I militari stanno lavorando per offrire alla Cina delle opzioni viabili atte a dissuadere o, se necessario, sconfiggere, un soggetto terzo che dovesse interferire nelle operazioni militari cinesi (anti-access/area-denial, A2/AD).<br />Tali capacità di dissuasione e deterrenza sono al momento molto robuste all&#8217;interno della prima catena di isole (linea ideale che collega il sud del Giappone al Vietnam, e che comprende il Mar Cinese Orientale e Meridionale, e quindi Taiwan) ma la Cina punta ad estenderle ed a poter condurre operazioni anche offensive all&#8217;interno della seconda catena di isole (che comprende le Filippine e l&#8217;Indonesia) e oltre, nell&#8217;Oceano Pacifico ed Indiano ed in alcuni casi in tutto il globo.<br />DETERRENZA NUCLEARE<br />Ne abbiamo già parlato frammentariamente, ma vale la pena spendere ancora qualche parola sulla deterrenza nucleare.<br />La politica nucleare cinese ha come priorità il mantenimento di una forza nucleare capace di sopravvivere ad un primo strike e di rispondere con sufficiente forza da infliggere al nemico un danno considerato inaccettabile.<br />Nei prossimi 10 anni il numero totale di testate atomiche (che è stimato attualmente tra 200 e 300) dovrebbe, secondo le previsioni, come minimo raddoppiare.<br />Ci sono inoltre sempre maggiori evidenze che la Cina voglia mantenere almeno parte dei missili nucleari in uno stato perenne di LOW (Launch on Warning), quindi pronti ad essere lanciati in pochissimo tempo.<br />Per assicurare la sopravvivenza delle forze nucleari un altro elemento fondamentale è la diversificazione dell&#8217;arsenale, e la triadenucleare, come abbiamo visto, è in corso di potenziamento.<br />Per decenni la Cina ha mantenuto una politica che prevede il &#8220;No First Use&#8221;: la Cina non utilizzerà mai per prima armi nucleari in nessuna circostanza, e non userà né minaccerà mai di usare armi nucleari contro paesi non nucleari.<br />Esiste però una certa ambiguità sul tema in quanto di recente ufficiali cinesi hanno pubblicamente avvertito della necessità di prevedere circostanze in cui la Cina possa utilizzare armi nucleari per prima, per esempio nel caso in cui un attacco convenzionale nemico minacci la sopravvivenza della forza nucleare cinese o del regime stesso.<br />La mancanza di trasparenza cinese non permette di saperne di più sulla questione, ma il grado e la rapidità della modernizzazione e dell&#8217;ampliamento delle forze nucleari suscitano più di qualche dubbio sulle intenzioni future del regime.<br />Siamo arrivati alla fine di questo resoconto.<br />Si tratta di informazioni pubbliche, a cui tutti hanno accesso, ma che spesso non sono trattate dai media generalisti e che probabilmente sono sconosciute anche a molti politici. Eppure riteniamo essenziale comprendere le ragioni profondamente ideologiche che spingono la Cina ad agire e che determinano, da sempre e per sempre, la sua politica estera.<br />Si tratta di un paese formidabile, spinto da una visione chiara e mosso da una volontà politica e sociale granitica , un paese che purtroppo trova davanti a sé un Occidente privo di visione e di scopi, che non sa cosa fa né dove sta andando, in cui l&#8217;individualismo più sfrenato e la visione politica miope, attenta soltanto ai bisogni e “alle voglie” del momento, impediscono quella che sarebbe una necessaria pianificazione del futuro.<br />Per il momento l&#8217;insieme dei paesi occidentali è militarmente più solido e meglio organizzato della Cina (soprattutto grazie agli USA), ma abbiamo visto che la situazione sta cambiando; se nel futuro dovesse scoppiare un conflitto su vasta scala, anche non nucleare, la preparazione civile e militare cinese sarebbero ineguagliate e costituirebbero un vantaggio enorme.<br />Questo è il momento di aprire gli occhi sulla realtà cinese e capire che il regime cinese non si fermerà prima di aver piegato il mondo intero alla propria volontà, come pubblicamente e chiaramente affermano i suoi leader da decenni. Questo è il momento di prendere delle contromisure per limitarne l&#8217;espansione, la modernizzazione militare e soprattutto le ambizioni di Pechino.<br />In assenza di contromisure efficaci conseguenti alla presa di coscienza relativa al pericolo reale concreto e presente rappresentato dall’espansionismo politico, culturale e militare cinese , sarà solamente una questione di tempo prima che anche l&#8217;Occidente si pieghi davanti al socialismo del Partito Comunista Cinese.</p>
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<p>Photo Credit: Wikipedia </p><p>The post <a href="https://www.geopoliticalcenter.com/attualita/militare-cinese-presupposti-ideologici-stato-dellarte-prospettive-geopolitiche/">Lo Sviluppo Militare Cinese: Presupposti Ideologici, Stato dell’Arte, Prospettive Geopolitiche</a> first appeared on <a href="https://www.geopoliticalcenter.com">GeopoliticalCenter, Geopolitica, Strategia, Analisi Economiche</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Una Guerra di Informazione contro gli Stati Uniti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Editoriale]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Aug 2020 16:57:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Atlantico]]></category>
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra di Informazione]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra Fantasma]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Stiamo analizzando i rapporti prodotti dalla Commissione Intelligence del Senato Americano relativi alle “actives measures” ed alle interferenze messe in atto dalla Russia in occasione delle elezioni presidenziali del 2016.  Si tratta di 5 rapporti per un totale di circa 1.300 pagine che analizzano i diversi aspetti della questione (l’ultimo è stato pubblicato solo qualche [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Stiamo analizzando i rapporti prodotti dalla Commissione Intelligence del Senato Americano relativi alle “actives measures” ed alle interferenze messe in atto dalla Russia in occasione delle elezioni presidenziali del 2016.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Si tratta di 5 rapporti per un totale di circa 1.300 pagine che analizzano i diversi aspetti della questione (l’ultimo è stato pubblicato solo qualche giorno fa).</p>
<p>Con questo post vorremmo portare alla vostra attenzione le informazioni più importanti che possono essere trovate nel rapporto n.2 dedicato alla campagna di manipolazione e disinformazione che sarebbe stata condotta sui social media.</p>
<p>È doveroso sottolineare, prima di iniziare, che tali rapporti sono il risultato di uno sforzo bipartisan che ha unito sia democratici che repubblicani, secondo lo spirito che anima<span class="Apple-converted-space">  </span>tale Commissione, in quanto l’intelligence non dovrebbe mai essere condizionata da interessi di parte.</p>
<p>La Commissione, dopo anni di indagini approfondite, è arrivata alla conclusione che nel 2016 il governo russo, soprattutto attraverso<span class="Apple-converted-space">  </span>un’organizzazione chiamata “Internet Research Agency” (IRA), basata a San Pietroburgo, ha condotto una guerra d’informazione allo scopo di diffondere disinformazione ed aggravare le divisioni e le tensioni presenti in seno alla società americana.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Perché scegliere di condurre una guerra d’informazione? Ci sono molti validi motivi: è innanzitutto molto più economica di un conflitto militare convenzionale, rende spesso difficile risalire con certezza agli autori (limitando quindi le capacità di rappresaglia) ed infine l’attacco stesso spesso viene scoperto in ritardo rispetto a quando è stato portato, vanificando la possibilità di mitigazione del danno.</p>
<p>Si trattava anche di uno dei pochi modi di attaccare l’Occidente, vista la grande disparità in termini di potenza economica e militare tra USA e Russia.</p>
<p>Ma torniamo ai dettagli di questa possibile campagna ostile.</p>
<p>L’IRA è una società fondata e diretta da Yevgeniy Prigozhin, un oligarca russo che conduce operazioni di intelligence e militari per conto del Cremlino. Prigozhin è stato anche collegato al finanziamento ed alla direzione del gruppo Wagner, noto gruppo paramilitare russo che recentemente ha combattuto in Ucraina, Siria e si trova attualmente sul campo in Libia.</p>
<p>Prigozhin è stato soprannominato “lo Chef di Putin”, a causa dei numerosi contratti di catering che ha concluso con il governo russo, compreso quello del ricevimento tenuto in occasione della vittoria di Putin alle elezioni del 2012.</p>
<p>L’IRA è una cosiddetta “fabbrica di troll”(definizione riduttiva), un’organizzazione con un budget mensile di più di un milione di dollari e circa 400 impiegati, che si occupava di creare migliaia di pagine e profili personali su praticamente ogni social media esistente allo scopo di farli passare come pagine e persone reali gestiti da cittadini americani. Accumulavano<span class="Apple-converted-space">  </span>pazientemente followers col passare dei mesi prima di passare all’attacco, diffondendo determinate informazioni al momento opportuno.</p>
<p>Sebbene la guerra d’informazione russa abbia sfruttato il contesto delle elezioni presidenziali del 2016, l’operazione era focalizzata su questioni altamente divisive quali razza, immigrazione, secondo emendamento (cioè il diritto garantito dalla Costituzione di possedere e portare armi) nel tentativo di mettere gli americani gli uni contro gli altri e contro il loro governo, tutto questo ben al di là delle elezioni stesse.</p>
<p>Come viene sottolineato nel rapporto il target di queste operazioni non era soltanto una specifica tornata elettorale, ma il tessuto stesso della democrazia americana.</p>
<p>I contenuti pubblicati erano appositamente studiati per provocare rabbia ed indignazione, divisioni e sfiducia nelle istituzioni.</p>
<p>Le già di per sé divisive elezioni presidenziali del 2016 sono state solo una componente aggiuntiva che ha reso più dirompenti le azioni messe in atto.</p>
<p>La prova che tali operazioni non mirassero esclusivamente ad influenzare le elezioni del 2016 sta nel fatto che l’attività dell’IRA sui social non è cessata ma anzi aumentata dopo l’Election Day: +238% su Instagram, +59% su Facebook, +52% su Twitter.</p>
<p>Relativamente alle elezioni stesse la Commissione ha concluso che il governo russo avrebbe agito in modo da discreditare e denigrare tutti i candidati, repubblicani e democratici, che avessero una linea ostile nei confronti della Russia.</p>
<p>Durante le primarie sono stati condotti attacchi contro Hillary Clinton ed a favore di Bernie Sanders, contro i repubblicani Ted Cruz, Marco Rubio e Jeb Bush, e spesso a favore di Donald Trump.</p>
<p>Una volta che i candidati dei due campi erano ormai decisi, la campagna russa si è concentrata il più possibile sul danneggiare Hillary Clinton: sono note a tutti le migliaia di mail riservate della Clinton il cui furto il rapporto attribuisce alla GRU o G.U. (l’agenzia di intelligence militare russa) che le ha poi passate a Wikileaks perché le pubblicasse; notizia immediatamente diffusa e ricondivisa ovunque dai troll dell’IRA,<span class="Apple-converted-space">  </span>poi ripresa e seguita implacabilmente da media russi largamente seguiti quali Russia Today e Sputnik.</p>
<p>Vediamo quindi che in parallelo alle attività dell’IRA, il GRU portava avanti operazioni di furto di informazioni, che venivano poi inviate ad organismi o giornalisti che erano in grado di pubblicarle. A questo scopo anche il GRU ha impiegato identità fittizie sui social come “DCLeaks” o “Guccifer 2.0”.</p>
<p>Anche dopo le elezioni, quando Trump stava considerando Mitt Romney (storicamente molto critico della Russia) per ricoprire la carica di Segretario di Stato, gli account gestiti dall’IRA hanno cominciato una pesante campagna di denigrazione nei suoi confronti, chiamandolo “serpente a due teste” e “pupazzo dei globalisti”.</p>
<p>Ma attenzione, il Cremlino ha favorito Trump non per una qualche simpatia personale o perché “amico dei russi”, ma perché considerato il meno pericoloso per la Russia e forse il più divisivo al livello societario, il tutto nell’ambito di una guerra che va oltre una singola elezione, come dicevamo prima.</p>
<p>A conferma di questo il rapporto afferma che l’atteggiamento positivo dell’IRA nei confronti di Trump si è esaurito con le elezioni. Una volta Trump eletto, l’IRA ha cambiato completamente attitudine cominciando ad enfatizzare e provocare sentimenti anti-Trump in un’audience di sinistra, promuovendo addirittura hashtag quali “Impeach45”, “Resist”, “GunReformNow”.</p>
<p>Tornando all’attività sui social, bisogna notare che la stragrande maggioranza dei contenuti diffusi dall’IRA non esprimeva un chiaro supporto per l’uno o l’altro candidato. Invece i contenuti si concentravano spesso su una narrativa discreta centrata su disunità, malcontento ed assenza di speranza.</p>
<p>In questo contesto nessun singolo gruppo è stato preso di mira dall’IRA più degli Afro-Americani: le questioni razziali sono state il loro obiettivo preferito: di tutti i contenuti IRA sponsorizzati su Facebook il 66% menzionava una parola collegata alla razza; il targeting basato su geolocalizzazione (strumento offerto da Facebook per mostrare certi contenuti in certe aree geografiche) era principalmente indirizzato verso aree metropolitane ad alta presenza afro-americana; il 96% dei contenuti YouTube era basato su questioni razziali e violenza poliziesca.</p>
<p>Nel caso degli Afro-Americani venivano anche condotti attacchi che li spingessero a non votare (caratterizzati da hashtag come “non votare per niente”, “perché dovresti votare”, “il nostro voto non conta”) oppure a non votare Clinton, e magari votare un candidato indipendente (“un voto per Jill Stein non è un voto sprecato”) che non aveva alcuna speranza di vittoria.</p>
<p>Per evitare incomprensioni bisogna chiarire che lo scopo di questa campagna non è quello di creare problemi che non esistono, ma di sfruttare divisioni e fratture già esistenti nella società presa di mira: le questioni razziali, per esempio, non sono “un complotto russo”, ma sono state sfruttate e grandemente amplificate dai troll russi.</p>
<p>Più una società è polarizzata, più è vulnerabile a questo tipo di attacchi.</p>
<p>Tutte le istituzioni e le norme che definiscono le democrazie liberali occidentali (elezioni aperte e competitive, informazione libera, libertà di parola, società differenziata) sono perfetti conduttori della propaganda anti-occidentale.</p>
<p>I bot, cioè account automatizzati, hanno giocato un ruolo molto importante nella diffusione di informazioni false: dei ricercatori che hanno analizzato circa 20 milioni di tweet relativi alle elezioni 2016 hanno scoperto che circa 1/5 erano il risultato di bot.</p>
<p>L’uso di enormi quantità di bot, oltre che di migliaia di account gestiti da persone in carne ed ossa, mostra il modus operandi di questa campagna: ampi volumi di interazioni ad un ritmo rapido, continuo e ripetitivo.</p>
<p>Basandosi sul principio secondo cui le prime impressioni che una persona ha sono quelle più difficili da cancellare, l’IRA letteralmente “inondava” in tempi record i social con la propria “versione dei fatti” di qualunque evento accadesse nel mondo reale, lasciando l’audience presa di mira completamente sopraffatta dalla mera mole di informazioni.</p>
<p>Sono stati attribuiti agli account NON automatizzati creati e gestiti dall’IRA almeno 61.500 post su Facebook, 116.000 su Instagram e 10,4 milioni di tweet, tutti sotto le mentite spoglie di autentici cittadini americani: un esercito di troll che sopraffà i social con un diluvio di contenuti falsi o fuorvianti, semina il dubbio e la paranoia e distrugge ogni possibilità di usare Internet come uno spazio democratico.</p>
<p>Facebook ha stimato che almeno 11.4 milioni di persone negli USA hanno visto almeno uno dei contenuti sponsorizzati (quindi a pagamento) dell’IRA, e si tratta solamente di 3.393 post.</p>
<p>Se parliamo di contenuti non sponsorizzati invece, Facebook stima che 126 milioni di americani siano entrati in contatto con tali contenuti nel periodo 2015-2017.</p>
<p>Gli account e le pagine utilizzate in questa enorme campagna manipolativa erano oggetto di grande cura ed attenzione: per ottenere seguito e credibilità, la maggior parte dei contenuti condivisi erano innocui (canzoni preferite e ricette, per esempio, nel caso di profili personali), il tutto per non destare sospetti ed attirare l’attenzione di persone dagli interessi simili.</p>
<p>Un esempio molto chiaro è quello di una pagina Facebook chiamata “Army of Jesus”, una pagina apparentemente cristiana che nella maggior parte dei casi condivideva semplici incoraggiamenti e passaggi biblici.</p>
<p>In mezzo a molti post innocui e coerenti con il tema della pagina, necessari per aumentare il numero dei followers (216.000 al momento della chiusura) venivano poi inseriti contenuti sensibili. Nel caso della pagina in questione, tra i vari post di incoraggiamento condivisi negli ultimi giorni prima dell’Election Day 2016, spicca ad un certo punto un post che veicola la notizia falsa che la Clinton volesse rimuovere la parola Dio dal giuramento.</p>
<p>Come dicevamo prima, elementi divisivi, spesso falsi, pensati per provocare rabbia ed indignazione.</p>
<p>Un altro elemento fondamentale da capire per comprendere la strategia russa in questa guerra d’informazione è la cosiddetta “ideologia fluida”; al contrario di quanto accadeva durante la guerra fredda, quando i sovietici supportavano quasi esclusivamente gruppi di sinistra e diffondevano una propaganda conforme alla loro ideologia, la disinformazione russa messa in atto nel 2016 non ha alcun limite ideologico.</p>
<p>Una stessa persona, operante da uno stesso pc, diffondeva una versione dei fatti con account di “destra” ed il suo esatto contrario con account di “sinistra”, il tutto allo scopo di creare confusione e competizione tra i vari campi.</p>
<p>Alcuni esempi pratici:</p>
<p>1.Ecco alcune delle pagine Facebook più attive gestite dall’IRA: “Stop All Invaders” (contro l’immigrazione); “Brown Power (a favore dei diritti degli immigrati); “Being Patriotic” (temi di destra, secondo emendamento); “Blacktivist” (questioni razziali e brutalità poliziesca); “United Muslims of America” (diritti dei rifugiati e libertà religiosa); “LGBT United (identità di genere e sessuale); “Army of Jesus” (temi cristiani). Lo stesso avveniva su Instagram, dove l’IRA gestiva account che promuovevano tutto ed il contrario di tutto, con i 10 (su oltre 130) account più seguiti che contavano complessivamente più di 1 milione e mezzo di followers, generando decine di milioni di interazioni.</p>
<p>2.Nel maggio 2016 la pagina “Heart of Texas” (250.000 followers) promuove una protesta davanti al centro islamico di Houston. Contemporaneamente, la pagina “United Muslims of America” (325.000 followers) promuove un secondo evento alla stessa ora nello stesso posto. Nessuna delle due pagine aveva avvertito della presenza dei followers dell’altra. Lo scopo era chiaramente quello di provocare degli scontri.</p>
<p>3.A metà novembre 2016 agenti operativi dell’IRA hanno organizzato a New York, praticamente nello stesso momento, sia una manifestazione a sostegno di Trump che un’altra caratterizzata dallo slogan “Trump non è il mio presidente”.</p>
<p>Per sottolineare la rilevanza che alcuni di questi account sono riusciti a raggiungere, vogliamo citare il caso dell’account Twitter “TEN GOP”, fantomatico account del Partito Repubblicano del Tennessee.</p>
<p>Questo account falso non solamente è riuscito ad ottenere più di 150.000 followers (mentre il vero profilo Twitter del Partito Repubblicano del Tennessee ne aveva solo 13.000), ma addirittura alcuni contenuti pubblicati su di esso sono stati diverse volte citati in articoli di giornale e dai media professionali, ignari della sua vera natura, e ricondivisi da celebrità e politici, come per esempio Donald Trump Jr. ed il Generale Michael Flynn.</p>
<p>La stessa cosa è avvenuta con altri account Twitter di presunte persone “di sinistra”, i cui contenuti sono stati condivisi molte volte da un ampio ventaglio di ignari media tradizionali.</p>
<p>Questa è solo una<span class="Apple-converted-space">  </span>parte delle informazioni contenute nel rapporto in oggetto, ma riteniamo sia esemplificativa di come funziona una campagna di disinformazione in epoca moderna.</p>
<p>Abbiamo deciso di condividere con voi questi fatti perché possiate tenerne conto quando sentite parlare di quello che in questi mesi sta accadendo e accadrà negli USA in questa tesissima stagione elettorale.</p>
<p>L’Intelligence americana ha avvertito già diversi mesi fa che gli USA sono nuovamente oggetto di queste guerre d’informazione.</p>
<p>A marzo e maggio sono stati scoperti e chiusi moltissimi account Twitter riferibili (ma non ancora con assoluta certezza) al governo russo che utilizzavano le stesse tecniche che abbiamo descritto sopra, impersonando cittadini americani appartenenti a tutte le categorie ideologiche.</p>
<p>Lo stesso è avvenuto recentemente per un’intera rete di account falsi gestiti da attori ostili cinesi che prendevano di mira il presidente Trump, soprattutto riguardo alla gestione della pandemia (ma non trascurando i soliti temi razziali).</p>
<p>Forse contrariamente a quanto avvenne nel 2016, oggi ci sono almeno 3 attori che stanno facendo tutto il possibile per manipolare l’opinione pubblica americana (e globale) ed esacerbare gli animi:</p>
<p>1.la Cina, che conduce una campagna contro il presidente uscente Trump (considerato pericoloso in quanto imprevedibile) ed a favore di Biden (da molto tempo sostenitore della “non-confrontational policy” nei confronti della Cina, evitare qualunque conflitto e sperare che prima o poi la Cina si “occidentalizzi”).</p>
<p>2.La Russia, che conduce una campagna a favore di Trump (considerato inoffensivo) e contro Biden (considerato ostile alla Russia).</p>
<p>3.L’Iran, che conduce una campagna contro Trump (a causa del suo solido sostegno ad Israele e agli altri alleati del Golfo) ed a favore di Biden (che, se eletto, farebbe rientrare gli USA nell’accordo sul nucleare iraniano).</p>
<p>Come vi avevamo accennato nel precedente post sulle “actives measures”, una guerra asimmetrica e non convenzionale è in corso.</p>
<p>È fondamentale rendersene conto e capirne i meccanismi per non cadere vittima della manipolazione e riuscire nonostante tutto a distinguere il vero dal falso, cosa che è e diventerà sempre più difficile con il passare del tempo, anche a causa di tecnologie sempre più avanzate (deep fake) e di una realtà sempre più interconnessa, nella quale i fatti diventano opinioni, e la realtà punto di vista.</p><p>The post <a href="https://www.geopoliticalcenter.com/attualita/una-guerra-di-informazione-contro-gli-stati-uniti/">Una Guerra di Informazione contro gli Stati Uniti</a> first appeared on <a href="https://www.geopoliticalcenter.com">GeopoliticalCenter, Geopolitica, Strategia, Analisi Economiche</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Un Nuovo Assetto Globale &#8211; Teoria per un Nuovo Equilibrio di Pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Editoriale]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2020 18:56:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Atlantico]]></category>
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il mondo è cambiato, la politica dei blocchi è fallita, il tentativo di rendere la Russia una “potenza regionale” (di Obamiano concetto) è naufragato, l’idea che la Cina sarebbe stata un docile partner dell’Occidente violentemente abortita, il sogno di una Europa dei Popoli federale e equa interrotto dal patto di Aquisgrana.  Nel mondo, nel nostro [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il mondo è cambiato, la politica dei blocchi è fallita, il tentativo di rendere la Russia una “potenza regionale” (di Obamiano concetto) è naufragato, l’idea che la Cina sarebbe stata un docile partner dell’Occidente violentemente abortita, il sogno di una Europa dei Popoli federale e equa interrotto dal patto di Aquisgrana. </p>
<p>Nel mondo, nel nostro mondo, oggi la Russia ha ripreso (anche se solo in parte) il suo ruolo di attore globale, sebbene sia lontana dalla superpotenza di sovietica memoria. La Cina ha assaporato il gusto del Potere e ora nulla può indurre la sua leadership a mitigare il desiderio di una Grande Cina egemone fisicamente in Asia ed economicamente e politicamente nel mondo. L’Europa è  divenuta una diarchia franco-tedesca sebbene fortemente instabile per il desiderio tedesco di relegare i francesi ad una loro appendice militare. In questo scenario gli Stati Uniti (e non per colpa di Trump) cercano di recuperare i danni di otto anni di presidenza Obama. <br /><br /></p>
<p>A latere di questi attori principali decine di paesi cercano di diventare protagonisti nella loro regione, e punti di riferimento per le potenze mondiali che operano vicino a loro.</p>
<p>Egitto, Turchia, Iran, Corea del Nord, Arabia Saudita, India lottano con ogni energia per diventare indipendenti sotto ogni punto di vista, non dover dipendere dall’estero per approvvigionamenti alimentari, forniture industriali, produzione meccanica, sviluppo di capacità militari. Nello scenario attuale abbiamo assistito ad un fortissimo e diffuso interventismo cinese (economico e politico al momento) che ha portato Pechino ad avere in ogni paese del mondo lobbisti (prezzolati e non) pronti a difendere gli interessi cinesi, spesso a scapito degli interessi nazionali delle nazioni terze. Sebbene, come abbiamo detto, i cinesi abbiano cercato di creare una rete globale di analisti, politici e dirigenti di azienda a loro vicini, si sono sviluppate anche “alleanze” politiche a livello di stato con alcuni di questi paesi: Iran, Corea del Nord, Italia e soprattutto con la Russia. </p>
<p>Parliamo in particolare della Russia perché potrebbe essere Mosca il vero ago della bilancia del nuovo assetto globale. Se Pechino riuscirà a neutralizzare Mosca, e a farla diventare un “socio” (sempre però minoritario nello schema di pensiero cinese), allora Pechino avrà aperte le porte che la condurranno al controllo globale. La Cina infatti, al fine di focalizzare la sua forza militare (oltre che come già detto politica) oltre il mar della Cina, ha dovuto garantirsi la sicurezza dei suoi confini terrestri e con essa la certezza che nessuna forza ostile potrà mai invadere la madrepatria cinese. Questa condizione ha rappresentato la forza stessa degli Stati Uniti che, isolati dal resto delle terre emerse e confinante con due paesi alleati e non minacciosi (Messico e Canada) non hanno dovuto badare alla difesa dei confini ma hanno potuto proiettare la sua potenza in tutto il globo. Questa nostra affermazione è sostenuta dal fatto che nell’unica occasione nella quale la madrepatria americana è stata minacciata da breve distanza (ci riferiamo alla crisi di <span style="font-size: inherit;">Cuba) gli Usa non esitarono ad arrivare ad un passo dalla guerra mondiale per mantenere la loro sicurezza dei confini.</span> </p>
<p>Ecco oggi l’unico paese in grado di minacciare i confini cinesi è proprio la Russia e su di essa ora ci concentreremo. Russia e Cina sono geograficamente nemici naturali, a differenza di Russia e Stati Uniti.  La storica ambizione russa di un posto al sole nel Pacifico a sud di Vladivostok è stata mitigata dopo il crollo dell’Unione Sovietica ed il conseguente focus della politica russa rivolto alla parte occidentale della Federazione. Negli ultimi anni della presidenza Putin la Russia ha esteso il suo interesse nuovamente alla regione artica ed in parte anche alla regione del Pacifico. La carenza di una moderna flotta navale e gli anni di oblio in cui è versata la regione siberiana rallentano le ambizioni russe nell’estremo oriente, che però rimane dai tempi di Port Arthur ad oggi una delle direttrici di espansione politica, commerciale e militare naturale della Russia. <br />La Cina, ben conscia di questa situazione, cerca costantemente di garantirsi una Russia non ostile, allettandola con due elementi non secondari per il Cremlino. Il primo elemento è la possibilità per la Russia di esportare in Cina ingenti quantità di gas naturale, la seconda è dichiararsi disponibile a fare fronte comune per abbattere l’egemonia americana. Putin però è ben cosciente che nel momento in cui la Cina dovesse prevalere definitivamente contro gli Stati Uniti, inevitabilmente e conseguentemente la Russia sarebbe la “vittima” successiva dell’espansionismo cinese. <br /><br /></p>
<p>La Russia è oggi senza opzioni, obbligata dallo status quo a fornire energia a basso costo alla Cina, a lottare per mantenere una distanza fisica tra i confini della nazione russa e confrontarsi con potenziali armi offensive che potrebbero minacciare l’integrità e l’indipendenza della Federazione Russa. La Cina invece agisce in maniera più spregiudicata e tenta di inserirsi anche nelle possibili aeree di influenza russe, Europa e Mediterraneo in primis. Interessante sarà osservare la postura cinese verso la Turchia, che potrebbe essere utilizzata da Pechino in una duplice maniera. La Turchia odierna reclama il suo spazio vitale, sia con il concetto terreste del neo ottomanesimo (la rinascita della sfera di influenza turca da Baghdad a Gibilterra), sia con la teoria marittima della “patria blu” (l’annessione alla Turchia di tutte le isole dell’Egeo prossime alla terraferma turca, da sempre terre greche). Ecco questa Turchia è l’ideale candidato cinese per un ruolo chiave nel mediterraneo.</p>
<p>Guidata da uomo, Erdogan, che si crede predestinato a riportare, nel nome di Allah, la Turchia, anzi l’Impero Ottomano, alla “grandezza che merita”. Pechino potrebbe essere molto interessata ad aiutare Erdogan nella sua missione e non solo in chiave anti-occidentale in senso lato ma anche e soprattuto per far sorgere una nazione in grado di contendere alla Russia il dominio nel Mar Nero, mettere condizioni alle esportazioni russe verso l’Europa e rendere quindi più “conveniente” per Putin rifornire di gas Pechino, e non ultimo far sì che una nazione musulmana minacci e metta in difficoltà la più importante comunità ortodossa “non moscovita”, quale è la Grecia. <br /><span style="font-size: inherit;"><br />La Turchia in questa ottica rimane comunque uno strumento delle azioni cinesi mentre l’obiettivo principale della geopolitica globale cinese, al di fuori del mar Cinese Meridionale, è a nostro avviso rendere la Russia non in grado di nuocere ai progetti espansionistici di Pechino. <br />Ecco perché una forma di collaborazione tra Occidente e Russia non solo è auspicabile ma risulta invece indispensabile in ottica di contenimento dell’espansionismo cinese. Putin stesso ha ben chiaro questo concetto, ed infatti non ha atteso un minuto per fornire all’India, storico avversario cinese, tutto l’hardware militare che New Delhi ha richiesto viste le continue provocazioni cinesi al confine tra i due Stati. Allo stesso tempo il Cremlino ha ordinato lo stop alle forniture dei sistemi di difesa aerea S-400 al governo di Pechino, ben cosciente delle capacità degli ingegneri cinesi di assimilare rapidamente le conoscenze tecnologiche applicate al sistema S-400 il quale potrebbe essere impiegato, in una forma evoluta Made in Cina, contro la stessa Russia. <br /><br />Ma come mettere in atto questa strategia di coinvolgimento della Russia, dopo i tanti fallimenti del passato e dopo gli scontri che hanno visto contrapposti Mosca e gli Stati Uniti, nonché Mosca e l’Unione Europea. Dopo la speranza di Pratica di Mare, il collasso del trattato ABM, il crollo del trattato INF, la fine del trattato Open Sky, il Maidan di Kiev, le primavere arabe (che avevano come ultimo obiettivo quello di relegare la Russia ad una potenza terrestre senza accesso al Mediterraneo), i vari interventi in Siria, ed ora i tentativi di rivolta in Bielorussia, Mosca vede ormai parte dell’Europa (e segnatamente la Germania, seguita dalla Polonia, dai Baltici e dagli Scandinavi) non come un avversario ma ormai come un nemico. <br /></span></p>
<p><br /><span style="font-size: inherit;">Per prima cosa è necessario garantire una via di esportazione sicura del gas russo verso il sud Europa. Per fare ciò è indispensabile che la Turchia non riesca ad instaurare una Zona Economica Esclusiva in grado di condizionare la posa e la gestione di ogni gasdotto che volesse attraversare il mediterraneo da est verso ovest. Per fare questo l’unica possibilità è appoggiare politicamente, economicamente, diplomaticamente e militarmente Grecia ed Egitto nella loro battaglia di sopravvivenza contro i turchi. La Germania non ha invece alcun vantaggio da una vittoria occidentale nel Mar Mediterraneo in quanto, come la Cina, necessita e già ottiene forniture energetiche dalla Russia, che troverebbe  nel sud Europa un mercato alternativo.</span></p>
<p>Il secondo passaggio riguarda la Libia che dovrebbe essere accompagnata nella sua rinascita da Italia ed Egitto estromettendo la Turchia ed allo stesso tempo ottenere dai Russi l’assicurazione di un loro disimpegno dal Nord Africa al fine di impedire che missili a raggio intermedio russi possano minacciare direttamente il comando sud della NATO. Come contropartita a questa concessione russa, Mosca dovrebbe avere garantita la non influenza occidentale in Bielorussia (per le stesse ragioni a parti invertite riguardanti la presenza di missili a raggio intermedio, sistemi antimissile ecc), e la neutralità dell’Ucraina sulla falsariga del trattato di stato austriaco, ridisegnando in parte i confini tra Russia e Ucraina stessa. <br /><br />Terzo punto (il più importante e che a livello globale potrebbe essere anche il solo veramente in grado di modificare l’attuale situazione di conflitto): la stipula di un nuovo trattato-quadro che deve comprendere gli elementi classici della deterrenza e del bilanciamento delle forze (ABM, INF, Open Sky), con un importante paragrafo che metta al bando l’utilizzo dell’intelligenza artificiale (AI) in campo militare (elemento al quale dedicheremo un ampio spazio nelle prossime settimane). Tale trattato-quadro dovrà impegnare Stati Uniti, Europa, Russia, Giappone e Cina. La Cina potrebbe essere l’unica nazione a rifiutare tale trattato, evidenziando ancora una volta la sua attitudine espansionistica. Questo trattato potrebbe essere definito come la garanzia di una pace globale, in quanto potrebbe eliminare gli elementi di conflitto e di sospetto che stanno generando una corsa agli armamenti di proporzioni potenzialmente in grado di alterare l’intero assetto produttivo mondiale.</p>
<p>Il quarto punto è economico ed è rappresentato dalla creazione di una commissione per la rimozione graduale e calendarizzata delle sanzioni economiche e dei dazi reciproci che dovrà avanzare simultaneamente con i passi del trattato-quadro riguardante gli elementi base del nuovo equilibrio globale <br /><span style="font-size: inherit;"><br />In assenza di questi passaggi, e ancor di più in caso di vittoria democratica alle prossime elezioni americane, la Russia identificherà noi, noi europei, noi occidentali, come una minaccia diretta alla sovranità e all’indipendenza della Federazione e di conseguenza torneremo ad essere un obiettivo strategico primario per gli analisti, e per le armi russe. Da un punto di vista economico le sanzioni e le contro-sanzioni tra Europa e Russia ci priveranno di un mercato dalle grandi potenzialità, mentre l’Africa è ormai già sotto il tallone economico di Pechino e nel momento in cui gli Stati Uniti hanno riscoperto i vantaggi che ha per gli Usa un protezionismo ben ponderato. </span></p>
<p>Molto, se non tutto, si giocherà nella notte elettorale americana, se Trump dovesse prevalere (fatto oggi molto difficile, come già 4 anni fa) e l’Europa scegliesse la via tedesca di conflitto con Mosca, R<span style="font-size: inherit;">oma non dovrebbe ripetere gli errori sciagurati del 1938. Se i Democratici Usa prevarranno dovremo lasciare la Germania al suo destino, lavorando in ogni modo per cercare di procedere verso lo scenario da noi descritto. </span></p>
<p>In caso contrario diverremo inevitabilmente, e senza che i nostri stessi decisori se ne rendano conto, strumento e vittima dell’espansionismo globale  cinese. </p><p>The post <a href="https://www.geopoliticalcenter.com/attualita/nuovo-assetto-globale-teoria-equilibrio-pace/">Un Nuovo Assetto Globale – Teoria per un Nuovo Equilibrio di Pace</a> first appeared on <a href="https://www.geopoliticalcenter.com">GeopoliticalCenter, Geopolitica, Strategia, Analisi Economiche</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>I Neo-Ottomani preparano l’attacco all’Occidente.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Editoriale]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Aug 2020 13:52:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Breaking News]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per loro, per gli ideologi del neo-ottomanesimo intrisi di retorica nazionalista, mistica, religiosa noi, noi Occidente, siamo semplicemente il nemico. Noi, noi Europa, noi cristiani, noi ebrei siamo per loro semplicemente un terreno di conquista.  Che questo semplice concetto rappresenti integralmente la visione neo-ottomana è dimostrato direttamente dalle dichiarazioni che arrivano da Ankara, da Istanbul, dagli estremisti [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Per loro, per gli ideologi del neo-ottomanesimo intrisi di retorica nazionalista, mistica, religiosa noi, noi Occidente, siamo semplicemente il nemico. Noi, noi Europa, noi cristiani, noi ebrei siamo per loro semplicemente un terreno di conquista.  Che questo semplice concetto rappresenti integralmente la visione neo-ottomana è dimostrato direttamente dalle dichiarazioni che arrivano da Ankara, da Istanbul, dagli estremisti che oggi prendono sempre più piede in Libia, da un’ampia fetta della popolazione rurale che abita la Turchia. Che questo semplice concetto sia aderente alla realtà lo si nota dalla sempre maggiore aggressività, sia verbale sia militare, messe in campo dal paese che oggi incarna lo spirito neo-ottomano che sta sorgendo nel Mediterraneo orientale e non solo. Al momento però la Turchia non possiede una struttura militare capace di sostenere questo progetto imperiale nel breve periodo; per diventare una potenza imperiale oggi la Turchia deve assolutamente diventare egemone nella gestione di alcuni beni primari e indispensabili al sostentamento stesso di quei nemici che abbiamo elencato in apertura di questa analisi. <br />Uno dei beni indispensabili all’Europa é il gas naturale, gas naturale di cui il Mediterraneo orientale è ricco: giacimenti di grandissima rilevanza sono presenti nelle acque cipriote, nelle acque israeliane, nelle acque libanesi ed egiziane. Le compagnie petrolifere di tutto il mondo sono accorse in quest’area geografica per sviluppare progetti di scoperta e poi estrazione funzionali ai bisogni dell’intero continente europeo e dei paesi rivieraschi e poveri (fino ad ora) di materie energetiche. Ma il Mediterraneo non è solamente il luogo dove trovare il gas naturale, il Mediterraneo è anche e soprattutto il luogo dove far transitare i gasdotti che possono portare ingentissime quantità di metano verso l’Europa, metano che non necessariamente deve provenire dai giacimenti ivi presenti. Il Mediterraneo infatti può ospitare sul suo fondo gasdotti che provengono dal Caucaso, dalla Persia, dal paesi del Golfo. Ed è su questo aspetto geografico e geopolitico che la Turchia di Erdogan pensa di costruire quella sua vita economica e quella indispensabilità strategica che potrebbe portare Ankara (o forse Istanbul) a diventare veramente la capitale di un nuovo impero. È funzionale a questo tentativo l’accordo ottenuto da Erdogan con il governo libico di Tripoli, accordo secondo il quale la Turchia e Libia condividerebbero il confine di una zona economica esclusiva marittima in grado di tagliare letteralmente in due il Mediterraneo. Chiunque volesse posare un gasdotto che attraversasse in Mediterraneo dovrebbe fare i conti con la volontà turca e quindi anche con le condizioni turche. Tuttavia questa arbitraria decisione di identificare un confine marittimo comune tra Turchia e Libia si scontra con la presenza, fisica e reale, della Grecia e di tutte le isole che appartengono ad Atene nel mar Egeo. La costellazione di isole greche nell’Egeo, e l’imponente presenza dell’isola di Creta, rendono la delimitazione di una zona economica esclusiva tra Turchia e Libia semplicemente un’utopia. <br />In risposta alla dichiarazione libico-turca riguardante la zona economica esclusiva, Atene e il Cairo hanno siglato poche ore fa un accordo analogo istituendo e delimitando un’altra zona economica esclusiva che relega la Turchia a uno Stato litoraneo, senza possibili pretese di controllo integrale del Mediterraneo orientale.</p>
<p>L’accordo tra Grecia ed Egitto ha alterato un labile equilibrio raggiunto grazie alla mediazione tedesca alcune settimane fa. In quei giorni infatti la Turchia si apprestava a iniziare  l’esplorazione petrolifera all’interno di aree  rivendicate, anzi possedute, dalla Repubblica ellenica, ci riferiamo in particolare a tratti di mare presenti nella competenza meridionale delle isole greche di Rodi, Karpatos e Kastellorizo. Poco più a nord di tali aree sono previste dal giorno 10 agosto esercitazioni militari turche, che però saranno svolte all’interno delle acque territoriali di Ankara. Il fatto che in quest’area vi sia, o non vi sia, presenza di idrocarburi è del tutto irrilevante, la Turchia con questa azione punta a  dimostrare che le isole greche non posseggono una loro zona economica esclusiva.</p>
<p>La strategia di Erdogan potrebbe mimare quanto già accaduto nella zona economica esclusiva di Cipro, quando unità militare turche hanno impedito con la forza le attività di ricerca di una nave italiana, la SAIPEM 2000, inviata nell’area di sua competenza dopo che era stata vinta da parte italiana una concessione di esplorazione emessa dalle autorità cipriote. Allo stesso modo, nei prossimi giorni, Erdogan potrebbe mandare una nave per esplorazioni marittime all’interno della zona economica esclusiva greca, facendo scortare tale unità dalla sua marina militare. Questo atteggiamento Turco è figlio della debolezza italiana che alcuni mesi fa ha concesso ai turchi di prevalere con la forza contro il diritto internazionale.</p>
<p>Siamo assolutamente certi che al contrario dell’Italia la Grecia non permetterà che la violenza prevarichi il diritto e l’indipendenza della Repubblica ellenica. In un tale scenario, e qui dedicheremo un articolo specifico ad un’ipotesi di conflitto nell’area Rodi-Karpatos-Kastellorizo, l’unità dell’Occidente contro i progetti neo-ottomani e contro l’imperialismo Turco sarà fondamentale, non tanto per vincere una guerra, quanto per evitarla.</p>
<p>Nel caso in cui la Grecia sia lasciata da sola a confrontarsi contro i turchi la tentazione per Ankara di usare ancora una volta la forza del Mediterraneo potrebbe essere un richiamo troppo forte da vincere, scatenando così un conflitto armato tra due Stati che da sempre combattono l’uno contro l’altro contendendosi i medesimi territori. Se al contrario l’Europa tutta, l’Occidente tutto, la Nato nel suo complesso, prendesse posizione a difesa della legge e del diritto internazionale e conseguentemente a difesa della Grecia, non assisteremo a nessuna guerra in quanto Erdogan sa benissimo di non potersi confrontare contro un simile schieramento. <br />Nel nostro intimo attendiamo invece che, come spesso accaduto, alcuni paesi, per prima l’Italia, non prendano posizione a difesa del diritto internazionale e della legge. Spesso Roma tende a schierarsi dalla parte di colui che sembra il più forte e più determinato, già troppe volte abbiamo visto il nostro Paese appiattirsi sulle posizioni turche, cedere alle pressioni di Ankara, non difendere i propri interessi nazionali per il timore di dover ricorrere, anche in maniera molto limitata, allo strumento militare. <br />Nel malaugurato caso di conflitto tra Ankara ed Atene, la Grecia chiederà aiuto all&#8217;Occidente, alla NATO, a noi tutti; speriamo che questa volta, almeno questa volta, i governanti dell’Europa non si girino dall’altra parte, facendo finta che nulla stia accadendo alle porte della nostra Europa, dove un nuovo impero cerca di emergere a discapito nostro, mettendo in discussione ogni aspetto della nostra cultura e della nostra società. </p><p>The post <a href="https://www.geopoliticalcenter.com/attualita/neo-ottomani-attacco-occidente/">I Neo-Ottomani preparano l’attacco all’Occidente.</a> first appeared on <a href="https://www.geopoliticalcenter.com">GeopoliticalCenter, Geopolitica, Strategia, Analisi Economiche</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La Libia al bivio: Provincia Neo Ottomana o Estensione dell’Occidente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Editoriale]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2020 21:03:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Breaking News]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
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<p>The post <a href="https://www.geopoliticalcenter.com/attualita/libia-bivio-provincia-neo-ottomana-o-estensione-occidente/">La Libia al bivio: Provincia Neo Ottomana o Estensione dell’Occidente</a> first appeared on <a href="https://www.geopoliticalcenter.com">GeopoliticalCenter, Geopolitica, Strategia, Analisi Economiche</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La Libia, uno stato tracciato con squadra e compasso seguendo una idea territoriale che non rappresentava e non rappresenta l’identità etnica e nemmeno le divisioni geografiche dell’area in oggetto. Questa scelta di metà Ottocento ha influenzato ogni giorno della vita della Libia e continua anche oggi a far sì che la Libia sia una terra contesa. Lo era ai tempi del decadente Impero ottomano, sebbene Tripolitania e Cirenaica fossero due provincie separate, lo era quando era parte dell’Impero italiano mentre ci si riferiva ad essa spesso come ad uno scatolone di sabbia, lo è ancora di più oggi quando quel vasto lembo di Nord Africa non è soltanto il trampolino di lancio per raggiungere la parte meridionale dell’Europa, ma è anche un luogo con ingenti scorte di materie prime energetiche e il luogo dal quale disegnare aree economiche esclusive in grado di erigere un vero e proprio muro all’interno del Mediterraneo.</p>
<p>Dopo la guerra per abbattere Gheddafi, e allo stesso tempo organizzata per rompere gli equilibri regionali che vedevano l’Italia partner privilegiato di Tripoli, la Libia è tornata appetibile per ogni attore regionale e sovraregionale che avesse interesse a prendere parte alla creazione di una sua sfera di influenza in un luogo chiave del Mediterraneo. La nostra scelta schizofrenica relativa alla partecipazione ad una missione che abbatteva i nostri interessi nazionali in Nord Africa, seguita dalla volontà di non sostenere pienamente le milizie e le fazioni da noi appoggiate ci hanno oggi portato a dover fare, per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, una definitiva, rischiosa, ma ineluttabile scelta di campo.</p>
<p> </p>
<p>La scelta che il Paese, il nostro Paese, è chiamato a fare non deve essere determinata esclusivamente dal nostro passato in Libia, non deve essere condizionata da pregiudizi o simpatie dirette o indirette, non deve basarsi sul calcolo cinico relativo a “chi può vincere la prossima battaglia”. La nostra scelta cari amici e lettori, cari italiani, deve basarsi su tre elementi chiari, il primo è semplice e diretto: il nostro interesse nazionale. Il secondo è molto meno evidente ai più e decisamente non politicamente corretto: la nostra potenza militare e di intelligence nel Mediterraneo centrale. Il terzo elemento è la valutazione degli “alleati” o perlomeno dei “non nemici” che potrebbero condividere con noi parte degli obiettivi che il controllo della Libia assicura. <br />Analizziamo chi oggi combatte in Libia e perché lo fa. Alleati del governo di Tripoli sono la Turchia, l’Iran e il Qatar, tutti e tre con una prospettiva che spazia sia sul piano geopolitico-geografico classico, e cioè la proiezione di potenza verso l’Europa meridionale, sia la possibilità di bloccare “legalmente” la costruzione di gasdotti, oleodotti e dorsali di fibre ottiche dal Medio Oriente all’Europa instituendo una Zona Economia esclusiva che si spingerebbe dalle coste di Bengasi fino alla città turca di Izmir. <span style="font-size: inherit;"> Obiettivo secondario della presenza turco-iraniana a Tripoli risiede inoltre nella capacità di destabilizzare, in nome della Fratellanza Mussulmana ormai diventata una entità filoiraniana, l’Egitto laico di El Sisi, ponendo le condizioni per una nuova rivoluzione egiziana che aprirebbe alla Fratellanza e all’Iran le porte ed il controllo del Canale di Suez. Successivamente sarebbe poi completato quell’accerchiamento di Israele funzionale al desiderio iraniano di cancellare dalle mappe del mondo lo stato ebraico e il sogno ottomano di Erdogan  di pregare in maniera esclusiva ad Al Aqsa, il nome arabo del Monte del Tempio con la sua moschea. Questo gruppo di paesi alimenta il governo di Tripoli con armi di vario tipo (antiaeree, anticarro, droni) e con migliaia di miliziani giunti dalla Siria, e allo stesso tempo offre agli immigrati in viaggio verso l’Italia la possibilità di combattere, dietro pagamento di un salario, nelle milizie locali, cronicamente in deficit di uomini da utilizzare sul campo di battaglia.</span></p>
<p>L’altra parte in conflitto è rappresentata dall’alleanza Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, con il supporto della Russia fornito tramite la società di contractors “Wagner”. L’Egitto è il capofila di questa alleanza politico-militare e fornisce al governo di Tobruk, ed al suo uomo forte il generale Haftar, finanziamenti, sistemi d’arma e supporto di intelligence. Il Cairo vede nell’avanzata neo-ottomana, filo-iraniana, e della Fratellanza Mussulmana il maggior pericolo per la stabilità dello stato laico egiziano e della politica orientata al pacifico sviluppo economico della nazione, mantenendo e sviluppando partnership con Israele e l&#8217;Occidente tutto. La Cirenaica rappresenta una provincia cuscinetto in grado di limitare le infiltrazioni di gruppi terroristici, predicatori e sobillatori di popolo che potrebbero dare il via ad una rivolta in grado di spingere l’Egitto a diventare quella punta di lancia che la Fratellanza Mussulmana potrebbe utilizzare nei suoi piani di espansione militare contro Israele e l’attuale regno saudita, ed emiratino. È per questi motivi che gli Emirati Arabi Uniti si impegnano in Libia fornendo materiale militare sempre più efficiente e moderno, mentre i sauditi assicurano un costante flusso di cassa necessario alla sopravvivenza del sistema statale di Haftar. All’interno di questa alleanza, defilato ma indispensabile alla stabilità della situazione militare (almeno fino ad oggi) si evidenzia il ruolo della Russia che ha impiegato i mercenari della Wagner per sostenere l’avanzata delle truppe di Tobruk prima su Sirte e poi verso Tripoli. <br />Ed è proprio Sirte oggi lo spartiacque della guerra di Libia. Le truppe neo-ottomane sono avanzate rapide verso la città petrolifera dell’omonimo golfo  e di fatto baluardo della strategia militare egiziana atta ad impedire il collasso delle milizie di Tobruk e allo stesso tempo non concedere una importante fonte di finanziamento ai turchi. <br />Sirte, se minacciata militarmente, potrebbe innescare una decisa reazione militare dell’Egitto, una reazione diretta che costringerà l’Italia ad una decisa scelta di campo, cadendo il mantra della Farnesina che recita “non esiste soluzione militare al conflitto libico”</p>
<p>In questo particolare momento storico solo la Francia ha preso una decisione netta a favore di Tobruk e contraria all’espansionismo turco-iraniano. Mentre il nostro paese come si comporta? <br />Roma ha mantenuto una posizione ambigua, appoggiando alternativamente le richieste delle due parti in conflitto, ottenendo unicamente il ridimensionamento del ruolo italiano in terra libica. Ma nel caso in cui Sirte venisse attaccata dai neo-ottomani e l’Egitto rompesse la regola della guerra per procura, che ha caratterizzato da sempre la guerra in Libia, l’Italia neutrale perderebbe ogni capacità di agire sulla sponda meridionale del Mediterraneo. <br />Da sempre il nostro gruppo chiede una presa di posizione italiana nell’interesse del nostro interesse geopolitico e strategico che NON È RAPPRESENTATO dalla gestione dell’immigrazione illegale della Libia, unico argomento che anima, anzi rianima, la nostra diplomazia. <br />L’Egitto di El Sisi è il nostro naturale alleato in questa sfida geopolitica, mentre la Turchia, quella Turchia che con la forza militare ha impedito le attività legali di Saipem al largo di Cipro, la Turchia che cerca di erigere un muro economico nel mezzo del Mediterraneo, la Turchia che nega l’essenza cristiana della cattedrale di Santa Sofia e che si augura di ripristinare l’Impero islamico ottomano dall’Andalusia a Gerusalemme, non può essere un nostro partner come invece pare emergere dalla parole e dagli atti dei Ministeri degli Esteri e della Difesa. <br />Se l’Italia non avrà il coraggio di schierarsi, anche impegnando la sua capacità militare, al fianco delle forze laiche a difesa della libertà dell’Egitto, del diritto di esistere di Israele, di un progetto di autonomia e libertà della Libia e allo stesso tempo contro le visioni egemoniche e teocratiche incarnate dall’asse turco-iraniano, non solo perderemo ogni nostra possibilità di azione economica in Libia ma forniremo ai nemici della libertà e della democrazia una testa di ponte ideale per conquistare, anzi riconquistare quelle terre dove, anche oggi nell’anniversario del fallito Golpe contro di lui, il presidente Erdogan ha affermato che i lasciti ottomani sono stati cancellati dalle popolazioni che oggi abitano i Balcani e le porzioni europee di Mediterraneo dove gli ottomani regnavano. <br />Oggi in Libia non si decide il numero dei barconi di immigrati che partiranno verso la Sicilia, bensì si decide chi potrà utilizzare il Mediterraneo per gestire i propri interessi strategici a medio e lungo termine, si deciderà se il vantaggio di avere il controllo della Libia sarà dell’Occidente oppure di quell’asse tirannico che lega Ankara e Teheran il quale minaccia oggi i nostri interessi economici e minaccerà domani l’essenza stessa della nostra società.</p><p>The post <a href="https://www.geopoliticalcenter.com/attualita/libia-bivio-provincia-neo-ottomana-o-estensione-occidente/">La Libia al bivio: Provincia Neo Ottomana o Estensione dell’Occidente</a> first appeared on <a href="https://www.geopoliticalcenter.com">GeopoliticalCenter, Geopolitica, Strategia, Analisi Economiche</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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