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	<title>geopolitica | GeopoliticalCenter, Geopolitica, Strategia, Analisi Economiche</title>
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	<description>Geopolitica Europa, Usa, Israele, Siria, Iran, Russia, Cina, Corea, Giappone Analisi Economiche Globali e Regionali</description>
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		<title>La postura italiana nel Mediterraneo: intervista al Generale Marco Bertolini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Settore Medio Oriente]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Aug 2017 11:45:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Breaking News]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con nostro grande piacere vi proponiamo oggi un&#8217;intervista al Gen. Marco Bertolini, il quale ci ha risposto in merito al ruolo italiano nel bacino del mediterraneo, con uno sguardo rivolto anche alla nostra situazione interna. Geopoliticalcenter (GPC): Sig. Generale, alla fine la missione italiana in acque libiche è stata derubricata alla formale presenza nel porto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Con nostro grande piacere vi proponiamo oggi un&#8217;intervista al Gen. Marco Bertolini, il quale ci ha risposto in merito al ruolo italiano nel bacino del mediterraneo, con uno sguardo rivolto anche alla nostra situazione interna.</em></p>
<p><em>Geopoliticalcenter (GPC): Sig. Generale, alla fine la missione italiana in acque libiche è stata derubricata alla formale presenza nel porto di Tripoli di due unità minori, che saranno nei fatti a disposizione dell’autorità libica facente riferimento ad Al Serraj. Questa attività può essere in qualche modo utile a rafforzare la posizione Italiana in Libia? Oppure dispiegando una forza con minima capacità operativa rischiamo solamente di aizzare parte della popolazione di Tripoli (parliamo degli islamisti filoturchi in particolare) senza che i nostri “alleati” (le milizie di Misurata) abbiano la capacità di dimostrare che l’Italia è pronta a sostenerli fino in fondo?</em></p>
<p><em>Generale Marco Bertolini (Gen.Bertolini):</em> La presenza di Nave Tremiti nel porto di Tripoli ha essenzialmente una funzione di carattere logistico. Si tratta, infatti, di una nave utilizzata per interventi tecnici e per piccole attività di trasporto “costiero”, assolutamente non idonea per attività che richiedano velocità operative significative in condizioni di mare agitato. Il suo compito consiste nello svolgimento di “lavori” a favore della Marina libica, ad integrazione di quanto già fatto in passato sotto forma di addestramento alla Guardia Costiera. I meccanici di Nave Tremiti, per ora, stanno operando a bordo di naviglio libico per ripristinarne il funzionamento e l’operatività. Insomma, non sostituisce Nave Borsini, che è invece un veloce pattugliatore della Classe Comandanti inviato nelle acque territoriali libiche subito dopo l’annuncio del Presidente del Consiglio Gentiloni e ora rientrato. In merito all’utilità di questo impiego, non c’è dubbio che si tratta di un’attività abbastanza importante per rafforzare il rapporto tra Italia e Libia, intervenendo in un settore per di più cruciale per una delle crisi più importanti che ci troviamo ad affrontare, quella della migrazione incontrollata da quel paese. Inoltre, Nave Tremiti esercita una funzione diplomatica – tipica delle marine militari – manifestando presenza in un’area delicata. Ovviamente, stante la divisione tra due governi contrapposti in Libia, si deve tenere conto delle diverse sensibilità che possono essere innescate da una presenza militare straniera nel paese. Detto questo, non credo che possa essere la presenza di una piccola unità navale italiana, già impiegata per compiti analoghi in passato, a innescare preoccupazioni da parte degli oppositori del governo di Tripoli. Inoltre, gli interventi manutentivi in corso saranno comunque utili anche al governo libico che prima o poi succederà all’attuale di Al Serraj o che con lui si integrerà, cosa che il “pretendente al trono” Haftar sa benissimo. Diverso sarebbe stato con una presenza navale operativa che avrebbe implicato, da parte libica, una cessione di sovranità che un paese sano non può accettare. Ma non pare questo ciò che sta accadendo.</em></p>
<p><em>GPC:</em> Oggi è evidente che non si può ignorare un uomo come il Generale Haftar (ed i paesi che lo sostengono, Egitto e Russia in primis), fatto da lei già evidenziato in un’altra intervista dello scorso anno al nostro sito. Quale via è possibile per avvicinarci anche ad Haftar? Forse quella che passa dal Cairo sarebbe la migliore?</p>
<p><em>Gen. Bertolini:</em> E’ una situazione complessa che richiede molta attenzione da parte nostra e soprattutto l’individuazione di una strategia nazionale che fatichiamo a definire, a quanto pare. A ben vedere, infatti, pare che la Libia ci interessi solo per quel che riguarda il problema della migrazione incontrollata verso di noi, mentre dobbiamo renderci conto che i nostri problemi non finirebbero con l’auspicabile fine di questa, se continuassimo ad avere un “vicino” instabile e a rischio costante di implosione. Chi si è assunto la responsabilità di questa situazione ha dimostrato coi fatti che i nostri indotti complessi di inferiorità etica nei confronti dei “paesi normali”, come li chiama qualche cretino, non hanno senso.<br />
In ogni caso, dobbiamo prima di tutto farci una ragione del fatto che la leadership della Libia se la sceglieranno i libici, auspicabilmente col voto o, speriamo di no, con le armi e noi dovremo avere a che fare con chiunque al termine di questa convulsa fase di passaggio avrà il “mazzo in mano”.<br />
Attualmente, escludendo tra le altre le tribù Tuareg e Tebù nel Fezzan e Zintan in Tripolitania che comunque hanno un ruolo marginale nella spartizione del potere, gli interlocutori principali sono Al Serraj, Primo Ministro supportato dall’ONU e il Gen.Haftar che fa capo al parlamento di Tobruk. C’è poi il terzo incomodo di Misurata, città molto vicina ai Fratelli Musulmani e nemica di Haftar, nonché alleata di Al Serraj anche se alcune delle sue milizie più “hard liner” si prendono frequentemente a fucilate con le milizie “alleate” tripoline. Ultimamente, Misurata evidenzia anche una marcata volontà di distinguersi da Tripoli, come nel caso di recenti contatti autonomi col Qatar che hanno fatto inalberare il “Primo Ministro”.<br />
Al riguardo, c’è da osservare che per ora ci troviamo in una situazione di sbilanciamento dovuta alla nostra presenza essenzialmente a Tripoli, con l’Ambasciata, ed a Misurata, con un Ospedale da Campo che potrebbero dare l’impressione di una nostra scelta di campo ostile ad Haftar. Quest’ultimo, oltre alla mezzaluna petrolifera e ad alcuni dei porti nella Sirte, controlla ora anche parte del Fezzan dall’Oasi di Al Jufra dalla quale potrebbe costituire minaccia per le forze misuratine e tripoline sulla costa. Da qui, inoltre, si garantisce la possibilità di controllare molte rotte che dai confini meridionali, controllati formalmente da Tripoli, portano i migranti/profughi/clandestini alle coste della Libia per poi traghettarli in Italia. Gode inoltre del supporto del Cairo e della Russia che lo ha solennemente incoronato quale suo referente libico. E come vediamo in Siria, la Russia non è un dettaglio nel Mediterraneo che si sta delineando.<br />
Ma è anche vero che Haftar trova una forte ostilità da parte di Misurata che è a sua volta un interlocutore imprescindibile, in quanto titolare di un potere militare comunque importante e potendo a buon diritto rivendicare il merito di avere estirpato Daesh da Sirte, con forti perdite.<br />
Ogni azione deve essere pertanto calibrata con grande attenzione, cercando di fare tesoro del fatto che siamo stati i primi, tra i paesi “importanti”, a riaprire la nostra Ambasciata che però deve essere in grado di interloquire con tutti gli aventi causa. Non aiuta certo da questo punto di vista la dichiarazione del nostro Ambasciatore “persona non grata” da parte della Commissione Difesa di Tobruk né il divieto alle compagnie italiane di avviare attività in Cirenaica da parte del Ministro dell’economia Asar. Ma spero, e credo, che esista comunque un canale di comunicazioni con Haftar, almeno a livello informale e riservato, e sono convinto che lo si possa convincere dell’assenza da parte dell’Italia di velleità di intromissione nella sovranità libica che certamente non può accettare. A questo fine, sicuramente, un rapporto più disteso con la Russia in ordine alla sua politica militare nel Mediterraneo aiuterebbe molto, e anche Il Cairo potrebbe contribuire a rinsaldare i rapporti con lui, senza per questo “tagliare” con Serraj. Registro per questo con grande sollievo la volontà di normalizzare le relazioni diplomatiche con l’Egitto da parte del nostro governo, dopo un lungo periodo di “gelo” che ci ha esposto ad una pericolosa esclusione dalla conoscenza di quello che accade nell’area più delicata della nostra regione. Inoltre, ci ha inibito parecchie possibilità di relazionarci con le istituzioni della Cirenaica, che sta evidenziando una indipendenza dal governo di Tripoli che non può essere ignorata e che potrebbe portare ad ulteriori evoluzioni. Per un paese mediterraneo, anzi per il paese mediterraneo per eccellenza che è il nostro, un rapporto solido e disteso con i paesi rivieraschi è indispensabile. Ed è indispensabile soprattutto con l’Egitto – il paese arabo più popoloso – che sta fronteggiando i colpi di coda dello Stato Islamico nel Sinai, cercando nel contempo di fronteggiare una sanguinosa opposizione da parte delle frange salafite più estreme nella Capitale. Non a caso si ripetono frequentemente attacchi ed attentati contro le comunità cristiane copte egiziane, cosa che non è semplicisticamente da imputare ad intolleranza religiosa, ma che è più prosaicamente finalizzata all’obiettivo “politico” di inimicargli le cancellerie occidentali e a fiaccarne le risorse turistiche.</p>
<p><em>GPC:</em> Nello scorso febbraio, ad una conferenza internazionale a Roma, i leader di Misurata avevano affermato che non avrebbero mai autorizzato una presenza militare italiana in Libia. Noi chiedemmo ai vertici di Misurata (non possiamo fare nomi, la conferenza era sotto le regole di Chatham House) come sarebbe stato l’atteggiamento libico se per ogni soldato combattente  italiano in Libia, avessimo inviato un tecnico o un medico o un ingegnere. La risposta fu: ”sareste i benvenuti”. Poco dopo iniziò l’operazione Ippocrate, che però nella nostra idea avrebbe dovuto svolgersi non solo a Misurata ma anche a Tripoli e Tobruk e a Bengasi. L’idea era quella di replicare la nostra azione in Libano degli anni 80. Esiste ancora spazio per una simile operazione nella Libia orientale?</p>
<p><em>Gen. Bertolini:</em> L’operazione Ippocrate è certamente importante, ma sbaglieremmo se pensassimo alle città del nord della Libia come alla Beirut degli anni ’80. Sia a Tripoli che Misurata esistono infatti ospedali efficienti e sanitari professionali, mentre più critica è probabilmente la situazione a Bengasi, per il protrarsi degli scontri tra salafiti e forze di Haftar. Per questo, nonché per favorire i nostri rapporti con tutte le parti, la presenza a Misurata – “capitale” dei Fratelli Musulmani “moderati” – dovrebbe essere bilanciata da una analoga presenza a Tripoli e a Bengasi, anche in previsione di una possibile offensiva di Haftar a Derna, per dimostrare la nostra imparzialità. Ma si tratta di un impegno gravoso sotto il profilo finanziario che non credo l’Italia possa sostenere. In alternativa, si dovrebbe cercare di diversificare il nostro impegno, con attività di supporto tecnico, logistico e addestrativo militare a favore di Tripoli e di Haftar stesso, auspicabilmente anche per il controllo dei confini orientali e meridionali del paese, mettendo a disposizione le esperienze che abbiamo maturato in Afghanistan. Ripeto, penso che un supporto del genere, che ovviamente implicherebbe qualche rischio in più rispetto ad un semplice ospedale da campo in una città tranquilla come Misurata, potrebbe essere importante per noi e per la Libia.</p>
<p><em>GPC:</em> Nella Casa Bianca di Trump tre generali hanno ruoli determinanti nell’amministrazione, parliamo di McMaster, Mattis e Kelly. Come mai nel nostro paese non esistono, fatta eccezione per l’Ammiraglio Di Paola (che comunque era inserito in un governo tecnico), generali o alti ufficiali che dopo il congedo abbiano avuto spazio nel governo del paese o in politica?</p>
<p><em>Gen. Bertolini:</em> Le ragioni sono di carattere culturale e politico e si inquadrano nel nostro specifico percorso storico caratterizzato dalla sconfitta della seconda guerra mondiale. Peraltro, è un fatto che oltre all’Amm.Di Paola ci sono stati altri militari in posizioni di governo, come il Gen.Corcione, Ministro della Difesa nel ’95-’96 e il Gen.Rossi, attualmente sottosegretario della Difesa. Ma eluderei la domanda se mi limitassi a questa osservazione. Diciamo che il militare ispira antipatia in una parte molto rumorosa della nostra opinione pubblica e sovra-rappresentata a livello politico, anche se fortunatamente assolutamente minoritaria nel paese. Questa antipatia l’ho sperimentata di persona, frequentemente, quale Ufficiale della Folgore, certamente l’unità più operativa del nostro Esercito ma sempre richiesta da questi quattro gatti di dimostrare di non essere un corpo estraneo, da controllare. Purtroppo, è anche storia di questi ultimi mesi. Chi persevera in questo atteggiamento, semplicemente, non vuole riconoscere che i militari sono la rappresentazione più solenne dello Stato e della Nazione. Non a caso, quando dopo il 2 giugno del 1946 la gracilissima repubblica italiana sentì il bisogno di affermare la propria solidità, lo fece con una parata militare ai Fori Imperiali, non con la sfilata dei sindaci o degli operatori del “servizio civile” alla quale siamo stati costretti ultimamente, con poche armi, pochi cavalli e, mi raccomando!, senza carri armati. Diversa è la situazione negli USA ma anche, molto più vicini a noi, in Francia e in Gran Bretagna, dove sono spesso i militari ad avere l’ultima parola nelle scelte che riguardano la sicurezza nazionale e le scelte strategiche stesse.</p>
<p><em>GPC:</em> Sig. Generale, se lei potesse attuare una riforma del nostro stato schioccando le dita, quale metterebbe in atto?</p>
<p><em>Gen. Bertolini:</em> Io credo che se, per assurda ipotesi, esistesse la possibilità di risolvere un problema con un semplice schiocco di dita, con un colpo di bacchetta magica, dovremmo scegliere quello del nostro calo demografico. So di essere politicamente scorretto, ma ritengo che un paese che non ha la forza e il coraggio di dire ai giovani “fate figli” si condanna alla morte, a prescindere dall’entità del flusso migratorio che lo investe. Ma per far questo è necessario impostare una politica familiare di segno assolutamente contrario all’attuale, riconoscendo e proclamando apertamente il valore sociale e strategico delle famiglie, a partire da quelle numerose che devono godere di agevolazioni significative; e lo dobbiamo fare alla svelta. E’ ovvio che un provvedimento del genere dovrebbe essere integrato da interventi volti all’educazione scolastica ed all’educazione in senso lato (in questo la leva obbligatoria era una risorsa importante), in modo che l’assurda enfasi sui “diritti” che ci sta sgretolando lasci il posto a quella sui doveri, su quanto dobbiamo alla nostra comunità nazionale. Tra questi, il primo è quello di non favorire “diserzioni”, di tenere le nostre migliori risorse per noi e per le generazioni che seguiranno, senza incoraggiarle – come a volte sembra si faccia – a “cercare fortuna altrove”. E dobbiamo chiedergli, se non è possibile spingerli a tale scelta sulla base della convenienza, di farlo per senso di responsabilità; ecco, appunto, dove entrano in campo i doveri. In fin dei conti, se anche il presente ci fa tanta paura, a fronte della marea migratoria, degli attentati che si ripetono nelle città europee e delle crisi che nascono nel nostro mare, non è forse perché percepiamo la nostra debolezza di anzianotti con la pancetta, la nostra mancanza di giovanile e virile baldanza con la quale farci un baffo di chi ci minaccia?</p><p>The post <a href="https://www.geopoliticalcenter.com/attualita/italiano-mediterraneo-intervista-generale-marco-bertolini/">La postura italiana nel Mediterraneo: intervista al Generale Marco Bertolini</a> first appeared on <a href="https://www.geopoliticalcenter.com">GeopoliticalCenter, Geopolitica, Strategia, Analisi Economiche</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Indipendenza e qualità le ragioni di essere di GeopoliticalCenter</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Editoriale]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Jun 2017 09:37:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Breaking News]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>GeopoliticalCenter è una anomalia nel panorama della rete italiana, su questo non c&#8217;è dubbio. Il nostro piccolo gruppo ha creato un sito, e gli account social ad esso collegati, per una scelta che derivava, e deriva tutt&#8217;oggi, da un chiaro elemento: poche persone si interessano alla politica internazionale. Ed ecco la prima peculiarità di queste [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>GeopoliticalCenter è una anomalia nel panorama della rete italiana, su questo non c&#8217;è dubbio. Il nostro piccolo gruppo ha creato un sito, e gli account social ad esso collegati, per una scelta che derivava, e deriva tutt&#8217;oggi, da un chiaro elemento: poche persone si interessano alla politica internazionale.<br />
Ed ecco la prima peculiarità di queste pagine: non scriviamo per avere un grande pubblico, ma scriviamo per far crescere, in ogni strato della nostra società, la passione per la politica internazionale senza la quale il Paese si ritroverà sempre a parlare di fuorigioco, o del delitto dell&#8217;ultima settimana.<br />
Anche per questo motivo, nonostante i nostri studi potrebbero permettercelo, non abbiamo dato un taglio accademico ai nostri post, ma cerchiamo solamente di spiegare, con tutti i nostri limiti e con i nostri ideali come base, i fatti del mondo.<br />
Sì perché GeopoliticalCenter è indipendente, non riceviamo finanziamenti pubblici o privati, non abbiamo pubblicità sul sito, non ospitiamo campagne di qualsiasi natura, sebbene ci siano pervenute diverse offerte; e fatto non secondario tutto è liberamente disponibile senza abbonamenti, o formule a pagamento.<br />
Ma Geopoliticalcenter non è sopra le parti, non accetta passivamate tutte le idee che le rete ed il mondo reale propongono. I nostri ideali sono forti, parlano di Libertà, di Diritti dell&#8217;Uomo, di rifiuto della violenza e dell&#8217;insulto (per questo abbiamo una lista di persone estromesse dai nostri social a 4 cifre). Parliamo e difendiamo la dignità della donna, degli oppressi, di chi spesso non ha voce, abbiamo un forte senso della Patria (che parola vecchia ma così bella), della nostra identità, vista come una ricchezza da difendere e non come un retaggio del passato da abbandonare, così come riteniamo fondamentale lo sviluppo di un&#8217;Europa Federale, amica dei popoli e nemica dei burocrati, una Federazione Europea, ben diversa dall&#8217;Unione Europea livellatrice di ogni peculiarità. Questi elementi guidano il nostro pensiero, le nostre analisi, ma non influenzano i nostri resoconti in caso di crisi internazionali, di attentati, di conflitti, che seguiamo per voi praticamente in tempo reale, completando le informazioni raccolte con la nostra ponderata analisi della situazione, prima che ne scrivano le agenzie (in gran parte dei casi).<br />
Sì, perché questo sito nasce durante una crisi internazionale. Nasce quando la Francia decise, che gli equilibri nel mediterraneo erano non più tollerabili per Parigi, e Sarkozy il via, con il placet americano, e il nulla osta del governo italiano, alla guerra contro Gheddafi. In quei minuti chi vi scrive percepì due cose. La prima l&#8217;imminenza di una tragedia della quale oggi (quasi) tutti hanno percepito la portata, la seconda la totale indifferenza del popolo italiano ai fatti che avvenivano in Nord Africa.<br />
Così nacque questa pagina, in risposta ai due elementi che vi abbiamo appena enunciato.<br />
Purtroppo non riusciamo a seguire ogni fatto, il nostro gruppo, anche se negli anni è cresciuto, rimane piccolo e non essendo per noi questo il lavoro &#8220;ufficiale&#8221;, ci rimane solo il tempo libero per scrivere ed informarvi.<br />
Cosa ci guadagnamo quindi nel dare tutto ciò? Materialmente nulla, anzi i costi (per fortuna molto piccoli) del sito fanno si che siamo in costante bilancio negativo. Ma moralmente abbiamo guadagnato molto. Alcuni italiani, grazie a noi, seguono maggiormente la politica estera e vogliono dire la loro sulle scelte che compie il governo ed il parlamento, istituzioni da noi pienamente rispettate, come ogni nazione, capo di stato, uomo o donna che vive su questo mondo.<br />
Abbiamo conosciuto molte persone interessanti, fatto interviste, partecipato a congressi e conferenze, insomma siamo cresciuti anche noi.<br />
Ormai la nostra comunità è numerosa, più di 37000 persone ci seguono su Facebook, quasi 5000 su Twitter, e molte sono le letture del sito.<br />
Il nostro gruppo cerca di fare ogni giorno un lavoro di qualità, ogni tanto, come capita a chi non sta solo al traino, sbagliamo valutazione o non comprendiamo pienamente le conseguenze di un fatto, ma molte altre volte siamo in anticipo sugli avvenimenti, ed i nostri giudizi non sono guidati dalla moda del momento o dal politicamente corretto del giorno.<br />
Ogni parola che scriviamo deriva dall&#8217;elaborazione del nostro pensiero, libero e conseguente alle informazioni di cui disponiamo.<br />
Vi ringraziamo per essere qui insieme a noi a discutere ogni giorno di ciò che accade nel mondo. I nostri social sono fatti per quello, e raggiungono ogni settimana decine di migliaia di interazioni. Vi aspettiamo su Twitter o Facebook per discutere con noi, con chi la pensa come voi, e con chi la pensa all&#8217;esatto contrario.<br />
Vi ricordiamo una cosa sola quando venite sui nostri social, noi non tolleriamo il razzismo, l&#8217;odio religioso ed etnico, il dileggio delle istituzioni e delle nazioni (per prima la nostra), la violenza anche solo verbale o chi inneggia a genocidi, all&#8217;olocausto degli ebrei, o alla guerra come mezzo ideale di risoluzione delle controversie internazionali.<br />
Lo strumento militare però in alcune situazioni è l&#8217;unica risorsa disponibile per evitare problematiche ancora più devastanti. Lungo questo sottile confine si giocano i destini delle nazioni, dei popoli, e del mondo intero, noi siamo qui per cercare di definire al meglio delle nostre possibilità questo confine, e permettere a quante più persone di disporre di uno strumento in più per analizzare il mondo che ci è intorno, e che quotidianamente interagisce con ognuno di noi.</p><p>The post <a href="https://www.geopoliticalcenter.com/attualita/indipendenza-e-qualita-le-ragioni-di-essere-di-geopoliticalcenter/">Indipendenza e qualità le ragioni di essere di GeopoliticalCenter</a> first appeared on <a href="https://www.geopoliticalcenter.com">GeopoliticalCenter, Geopolitica, Strategia, Analisi Economiche</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Escludere la Russia dai mari. L&#8217;imperativo geopolitico degli Stati Uniti </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Editoriale]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 May 2016 07:17:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Libia, Siria, Egitto, Iran, Cuba, Venezuela, Vietnam, cosa hanno in comune questi paesi? Hanno avuto, oppure hanno attualmente, la possibilità di ospitare basi militari russe con un affaccio al mare, una caratteristica unica alla luce della tesi che andiamo ad esporre: a nostro avviso la volontà americana di escludere la Russia dall&#8217;acceso agli Oceani mondiali [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Libia, Siria, Egitto, Iran, Cuba, Venezuela, Vietnam, cosa hanno in comune questi paesi? Hanno avuto, oppure hanno attualmente, la possibilità di ospitare basi militari russe con un affaccio al mare, una caratteristica unica alla luce della tesi che andiamo ad esporre: a nostro avviso la volontà americana di escludere la Russia dall&#8217;acceso agli Oceani mondiali è la priorità geopolitica degli Stati Uniti d&#8217;America.<br />
Il presidente americano Obama ha infatti sempre descritto la Russia come una &#8220;potenza regionale&#8221; e non come una &#8220;potenza globale&#8221;, ma la realtà dei fatti è in rapida evoluzione. E&#8217;indubbio che oggi gli Stati Uniti siano l&#8217;unica potenza mondiale, tuttavia nel passato l&#8217;Unione Sovietica ha avuto la capacità di proiettare la propria marina militare in ogni mare e oceano del mondo. La Russia odierna non ha né le risorse economiche, né la flotta navale per tornare protagonista nei mari che non confinano con le coste russe, tuttavia il Cremlino ha dato il via ad un rinnovamento della flotta che dovrebbe portare la Russia, dal 2022 in avanti, ad essere in grado di operare in gran parte degli Oceani mondiali, inclusi quelli prossimi agli Stati Uniti.<br />
Tuttavia per operare lontano dalla madrepatria, in maniera continuativa e mantenendo intatte le capacità operative, ogni flotta (di quale nazione non importa) necessità di basi sulla terraferma dove poter immagazzinare armi, pezzi di ricambio, e dove poter svolgere attività di manutenzione sia ordinaria che straordinaria. Più ci si allontana dalla madrepatria più le strutture devono avere le caratteristiche di basi permanenti, per la cui costruzione sono necessari investimenti considerevoli, i quali sono a carico della nazione che utilizza le basi e non del paese ospitante. Per giustificare tali investimenti i paesi dove le basi sono situate devono essere &#8220;politicamente stabili&#8221;, in modo tale che non si possa assistere ad un repentino cambio di alleanze militari, economiche e politiche, che potrebbero costringere la nazione ospite a lasciare tali basi avanzate.<br />
La Russia ha iniziato a gestire questo suo ritorno sui mari del mondo da un bacino apparentemente di scarso interesse, ma che è invece cruciale per i commerci mondiali: il Mar Mediterraneo.<br />
La Russia ha, anzi aveva, tre punti fissi per l&#8217;accesso al Mediterraneo: la Crimea, la base navale di Bengasi e la piccola base secondaria di Tartus. Gli eventi geopolitici degli ultimi anni hanno negato alla Russia la sua prima base navale del dopo Unione Sovietica e cioè la base navale di Bengasi. Poco dopo gli eventi in Siria hanno trasformato la base di Tartus da una base di rifornimento per i russi, ad una base di rifornimento per gli stessi siriani. Infine nel 2014 la rivoluzione di Kiev ha messo in pericolo la principale base russa nel mar Nero: Sebastopoli.<br />
Oggi assistiamo, a livello mondiale, allo stesso schema adottato dagli avversari della Russia atto ad impedire il libero accesso della flotta russa nel Mediterraneo. Il riavvicinamento degli Stati Uniti a Cuba potrebbe infatti compromettere le possibilità di presenza stabile della flotta russa nei Caraibi, non tanto perché gli accordi con gli Stati Uniti impediscano alla Russia e a Cuba di stringere accordi di cooperazione militare, ma perché da oggi in avanti il regime cubano non è più una entità granitica che condivide con la Russia i medesimi obiettivi.<br />
Da oggi Cuba, anche solo per mere questioni di pozione geografica, sarà esposta ad una crescente influenza americana. Come può una nazione in difficoltà economiche, come la Russia, permettersi di investire miliardi di dollari per mettere in piena efficienza una base militare in terra cubana quando si è insinuato il dubbio di un possibile cambio di alleanze dell&#8217;Avana?<br />
Il medesimo discorso può essere fatto per il Venezuela del post Chavez, ora alle prese con una crisi economica dagli effetti potenzialmente devastati; la crisi sta determinando non solo il collasso della finanza, ma il venir meno dei beni di prima necessità, incluso lo zucchero, fatto che potrebbe determinare il crollo del sostegno al regime e la potenziale esplosione di rivolte di piazza.<br />
Anche l&#8217;apertura di Obama al Vietnam, che sicuramente ha valenza anti cinese, va considerata comunque anche in ottica di contenimento delle nuove velleità russe di presenza globale. In Vietnam la Russia ha la concessione di utilizzo della base aeronavale di Cam Ranh, un luogo strategico e con infrastrutture originariamente costruire dagli Stati Uniti che rappresenta oggi per i russi una potenziale base primaria in Estremo Oriente.<br />
Oggi però i nuovi accordi tra Usa e Vietnam possono determinare un cambio di orientamento geopolitica della leadership vietnamita&#8230;.<br />
Il Mare rimane oggi l&#8217;unico mezzo per esercitare il controllo globale, e questo fatto va ricordato a tutti coloro ritengono il controllo degli oceani secondario alla supremazia aerea, arma invece indispensabile per decidere le sorti di un conflitto.</p>
<blockquote><p>Il Mare Unisce i Paesi che Separa<br />
<em>A. Pope</em></p></blockquote><p>The post <a href="https://www.geopoliticalcenter.com/attualita/escludere-russia-mari-geopolitico-stati-uniti/">Escludere la Russia dai mari. L’imperativo geopolitico degli Stati Uniti </a> first appeared on <a href="https://www.geopoliticalcenter.com">GeopoliticalCenter, Geopolitica, Strategia, Analisi Economiche</a>.</p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La Libia strumento di Obama contro l&#8217;Egitto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Settore Medio Oriente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Mar 2016 09:50:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La frase ripetuta da molti analisti è: all&#8217;America non interessa la Libia. Niente invece è piu errato di questa frase. Per l&#8217;Amministrzione americana la Libia è un tassello imprescindibile nella partita geopolitica nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. La Libia è infatti oggi lo strumento immaginato da Obama e dai sui strateghi per limitare l&#8217;influenza [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La frase ripetuta da molti analisti è: all&#8217;America non interessa la Libia. Niente invece è piu errato di questa frase.<br />
Per l&#8217;Amministrzione americana la Libia è un tassello imprescindibile nella partita geopolitica nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. La Libia è infatti oggi lo strumento immaginato da Obama e dai sui strateghi per limitare l&#8217;influenza dell&#8217;Egitto di El Sisi e dei militari in Nord Africa. Obama ha infatti scelto come alleati nella partita mediorientale la Fratellanza Mussulmana, esautorata dal potere con la controrivoluzione che ha portato al potere in Egitto ancora una volta l&#8217;esercito.<br />
La Fratellanza Mussulmana garantiva una sola cosa all&#8217;America, la non alleanza tra i paesi in mano alla Fratellanza e la Russia. Il principale obiettivo geopolitico dell&#8217;America di Obama è quello di estromettere la Russia dal bacino del mediterraneo e la Fratellanza assicurava alla Casa Bianca questo obiettivo. Oggi una Libia sotto l&#8217;influenza egiziana potrebbe nuovamente tornare ad ospitare la principale base navale russa nel mediterraneo, così come ai tempi di Gheddafi, e questo porto è il porto di Bengasi.<br />
Bengasi è storicamente un approdo per la flotta russa in mediterraneo e l&#8217;Egitto dei generali, cosciente del fatto che la Casa Bianca ha cercato in ogni modo di mantenere al potere al Cairo i loro più acerrimi nemici, si sta lentamente volgendo verso Mosca nel campo della collaborazione militare. L&#8217;Egitto oggi però dipende molto dall&#8217;America sotto il punto di viste militare energetico e Economico e non può conceder alla Russia una base navale come ad esempio il porto di Alessandria. In Libia però sarebbe un&#8217;altra storia, e il govenro libico potrebbe concedere alla Russia il porto di Bengasi senza incrinare particolari vincoli di collaborazione militare con gli Stati Uniti.<br />
Gli Stati Uniti di Obama ambiscono inoltre ad un altro obiettivo geostrategico oggi saldamente nelle mani dell&#8217;Egitto, dell&#8217;Egitto a piena sovranità: il Canale di Suez. Il Canale è uno dei più importanti crocevia della geopolitica mondiale. Tramite il canale di Suez transitano le merci cinesi dirette in Europa e alla costa orientale degli Stati Uniti, per il petrolio sia saudita che iraniano. Chi controlla Suez potrebbe selettivamente decidere chi transita dal canale e chi no. Le autorità egiziane ad esempio potrebbero bloccare il transito del petrolio iraniano diretto in Europa costringendo le petroliere di Teheran al periplo dell&#8217;Africa, molto più dispendioso del comodo Canale di Suez.<br />
L&#8217;Italia ha importati interessi economici con l&#8217;Egitto imbarcarsi nell&#8217;impressa Libica seguendo senza obiezioni le scelte di Obama significa rischiare una strage di nostri soldati in Libia, non raggiungere la stabilizzazione di Tripoli, favorire la Turchia nel suo cammino di nuova potenza regionale, danneggiare l&#8217;Egitto e rischiare di compromettere la collaborazione di ENI con il Cairo, dopo che al largo dell&#8217;Egitto la nostra compagnia petrolifera ha scoperto &#8220;Zhor&#8221; una dei più grandi campi metaniferi del mondo in grado di garantire l&#8217;indipendenza energetica dell&#8217;Egitto e ricavi molto importanti per il nostro paese.<br />
Vogliamo veramente seguire Obama nel suo piano Geopolitico che alla fine porterà danni al nostro Paese? La risposta è una sola, NO!</p><p>The post <a href="https://www.geopoliticalcenter.com/attualita/la-libia-strumento-di-obama-contro-legitto/">La Libia strumento di Obama contro l’Egitto</a> first appeared on <a href="https://www.geopoliticalcenter.com">GeopoliticalCenter, Geopolitica, Strategia, Analisi Economiche</a>.</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Geopolitica alla Radio &#8211; Siria nuovi attori pronti ad entrare nella guerra?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Editoriale]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Feb 2016 07:33:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitica alla Radio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questa puntata della Trasmissione Equilibrium Network durante la nostra rubrica di Geopolitica abbiamo parlato dei nuovi attori che potrebbero entrare nella guerra in Siria e delle ultime evoluzioni della situazione in Corea del Nord. Buon Ascolto. Vi ricordiamo che ogni martedì sera dalle ore 22:00 su NeverWasRadio all&#8217;interno della trasmissione Equilibrium Network potrete ascoltare [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In questa puntata della Trasmissione Equilibrium Network durante la nostra rubrica di Geopolitica abbiamo parlato dei nuovi attori che potrebbero entrare nella guerra in Siria e delle ultime evoluzioni della situazione in Corea del Nord. Buon Ascolto.</p>
<p><iframe src="https://www.spreaker.com/embed/player/standard?episode_id=7763835&#038;autoplay=true" style="width: 100%; height: 131px;" frameborder="0" scrolling="no"></iframe></p>
<p>Vi ricordiamo che ogni martedì sera dalle <a  href="http://www.associazionesmart.it" target="_blank">ore 22:00 su NeverWasRadio</a> all&#8217;interno della trasmissione Equilibrium Network potrete ascoltare in diretta il nostro intervento e preso anche fare una domanda sull&#8217;attualità della geopolitica contemporanea.</p><p>The post <a href="https://www.geopoliticalcenter.com/attualita/geopolitica-radio-siria-guerra/">Geopolitica alla Radio – Siria nuovi attori pronti ad entrare nella guerra?</a> first appeared on <a href="https://www.geopoliticalcenter.com">GeopoliticalCenter, Geopolitica, Strategia, Analisi Economiche</a>.</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Isolare la Russia ad ogni costo, la strategia del presidente Obama</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Editoriale]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jul 2015 07:06:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Obama]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Isolare la Russia, isolarla ad ogni costo e con qualunque mezzo, anche a costo di irritare, o alienarsi la fiducia, dei propri alleati, anche al prezzo di sacrificare la lotta per i diritti umani (si ma solo dei prigionieri politici), questa è la strategia pensata dal presidente americano Obama per mettere in difficoltà la Russia [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Isolare la Russia, isolarla ad ogni costo e con qualunque mezzo, anche a costo di irritare, o alienarsi la fiducia,  dei propri alleati, anche al prezzo di sacrificare la lotta per i diritti umani (si ma solo dei prigionieri politici), questa è la strategia pensata dal presidente americano Obama per mettere in difficoltà la Russia e il suo presidente Vladimir Putin.<br />
Tutto è iniziato con le riduzioni di budget alla difesa decise da Obama all&#8217;inizio del suo primo mandato, tagli che hanno compromesso la capacità americana di reagire in maniera compiuta a due crisi maggiori simultaneamente in due aree distinte del Globo. In conseguenza di questa scelta il presidente americano, da sempre molto vicino alle problematiche dell&#8217;area Pacifica, ha deciso di concentrare la maggioranza delle forze militari americane nell&#8217;estremo oriente e nell&#8217;Oceano Pacifico, ripercorrendo a cento anni di distanza le scelte strategiche del presidente americano Wilson.<br />
Ma per garantirsi la supremazia in Europa, risultava indispensabile rendere inoffensiva la Federazione Russa, o meglio far si che la Russia dovesse impegnarsi in attività di difesa della propria area di influenza del 2009, e non cercasse di avere accesso, per le sue aziende e per le sue forze armate a nuove regioni delle geopolitica mondiale, come ad esempio il mediterraneo e l&#8217;Europa centro-meridionale.<br />
In questa ottica va letto il supporto attivo degli Stati Uniti alle &#8220;primavere arabe&#8221;, rivoluzioni che hanno determinato con un effetto domino la caduta della Tunisia di Ban Alì, quindi dell&#8217;Egitto di Mubarak, infine della Libia di Gheddafi dove la Russia aveva la sua più importante base navale oltre i confini della Federazione, il cui contratto si utilizzo fu annullato dal nuovo &#8220;governo&#8221; libico nei primi giorni dopo la caduta di Gheddafi. Alla Russia quindi restava solo la base secondaria di Tartus, ma lo scoppio della guerra civile in Siria ha messo in dubbio anche l&#8217;ultimo approdo della flotta russa nel Mediterraneo senza il quale, la Russia sarebbe stata esclusa da quello che a nostro avviso è ancora un Mare strategico per il commercio mondiale.<br />
Fu nei giorni dell&#8217;estate del 2013 che lo scontro tra Russia e Usa divenne da indiretto a diretto. Fu in quei giorni, mentre si parlava di armi chimiche, di stragi a Damasco e nel nord della Siria, e mentre il presidente americano era pronto a lanciare un attacco finale contro il regime di Al Assad, che il presidente russo Putin schierò la residua flotta navale russa del Mar Nero davanti alle coste della Siria, pronta a difendere con le armi l&#8217;alleato siriano (e la base di Tartus) contro qualsiasi nemico, America. In quei giorni il mondo, senza rendersene conto, fu prossimo ad un conflitto tra Stati Uniti e Russia, e fu in quel momento che la strategia del presidente Obama, atta ad isolare la Russia ad ogni costo, prese ancora più vigore.<br />
L&#8217;America di Obama, forse anche contro le indicazioni dell&#8217;Office Of Net Assessment, decise di cercare ad ogni costo un accordo con l&#8217;Iran. Israele e i sunniti, da sempre avversari, se non nemici, si ritrovarono di colpo spiazzati. L&#8217;alleato Americano, il presidente che ad ogni telefonata ribadiva la volontà di impedire l&#8217;espansione iraniana, per perseguire i suoi ideali, e la sua guerra personale contro il presidente russo (che di fatto lo aveva obbligato ad una indecorosa ritirata a riguardo dei bombardamenti sulla Siria), non riteneva obiettivi primari la sicurezza, e la stessa esistenza di Israele e del regno dei Saud.<br />
A queste notizie Israele e i sauditi reagirono in maniera differente. Israele attuò dei sabotaggi e attività clandestine contro gli impianti atomici iraniani, nonché assassini mirati in Libano, Siria e Iran. I sauditi foraggiarono ogni formazioni non sciita in Irak e Siria, dando ossigeno a quella galassia integralista che poi ha avuto la capacità di evolversi e sostenersi senza più freni.<br />
Ma la strategia americana è proseguita con l&#8217;appoggio e il supporto della rivoluzione in Ucraina, e la possibile estromissione della Russia dalla base navale di Sebastopoli, fatto che avrebbe comunque comportato l&#8217;estromissione della Russia dal mediterraneo, e quindi concretizzato per gli USA la possibilità di concentrare le forze navali ad oriente. Anche in quel frangente siamo stati prossimi ad uno scontro tra USA e Russia. Per stessa ammissione del presidente russo, mentre egli ordinava la presa &#8220;manu militari&#8221; della Crimea, le forze nucleari strategiche russe furono messe in stato di massima allerta e pronte ad agire nel caso in cui la Casa Bianca avesse cercato di impedire la conquista russa della Crimea.<br />
Con la Crimea in mani russa il presidente Obama ha ulteriormente spinto la sua politica di avvicinamento a paesi che gravitano, o per meglio dire che gravitavano, nella sfera di influenza russa. Parliamo sempre dell&#8217;Iran ma anche di Cuba.<br />
Dopo la presa della Crimea l&#8217;Amministrazione Obama ha fatto concessioni enormi a Cuba e all&#8217;Iran pur di avvicinare Teheran e L&#8217;Avana a Washington. A Cuba, il presidente americano, ha smesso di contestare la mancanza di libertà politica, la presenza nelle carceri cubane di prigionieri politici, e con grande probabilità ha promesso la restituzione della base militare di Guantanamo Bay, reclamata da Castro fin dal 1º giorno dopo la vittoria della rivoluzione comunista.<br />
All&#8217;Iran Obama consente di diventare l&#8217;hub mondiale dell&#8217;espansionismo sciita, della lotta politica, miliare e e clandestina contro i sunniti e contro Israele, e consente all&#8217;Iran di dotarsi dell&#8217;arma atomica tra 8/10 anni. Sì un Iran atomico che innescherà una corsa agli armamenti nel Golfo e sulle sponde del Mediterraneo ma che sarà anche il faro dell&#8217;irredentismo Mussulmano nel caucaso oggi controllato dalla Russia. L&#8217;Iran atomico non è un problema immediato per gli USA ma sarà un problema immediato per la Russia. L&#8217;Iran è già e sarà ancora di più un competitor della Russia per le forniture di energia all&#8217;Europa e alla Cina, ed un Iran atomico sarà il faro dai Mussulmani che desiderano un loro stato teocratico in quel caucaso oggi faticosamente controllato direttamente o indirettamente dalla Russia. Oggi la Russia concede molto all&#8217;Iran, in quanto per i prossimi 2/4 anni la Repubblica Islamica non rappresenterà una seria minaccia per Mosca. Mosca venderà all&#8217;Iran anche tecnologia militare, ma non cederà alla Repubblica Islamica ne uno stock imponente di pezzi di ricambio, ne tantomeno esporterà tecnologia di ultima generazione, un modo tale da mantenere un vantaggio strategico su Teheran.<br />
Gli Stati Uniti stanno spendendo capitali ingenti per questa strategia. Non parliamo di capitali monetari, non parliamo di voci che incidono sul budget dello stato, parliamo di capitali ancora più preziosi, parliamo dei valori, delle alleanze storiche degli USA, della fiducia nell&#8217;alleato che questa amministrazione ha letteralmente distrutto. I nemici hanno ottenuto concessioni, gli amici subito danni, tutto per contenere la rinascita russa in maniera asimmetrica e sul piano del sotterfugio e del cavillo, piuttosto che sul palese piano militare, diplomatico o politico. Questa amministrazione USA il pugnale ed il veleno, non la spada per difendere i propri scopi.<br />
Ma a cosa porterà questo modus operandi?<br />
Ecco questo sarà l&#8217;oggetto di un nostro mini net assessment nelle prossime settimane, nel quale strategia, forza militare, economia, psicologia dei leader e la potenza della geografia degli attori mondiali verranno valutati in un complesso scenario.  Ci servirà tempo ma sarà molto interessante&#8230;..</p><p>The post <a href="https://www.geopoliticalcenter.com/prima-pagina/isolare-la-russia-ad-ogni-costo-la-pericolosa-strategia-del-presidente-obama/">Isolare la Russia ad ogni costo, la strategia del presidente Obama</a> first appeared on <a href="https://www.geopoliticalcenter.com">GeopoliticalCenter, Geopolitica, Strategia, Analisi Economiche</a>.</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Grecia Russia un accordo possibile: materie prime in cambio di….un porto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Editoriale]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2015 07:07:46 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Grecia è sull&#8217;orlo del Default, il governo greco sembra aver già preso la sua decisione e aver scelto di non piegarsi alle richieste della Troika (FMI, BCE, EU), Troika sparita formalmente dai negoziati tra la Grecia e i sui creditori ma che invece continua a dettare le regole della trattativa greca. Ma come può [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La Grecia è sull&#8217;orlo del Default, il governo greco sembra aver già preso la sua decisione e aver scelto di non piegarsi alle richieste della Troika (FMI, BCE, EU), Troika sparita formalmente dai negoziati tra la Grecia e i sui creditori ma che invece continua a dettare le regole della trattativa greca.<br />
Ma come può la Grecia uscire dell&#8217;Unione Europea e forse dall&#8217;Euro senza rischiare una inflazione a doppia cifra e un aumento vertiginoso delle materie prime (energetiche ed alimentari) che la Grecia non possiede?<br />
Una risposta può esserci ma è una risposta non convenzionale e che esce dai normali schemi comportamentali del blocco europeo e del blocco NATO. Questa risposta non convenzionali si chiama Russia.<br />
Riteniamo possible che Putin sia disposto ad aiutare la Grecia, ma non nei termini che molti possono immaginare. Secondo la nostra ipotesi la Russia, se mai dovesse aiutare la Grecia, non la aiuterà con aiuti economici diretti ma in maniera &#8220;non monetaria&#8221;. Riteniamo possibile che la Russia fornisca alla Grecia in Default energia a costo politico, con pagamenti dilazionati in decine di anni. Ma alla Grecia non basta energia, alla Grecia servono materie prime per la residuale industria nazionale, che Tsipras sembra voler rilanciare, e serve cibo. La Russia potrebbe quindi fornire sia energia, sia materie prime per l&#8217;industria sia grano e derrate alimentari di base. La qualità di vita del popolo greco sicuramente degraderà ma con questo supporto la nazione potrà forse, e ribadiamo forse, ripartire.<br />
Non crediate però che la Russia agisca, impiegando risorse vitali per la propria economia, senza poter ottenere una contropartita. E qual&#8217;è la contropartita che Mosca potrebbe chiedere ad Atene? A nostro avviso l&#8217;unica contropartita che interessa la Russia potrebbe essere l&#8217;accesso ad un porto posto nel mediterraneo, un porto vicino al Mar Nero e difficilmente accessibile dal mediterraneo orientale. Secondo noi la Russia potrebbe quindi barattare gli aiuti energetici e alimentari alla Grecia con l&#8217;utilizzo del porto di Salonicco.<br />
Se il governo Greco accettasse una tale proposta la Russia potrebbe disimpegnarsi dal pantano siriano, dove le truppe di Al Assad indietreggiano di settimana in settimana e dove presto la base navale di Tartus, l&#8217;ultima base russa in Mediterraneo, sarà sotto la minaccia diretta degli islamisti siriani.<br />
Un porto nel mediteranno è di vitale importanza per la strategia russa, senza una base navale nel mediterraneo, in caso di conflitto, la marina di Mosca è potenzialmente tagliata fuori da tutto il mediterraneo. Essendo gli Stretti del Bosforo, dei Dardanelli e di Gibilterra sotto il controllo della NATO.<br />
Un porto nel mediterraneo, l&#8217;utilizzo di un porto nel mediterraneo, giustificherebbe un ingente impegno di Mosca a favore della Grecia, anche perché vedere ormeggiata la flotta russa in un porto di una nazione della NATO, sarebbe la fine del Comando sud dell&#8217;Alleanza Atlantica. Oggi infatti le tre nazioni cardine del Comando Sud (Italia, Grecia e Turchia) sono spesso lontane dalle posizioni cardine dell&#8217;Alleanza Atlantica. La Turchia ha già da tempo una politica autonoma dalla NATO, la Grecia (se offrisse un porto a Mosca) sarebbe di fatto con un piede fuori dall&#8217;alleanza, e l&#8217;Italia è alle prese con una forte disaffezione dell&#8217;opinione pubblica nei confronti degli alleati.<br />
Sono giorni cruciali per il futuro della Grecia e della sua posizione geopolitica. Noi la seguiremo con attenzione.</p>
<p>Photo: Hombre GNU Free Documentation License</p><p>The post <a href="https://www.geopoliticalcenter.com/attualita/grecia-russia-un-accordo-possibile-materie-prime-in-cambio-di-un-porto/">Grecia Russia un accordo possibile: materie prime in cambio di….un porto</a> first appeared on <a href="https://www.geopoliticalcenter.com">GeopoliticalCenter, Geopolitica, Strategia, Analisi Economiche</a>.</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Intervista con il gen. Leonardo Tricarico: la Guerra Fredda un concetto superato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Editoriale]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 May 2015 15:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Generale Leonardo Tricarico è un italiano in stellette che vanta una consolidata fama internazionale, oltre ad un curriculum invidiabile. Dal 2004 al 2006 è stato Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare Italiana. Ha comandato la forza aerea alleata della NATO a Vicenza durante la guerra Jugoslava nel 1999, segnalandosi all’ attenzione sia del governo italiano che [&#8230;]</p>
<p>The post <a href="https://www.geopoliticalcenter.com/attualita/intervista-con-il-gen-leonardo-tricarico-la-guerra-fredda-un-concetto-superato/">Intervista con il gen. Leonardo Tricarico: la Guerra Fredda un concetto superato</a> first appeared on <a href="https://www.geopoliticalcenter.com">GeopoliticalCenter, Geopolitica, Strategia, Analisi Economiche</a>.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il Generale Leonardo Tricarico è un italiano in stellette che vanta una consolidata fama internazionale, oltre ad un curriculum invidiabile. Dal 2004 al 2006 è stato Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare Italiana. Ha comandato la forza aerea alleata della NATO a Vicenza durante la guerra Jugoslava nel 1999, segnalandosi all’ attenzione sia del governo italiano che di quelli alleati venendo nominato consigliere militare della Presidenza del Consiglio, incarico ricoperto durante governi sia di centro destra che di centro sinistra. Oggi presiede la Fondazione ICSA (Intelligence, Culture and Strategic Analisys).<br />
Si è manifestato disponibile a rispondere ad alcune domande predisposte da Stefano Orsi, di Saker Italia, e dal gruppo di analisi geopolitica Geopoliticalcenter, disponibilità di cui lo ringraziamo. Vi proponiamo oggi le risposte che ha dato a Saker Italia e a GeopoliticalCenter.</p>
<p>A nostro avviso le risposte del Generale ci offrono un interessante punto di vista che proviene da un tecnico di altissimo livello, un uomo che ha occupato posizioni di primo piano nel dispositivo difensivo italiano e della NATO e che, avendo mantenuto indipendenza di giudizio, esprime perplessità sulla tendenza ad esacerbare il confronto con la Russia, sul disimpegno italiano ed europeo nella manutenzione del dispositivo militare e sulle carenze della leadership Statunitense. Buona lettura.</p>
<p><strong>Saker Italia</strong>: Il nostro gruppo è focalizzato sulla crisi Ucraina. Ovviamente ci preoccupa la situazione apparentemente senza uscita che si è creata in quel paese, i cui gruppi dirigenti sembrano incapaci di disinnescare il conflitto identitario in corso, e anzi lo cavalcano con una condotta politica e con provvedimenti intesi a creare uno stato di “eccezione permanente”. Ma quello che ci preoccupa maggiormente è la condotta di elementi “esterni” alla crisi, ovvero il contributo dato paesi membri dell’Alleanza Atlantica, come gli Stati Baltici, la Polonia, e indirettamente anche gli Stati Uniti, al cambio di regime ed alla progressiva radicalizzazione del governo filo occidentale di Kiev. Come valuta le iniziative di questi paesi nostri alleati? Crede che siano compiute nell’ interesse dell’intera Alleanza o siano invece espressione delle ambizioni di singoli membri?</p>
<p><strong>Gen. Tricarico</strong>: Sono almeno trent&#8217;anni che il nostro Paese cerca di riconvertire verso l&#8217;asse nord sud l&#8217;attenzione dell&#8217;Alleanza, evidentemente con scarso successo: oggi il mondo sta cambiando lungo quest&#8217;asse e la NATO continua a mettere al centro dei suoi pensieri le questioni est ovest, quasi a rispolverare toni e scenari da guerra fredda, oggi poco credibili, a tratti patetici. Le responsabilità dei paesi membri dell&#8217;area sono evidenti, e se vogliamo comprensibili, un po&#8217; meno lo è  il comportamento statunitense il cui interesse dovrebbe mirare ad una stabilizzazione dell&#8217;area anziché alla destrutturazione degli equilibri.</p>
<p><strong>Saker Italia</strong>: Le operazioni militari a cui abbiamo assistito in Ucraina hanno conosciuto diverse fasi. Nella primavera del 2014 si sono osservati episodi (manifestazioni popolari supportate da piccoli gruppi di “volontari” armati) che potevano ricordare gli eventi occorsi un paio di mesi prima in Crimea. La decisione di Kiev di stroncare militarmente la rivolta ha dato il via ad una seconda fase, in cui le parti si sono scontrate in un confronto militare vero e proprio anche se molto caotico e poco organizzato. Durante l’estate gli scontri hanno raggiunto un apice di violenza e i separatisti sono riusciti a stabilire il controllo di una pur modesta porzione di territorio organizzandovi i propri stati. Nell’ultima (ad oggi) fase operativa abbiamo assistito ad uno scontro molto più classico, fra due eserciti determinati e abbastanza ben equipaggiati, intorno al nodo strategico di Debaltsevo. L’artiglieria e le truppe corazzate sono state utilizzate largamente da entrambe le parti. L’aviazione ucraina è stata ridotta all’impotenza dall’interdizione ribelle nel giro di pochi mesi (marzo – luglio 2014). Che valutazione dà di queste operazioni? Ritiene che il nostro dispositivo difensivo possa trarre qualche insegnamento da quello che è accaduto? Quale è secondo lei il maggior limite mostrato dall&#8217;esercito ucraino nello svolgimento di queste campagne offensive? Crede che il sostegno di alcuni paesi occidentali, ormai scoperto, possa consegnare alla parte ucraina una superiorità decisiva per il futuro, specie in fase offensiva?</p>
<p><strong>Gen. Tricarico</strong>: Le operazioni belliche condotte coerentemente alla dottrina di impiego consolidata dalle parti contrapposte vede una preponderanza capacitiva russa, un prosieguo su questa strada pertanto comporterebbe la piena sopraffazione di una parte, quella ucraina. Quest&#8217;ultima, se ambisse a forme di &#8220;successo&#8221; al momento impraticabili, dovrebbe concepire ed attuare forme di asimmetria che la possano aiutare a sottrarsi ad un braccio di ferro tradizionale in cui, inevitabilmente, soccomberebbe.<br />
Per quanto riguarda il nostro dispositivo, l&#8217;insegnamento è che guerre simmetriche sono ipotizzabili solo con la rievocazione dei fantasmi del passato, cui sembra appartenere la questione russo-ucraina, se vogliamo invece considerare con realismo campi di confrontazione più seri, andrebbe ripensata alle radici una nuova dottrina di impiego delle forze che meglio si attagli agli scenari asimmetrici che, in più parti delle nuove e vecchie aree calde, mettono a rischio i nostri e gli altrui interessi.<br />
Per tornare all&#8217;Ucraina, un concetto piuttosto banale ma che stenta ancora a divenire patrimonio dei governi, Italia inclusa, è che una capacità bellica la si può far decadere in breve tempo, e che la stessa non la si può ricreare in tempi altrettanto brevi, né da soli né, tanto meno, con l&#8217;aiuto di altri.</p>
<p><strong>Saker Italia</strong>: I problemi che sta incontrando il progetto F35 sono uno dei pochi argomenti attinenti la difesa ad aver reclamato attenzione presso il grande pubblico. Anzi, stando a quanto si legge nei giornali, pare che questo progetto rappresenti l’alfa e l’omega di tutto lo sviluppo delle nostre forze armate. Quanto è corretta questa rappresentazione? I problemi del progetto sono davvero così seri? Lo sviluppo, da parte di cinesi e russi, di radar in grado seguire diversi bersagli anche se con tracce modeste, non insidia ulteriormente il progetto? Crede che sarebbe possibile e opportuno predisporre un nuovo protocollo di ricerca da parte europea per un nuovo caccia multiruolo sull’esempio del Typhoon?</p>
<p><strong>Gen. Tricarico</strong>: L&#8217; F35 non è un&#8217;arma totale ma un importante componente, il backbone se vogliamo, di una moderna aeronautica militare, non dotarsene sarebbe come tagliare una gamba ad un corpo e pretendere di impiegarlo in combattimento. L&#8217;AMI in particolare radierà nei prossimi anni le componenti Tornado ed AMX della linea aerotattica, lo F35 li sostituirà gradualmente ambedue. Il velivolo, a mia memoria e senza tema di smentite, è sotto il profilo tecnico, quello meglio riuscito, non solo come caccia, ma anche rispetto ad altri progetti di contenuto tecnologico più modesto come cargo o velivoli di supporto: in questo senso forse le pressanti e prolungate critiche hanno aiutato a porre nel progetto maggiore attenzione e ad evitare errori. Sul panorama mondiale poi, non vi è tema di confronto con alcuno, il gap con le tecnologie di altri rimane sempre molto ampio ed incolmabile nel breve medio termine. Stesso discorso per l&#8217;eventuale upgrade di velivoli già in linea quale l&#8217; eurofighter, per quanto possa essere fatto per conferirgli capacità aggiuntive, peraltro molto costose, non raggiungerà mai performances comparabili con lo F35. Se invece si pensa ad un nuovo progetto europeo, tanti auguri! Non credo francamente che alcuno sia oggi neppur lontanamente tentato da avventurarsi in un&#8217;iniziativa di questo tipo, un autentico ammazza bilanci.</p>
<p><strong>Saker Italia</strong>: L’aumento delle tensioni con la Russia ha fatto emergere in seno alla NATO tre orientamenti abbastanza definiti. Gli stati dell’Europa occidentale hanno interesse a mantenere buoni rapporti non solo, ovviamente, con gli Stati Uniti, ma anche con la Russia, la cui economia ha caratteristiche oggettivamente complementari con quelle europee. I nuovi membri dell’est Europa hanno interessi simili, ma nella loro percezione le preoccupazioni sulla sicurezza prevalgono e sono quindi più propensi ad accettare una linea rigida. Gli Stati Uniti paiono voler sfruttare le tensioni fra i propri alleati europei e la Russia per serrare le fila dell’alleanza, riaffermando la propria leadership economica, politica e militare. E’ possibile, a suo avviso, trovare una mediazione fra queste esigenze in parte contrapposte?</p>
<p><strong>Gen. Tricarico</strong>: Una mediazione tra gli interessi e le paure dei Paesi dell&#8217;Europa e della NATO è sempre possibile, purché lo si voglia, e questa volontà sembra latitare. Anzi, semmai sembra vero il contrario, sembra che a qualcuno interessi tenere tutti sulla graticola. Qualcuno insomma che, invece di gettare acqua sul fuoco o sui focolai che ogni tanto riprendono vigore, si diverte a fare l&#8217;incendiario, temo purtroppo con lucido calcolo.</p>
<p><strong>Saker Italia</strong>: Il nostro interesse non è focalizzato sulla Libia. Tuttavia vorremmo chiederLe alcune valutazioni generali sulla emergenza in corso. Il passato è noto: il paese, prima dell’attacco da parte di alcune potenze europee, era florido e rappresentava per l’Italia un interlocutore con interessi convergenti, se non proprio un alleato strategico. Ora il collasso libico e la crisi di molti paesi del Sahel si stanno ripercuotendo sul nostro paese, non solo con l’emergenza dei profughi, ma anche con la possibilità che questi territori diventino focolai di terrorismo e con la crescente difficoltà di reperire fonti energetiche. Non possiamo non notare che anche su questo scacchiere gli interessi dei paesi NATO divergono: ovviamente gli stati europei occidentali e meridionali avrebbero interesse ad un maggior coinvolgimento nell’area. Gli Stati Uniti e i paesi dell’est Europa non solo possono disinteressarsi del problema, ma potrebbero addirittura trarre vantaggi indiretti dal suo aggravarsi. Crede che l’odierna evoluzione fosse prevedibile nel 2011? Non crede che i paesi che maggiormente si sono spesi per un intervento in Libia nel 2011 (Francia, Regno Unito, Stati Uniti) dovrebbero farsi maggior carico della soluzione del problema da loro stessi creato?</p>
<p><strong>Gen. Tricarico</strong>: Nel 2011 l&#8217;Italia ha avuto, come nel 1999, un&#8217; occasione straordinaria, quella di determinare, se lo avesse voluto, il corso degli eventi, staccando poi un dividendo politico di pari importanza: invece nel 1999 il governo D&#8217; Alema, pur meditando e comprendendo a fondo il ruolo che lo scenario gli offriva, non ne trasse fino in fondo i vantaggi politici possibili; l&#8217;occasione successiva, quella libica, è da considerarsi fallimentare sotto ambedue i profili: non vi è stata una riflessione approfondita dei nostri interessi e soprattutto del fatto che se avessimo voluto, quella guerra non si faceva, molti paesi, Francia in testa, non sarebbero andati molto lontano senza le basi ed il ruolo di supporto logistico operativo italiano, anche e soprattutto alla luce del disimpegno statunitense che nel conflitto libico è venuto per la prima volta alla luce in tutta evidenza.<br />
Oggi stiamo ripetendo gli stessi errori, pur se per motivi diversi, primo tra tutti quello della persistente incapacità di fare sistema senza gli Stati Uniti, il loro ruolo guida, i loro mezzi e la loro, unica direi, capacità di condurre operazioni belliche e di altro tipo, complesse e prolungate.</p>
<p><strong>Saker Italia</strong>: In relazione alla questione del contrasto dello Stato Islamico vorremmo una Sua opinione sulla condotta dei paesi dell’Alleanza Atlantica, che ci pare assai difficile da interpretare. In particolare: considera la risposta data dall’ Amministrazione Statunitense efficace, coerente e sufficiente a contenere e a eliminare questa minaccia?<br />
Gen. Tricarico: Lo Stato Islamico, nelle sue attività di espansione e radicamento, gode della pigrizia e del disimpegno sostanziale nell&#8217;uso della forza, con cui gli Stati Uniti stanno affrontando la sfida portata alle società musulmane ed occidentali, nell&#8217;ordine. Inoltre, non si comprende bene quale sia la visione globale degli USA, sempre che ne esista una o che non ci troviamo, come purtroppo sembra, a vivere alla giornata, ad un volare a vista facendo le scelte man mano che i problemi si presentano senza che le stesse siano coerenti con un disegno unico. Se le cose dovessero veramente stare così, vi è di che preoccuparsi, non tanto per il nuovo capitolo di recrudescenza del terrorismo di matrice islamica, quanto per l&#8217;evaporazione del ruolo guida statunitense che bene o male faceva sperare in una stabilità di volta in volta percorribile, obiettivo questo che oggi sembra sfuggire di mano a tutti.</p>
<p><strong>Geopoliticalcenter:</strong> Sig. Generale, grazie per il tempo che ci dedica GeopoliticalCenter il nostro blog di geopolitica vorrebbe presentarle tre domande relative a tre teatri operativi lontani ma in realtà connessi tra loro.</p>
<p><strong>Ucraina</strong>: Negli ultimi 9 mesi abbiamo assistito da un netto rafforzamento della componente aerea statunitense in Europa Orientale. Sono stati riposizionati diversi reparti di volo inclusi, con nostra sorpresa, F-15 ed F-16 della Guardia Nazionale. Sono inoltre stati dispiegati in Europa aerei RC-135, A-10 ed un sistema Patriot è stato trasportato in Polonia. Ritiene possibile che nel caso la situazione in Ucraina degenerasse la Polonia possa attivamente supportare militarmente , al di fuori della NATO ma con l’avallo ed il supporto americano, l’Ucraina? Se a causa di ciò si assistesse ad un confronto diretto, magari aereo, tra Russia e Polonia, sarebbe applicabile l’art.5 della Carta di Washington, in difesa della Polonia?</p>
<p><strong>Gen. Tricarico</strong>: La cosa più scandalosa e&#8217; che nostri velivoli Eurofighter siano dislocati da tempo nei Paesi Baltici, e a lungo lì resteranno ancora, quando invece la NATO, nello stesso spirito di solidarietà da noi usato per difendere i cieli baltici, non ravvisi la necessità di rafforzare il fronte sud, li&#8217; dove veramente i rischi esistono. Il build up delle forze nell&#8217;area potrebbe far parte di un&#8217;ipotesi di deterrenza, null&#8217;altro, a meno che qualcuno non creda ci si possa avventurare in una confrontazione Nato Russia, ipotesi certamente demenziale ed auspicabilmente utopistica. Da parte italiana, credo vada fatta maggior chiarezza nelle interlocuzioni europee e transatlantiche, ammesso che questo non venga già fatto dietro le quinte. Alcune cose però vanno messe sul tavolo con maggior chiarezza per non alimentare ulteriormente le speranze e le aspettative di tutti, Ucraina in testa. Bisogna uscire insomma dall&#8217;ambiguità che ha contraddistinto purtroppo il passato anche recente, solo così sarà possibile costruire nuovi equilibri. Tra questi nuovi approcci, sicuramente la chiarezza di scenario: per quanto riprovevole ed abietta, si tratta di una disputa tra due paesi non membri dell&#8217;Alleanza e tale deve rimanere, destituita fin d&#8217;ora ed in via preventiva della possibilità che qualcuno, con artifizi da costruire, possa pensare di avere in tasca la carta dell&#8217; Art. 5, da mettere in tavola al momento buono. E questo va detto ora.</p>
<p><strong>Geopoliticalcenter:</strong> Libia. L’Italia appare paralizzata sulla questione libica a causa, secondo la nostra opinione, di tre fattori. 1) non abbiamo la determinazione di scegliere un alleato in terra libica e ci dividiamo tra le fazioni di Tripoli (sostenute da Usa e Turchia) e le fazioni di Tobruk (sostenute da Egitto e Sauditi) 2) la fortissima influenza che la Santa Sede ha su questo governo 3) la scelta di identificare nella marina lo strumento militare più adeguato per risolvere la situazione. Nella Sua visione personale e in quella della Fondazione da Lei presieduta c’è la possibilità che il Governo italiano rivaluti la propria posizione e cerchi di organizzare una coalizione con Egitto, Francia e altri paesi arabi per riportare ordine (anche con la forza) in Libia?<br />
<strong>Gen. Tricarico</strong>:La Libia rimane un quadro di difficile lettura e decrittazione, mentre invece precondizione per un intervento di qualunque tipo e&#8217; che, da una radiografia nitida, si individui il percorso per un end state altrettanto chiaro e condiviso con i compagni di ventura. Ora, in quest&#8217;opera di comprensione articolata cui metter mano, nessuno come il nostro paese è attrezzato culturalmente e nell&#8217;attualità di scenario, il nostro ambasciatore e&#8217; stato l&#8217;ultimo a lasciare Tripoli, i carabinieri erano lì fino a poco fa ad addestrare le forze di polizia, le due aeronautiche hanno collaborato fino a poche settimane fa, Finmeccanica aveva una sua struttura industriale a capitale misto nei pressi di Tripoli, i Servizi hanno personale di prim&#8217;ordine sul posto, un alto funzionario del Viminale ha operato a livello governativo in Libia ininterrottamente per anni anche lui fino a poco fa, l&#8217;Eni ha ancora radici locali ben salde; cosa serve di più per mettere a sistema queste risorse e dire agli altri cosa si può fare? Prematura quindi ogni ipotesi di intervento di qualunque tipo, quello militare incluso.<br />
In questo caso poi è a maggior ragione impossibile qualificare le forze in campo, non sapremmo oggi neppure verso chi indirizzare il nostro intervento, chi sarebbero i nostri nemici e quali gli obiettivi. A mio modesto parere oggi andrebbe aperta una seconda tornata negoziale, dopo i risultati deludenti del pur bravo Bernardino Leon, negoziati sempre coperti da una risoluzione ONU ma più robusta rispetto a quella in scadenza, che consenta di tenere il randello dietro la schiena ben visibile, ove il guanto di velluto non dovesse ancora risultare efficace. Un round negoziale garantito da un accordo su tavoli separati con Egitto e Turchia, i capi fila di cordate cui fanno capo le due fazioni libiche in lotta. Ogni altro schema di intervento potrebbe provocare situazioni in prospettiva ancora più complesse di quelle che oggi non riusciamo a fronteggiare.</p>
<p><strong>Geopoliticalcenter:</strong>, Golfo Persico: stiamo assistendo ad una lenta escalation marittima ed asimmetrica tra Iran e Stati Uniti. Gli Usa bloccano i convogli iraniani diretti in Yemen, gli Iraniani fanno sapere, bloccando la Maersk Tigris ad Hormuz, che essi possono attuare un blocco navale ad Hormuz. Da oggi navi statunitensi pattuglieranno lo Stretto di Hormuz, contro il volere dell’Iran, che considera proditoriamente acque territoriali proprie gran parte dello Stretto. Alla luce della politica remissiva dell’amministrazione Obama (es. nessuna reazione all’affondamento della Corvetta sud coreana Cheonan, o il medesimo immobilismo seguito alla dichiarazione della ADIZ cinese nel mar Cinese Orientale) perchè in questo caso la Casa Bianca sembra dimostrarsi proattiva e non remissiva nei confronti dell’Iran?</p>
<p><strong>Gen. Tricarico:</strong> Sembrano lontani, non solo nel calendario, i tempi in cui, in tour pre-elettorale, Obama si presentava al mondo come il presidente del multilateralismo, il presidente che avrebbe deciso non nella solitudine tutta americana di Bush, ma solo dopo aver consultato e coinvolto amici ed alleati. Non male i risultati sotto gli occhi: Putin emarginato e costretto a rispolverare toni e comportamenti da guerra fredda, con accantonamento definitivo del suo ruolo importante nelle negoziazioni nei teatri più caldi; Israele, storico amico, scivolato in una posizione di aperto rancore; l&#8217;ultimo paese alleato, pur con tutte le sue ambiguità ad essere spinto verso uno stato di forte frustrazione e&#8217; l&#8217;Arabia Saudita e questo grazie agli accordi sul nucleare iraniano. Disimpegno graduale quindi dal ruolo di guida in operazioni militari e politica estera disaggregante e destabilizzante paiono i caratteri distintivi del comportamento statunitense, e le vicende del Golfo ne sono l&#8217;ultima testimonianza.</p><p>The post <a href="https://www.geopoliticalcenter.com/attualita/intervista-con-il-gen-leonardo-tricarico-la-guerra-fredda-un-concetto-superato/">Intervista con il gen. Leonardo Tricarico: la Guerra Fredda un concetto superato</a> first appeared on <a href="https://www.geopoliticalcenter.com">GeopoliticalCenter, Geopolitica, Strategia, Analisi Economiche</a>.</p>]]></content:encoded>
					
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		<title>L’equidistanza italiana in Libia premessa per un fallimento della nostra geopolitica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Editoriale]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2015 05:25:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Libia l’Italia ha scelto di non scegliere, in Libia nel paese lacerato da una guerra civile che vede in campo gli islamisti filo turchi, i laici filo egiziani e l’incognita del Califfato l’Italia non ha voluto decidere chi sia il proprio alleato, oppure chi è la vera minaccia agli interessi nazionali. Questa scelta evidenzia [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In Libia l’Italia ha scelto di non scegliere, in Libia nel paese lacerato da una guerra civile che vede in campo gli islamisti filo turchi, i laici filo egiziani e l’incognita del Califfato l’Italia non ha voluto decidere chi sia il proprio alleato, oppure chi è la vera minaccia agli interessi nazionali.<br />
Questa scelta evidenzia la filosofia del governo Renzi (fatta eccezione per il ministro Gentiloni che prova a dare una direzione precisa alle nostra scelte strategiche), una filosofia basata sull’ambiguità e sulle operazioni sotto traccia, sul solco della strategia del Presidente Obama, il quale sta portando le relazioni tra l’America ed i propri alleati al livello più basso delle storia americana dai tempi di Wilson.<br />
Fotocopiare la politica estera americana è la scelta più facile, e che meno espone a problematiche negli attuali consessi internazionali, tuttavia non è detto che tale scelta sia la preferibile nella tutela dell’interesse nazionale italiano.<br />
Fu proprio questo atteggiamento, tenuto dall’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, a determinare l’attuale situazione libica, fu l’appiattimento sulle posizioni americane e sulla strategia delle “primavere arabe” a far si che l’Italia si accodasse, senza strategia propria e con tatticismi, giocati anche nei cieli della Libia, alle scelte della coalizione.<br />
Senza l’intervento italiano in Libia, senza la concessione del nostro spazio aereo e delle nostre basi, la campagna aerea contro Gheddafi avrebbe richiesto risorse molto più ingenti , soprattuto a carico degli Usa costringendo Obama ad una scelta difficile, non tanto in termini militari, ma in termini di filosofia e di immagine. Senza l’appoggio italiano Obama, e con lui gli Stati Uniti, avrebbero dovuto mettere palesemente in campo la propria forza militare, alienandosi in patria le simpatie (e i voti) di una nazione americana all’epoca profondamente isolazionista.<br />
Ma l’Italia concesse spazio aereo, basi, intelligence, mezzi aerei e navali. Quale fu il “guadagno” dell’Italia in quel frangente (a parte limitare le sempre più insistenti richieste di Gheddafi)?<br />
Il presidente del consiglio in carica forse sperava che un appoggio alle coalizione americana avrebbe alleggerito l’attacco in atto contro di lui, ma questo calcolo fu radicalmente errato. L’Italia non ebbe alcun beneficio dalla caduta di Gheddafi, il nuovo governo di Tripoli ridiscusse alcune concessioni minerarie ed estrattive limitando il futuro  ruolo italiano poco dopo il suo insediamento, le società che avrebbero dovuto costruire infrastrutture strategiche per la Libia si videro annullate le commesse e i trafficanti di uomini ebbero campo libero per imbastire il disastro che oggi osserviamo nel Canale di Sicilia.<br />
L’Italia non ha avuto vantaggi significativi dall’appoggiare la campagna anglo franco americana in Libia, nessuno è intervenuto (se non per una breve parentesi Susan Rice) per ristabilire il diritto internazionale nel caso dei nostri due Marò prigionieri ingiustamente in India, nessuno dei nostri partner ha scelto i prodotti della nostra industria bellica, nemmeno nel caso di quello che è forse il migliore addestratore avanzato del mondo (il Macchi M346 acquistato invece da Israele in maniera massiccia), l’America di Obama ha stracciato la commessa di Finmeccanica per i nuovi elicotteri presidenziali, non abbiamo avuto diritto ad un seggio semipermanente presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Uniti, nonostante il fatto che il nostro contingente impegnato in missioni per le Nazioni Unite è tra i più cospicui al mondo.<br />
Alcuni di voi possono dire che è stata nominata una italiana come alto rappresentante per la politica estera europea, ma purtroppo Federica Mogherini è emarginata dalle decisioni cruciali, sia sulla questione ucraina sia, ed in modo ancora più palese, sul programma atomico iraniano.<br />
Oggi è ancora il tempo di seguire per quieto vivere la via tracciata da altri, anche se alleati? E’ ancora il tempo di non cercare una via italiana, seppur senza andare allo scontro con i paesi a noi vicini politicamente, per la tutela dei nostri interessi, della nostra nazione e della nostra economia?<br />
E’ ancora oggi il tempo di non sapere, e potere, tracciare un progetto strategico che possa portare vantaggi diretti all’Italia, e non solamente chiedere il sacrificio dei nostri uomini per l’interesse predominante di altri, poi irriconoscenti verso di noi?<br />
Oggi è il momento di una iniziativa strategica, politica, militare, economica, in una parola geopolitica, che possa far impegnare le risorse umane ed economiche del nostro paese per il nostro paese.<br />
E’ giunto il momento di essere alleati “alla pari” con tutte le potenze che sono al fianco dell’Italia,  e non essere meri “fotocopiatori” delle strategie altrui, soprattutto in Libia, dove gli scenari cambiano repentinamente e dove il successo che si poteva ottenere pochi mesi fa con un intervento militare limitato oggi non è più possibile avere.<br />
Oggi è giunto il momento di rischiare qualcosa per ottenere molto, perchè l’alterantiva è non rischiare nulla per perdere tutto.</p>

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		<title>Le forze armate convenzionali nella recente dottrina russa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Editoriale]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Sep 2014 07:07:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Qualcosa è cambiato a Mosca in questi ultimi due anni, qualcosa di profondo ha determinato e determinerà in futuro l&#8217;atteggiamento della Russia nella geopolitica mondiale. Qualcosa che impatta direttamente sulla possibilità di utilizzo e sull&#8217;importanza, in epoca contemporanea, delle forze armate convenzionali. Il cambio di strategia di Mosca, secondo il nostro gruppo, ha avuto il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a  href="http://www.geopoliticalcenter.com/wp-content/uploads/2014/09/image.jpg" class="thickbox no_icon" title="Forze convenzionali russe"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="http://www.geopoliticalcenter.com/wp-content/uploads/2014/09/image-300x187.jpg" alt="Forze convenzionali russe" width="300" height="187" class="alignleft size-medium wp-image-16538" srcset="https://www.geopoliticalcenter.com/wp-content/uploads/2014/09/image-300x187.jpg 300w, https://www.geopoliticalcenter.com/wp-content/uploads/2014/09/image.jpg 480w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Qualcosa è cambiato a Mosca in questi ultimi due anni, qualcosa di profondo ha determinato e determinerà in futuro l&#8217;atteggiamento della Russia nella geopolitica mondiale. Qualcosa che impatta direttamente sulla possibilità di utilizzo e sull&#8217;importanza, in epoca contemporanea, delle forze armate convenzionali.<br />
Il cambio di strategia di Mosca, secondo il nostro gruppo, ha avuto il suo massimo impulso durante le cosiddette &#8220;primavere arabe&#8221;. In quella fase il Cremlino ha potuto verificare la risposta di Stati Uniti e NATO alla postura russa sulla scena internazionale.<br />
In Libia la Russia è scesa a patti con gli Stati Uniti. Gli accordi della diplomazia sono stati poi ignorati sul campo e la Russia ha subito un grave danno strategico dalla caduta di Gheddafi, avendo il nuovo governo provvisorio libico, nei primissimi giorni dal suo insediamento, revocato i permessi per l&#8217;utilizzo della base navale di Bengasi da parte della marina russa.<br />
Circa due anni dopo, lo scorso agosto, in Siria, o meglio dinanzi alle coste siriane, il presidente russo Putin ha potuto osservare che la minaccia di un intervento diretto della Federazione Russa in difesa della Siria, nel caso di raid americani, ha di fatto impedito l&#8217;azione americana e consentito di giungere ad una soluzione negoziale per la rimozione delle armi chimiche in possesso di Al Assad.<br />
Ma in quel preciso istante nel quale il presidente Obama ha annullato i raid già disposti, Putin si è reso conto che le forze convenzionali sono in grado, da sole e senza l&#8217;utilizzo dell&#8217;arma atomica, di essere impiegate per bloccare le ambizioni geopolitiche americane nel &#8220;cortile di casa&#8221; di Mosca, e forse anche oltre. In quei giorni è iniziato, secondo noi, quel processo mentale, quella pianificazione logica, quella scommessa rischiosa che oggi porta le forze convenzionali russe a minacciare l&#8217;Ucraina, e la Moldavia e domani forse alcuni paesi della NATO, come le repubbliche baltiche, la Polonia e la Romania. In questa visione del presidente Putin gli Stati Uniti, e le potenze nucleari occidentali, non sono disposte a rischiare un confronto a tutto campo con la Federazione Russa al fine di difendere stati periferici e non indispensabili alla stabilità di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti.<br />
Le forze convenzionali tornano così al centro della pianificazione militare, pianificazione che in Russia prevede un netto incremento della capacità operativa di tutte e tre le armi: esercito, aviazione e marina.<br />
Per quanto riguarda l&#8217;esercito la priorità è data alle forze aviotrasportate, che in molti casi vedono ampliate numericamente e quantitativamente le proprie dotazioni di uomini e di mezzi.<br />
L&#8217;aviazione che vede la sua priorità nei sistemi missilistici, nei caccia da superiorità aerea e nei cacciabombardieri a medio raggio.<br />
La marina che ha nei sottomarini il focus principale di espansione in questi anni di rilancio. In questa ottica il deterrente nucleare viene annullato, e sul campo di battaglia, e ai tavoli della diplomazie, tornano ad essere centrali le forze convenzionali di cui una nazione può disporre.<br />
In questa ottica la Federazione Russa potrebbe creare non pochi problemi all&#8217;Alleanza Atlantica, che dai tempi della guerra fredda basa la sua capacità di deterrenza sul possesso ed eventuale utilizzo degli armamenti atomici, nel caso in cui le forze NATO fossero prossime alla sconfitta in una guerra convenzionale. Forse oggi le potenze nucleari occidentali, Stati Uniti in testa, non userebbero le armi atomiche per primi in una guerra convenzionale lontana dai loro confini, ed è su questo assunto che potrebbe basarsi la nuova politica interventista del Cremlino. Ma all&#8217;inizio della nostra ultima frase abbiamo messo un forse. Un forse che pesa moltissimo in questa valutazione del rinnovato valore delle forze convenzionali in Russia.<br />
Un forse che trasforma questa teoria in una scommessa, una scommessa comunque nelle corde di quel &#8220;Calcolatore Imprudente&#8221; che è il presidente russo Putin.</p>
<p><strong><em>Questo post è propedeutico ad una analisi dal titolo :&#8221;Da Mosca a Belgrado il corridoio balcanico pensato da Putin&#8221; che uscirà su GeopoliticalCenter la prossima settimana.</strong></em></p><p>The post <a href="https://www.geopoliticalcenter.com/attualita/forze-armate-convenzionali-dottrina-russa/">Le forze armate convenzionali nella recente dottrina russa</a> first appeared on <a href="https://www.geopoliticalcenter.com">GeopoliticalCenter, Geopolitica, Strategia, Analisi Economiche</a>.</p>]]></content:encoded>
					
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