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Il parlamento europeo riconosce lo stato di Palestina, gli USA cercano un cambio di governo in Israele?

Nella giornata di ieri, dall’Europa, sono arrivate, in rapida successione, due notizie riguardanti i rapporti tra UE e palestinesi. Per prima cosa il parlamento europeo ha votato una mozione che apre la strada al riconoscimento dello stato palestinese, poche ore dopo la corte europea di giustizia ha cancellato dalla lista delle organizzazioni terroristiche il partito di Hamas, che governa con il pugno di ferro Gaza.
Una doppia espressione dell’Europa su Hamas e sullo stato di Palestina che difficilmente può essere stata casuale. Nonostante la Commissione Europea si sia affrettata a sottolineare che la decisione della Corte di Giustizia è “giuridica e non politica” Hamas non fa più parte della lista nera, in tema di terrorismo, dell’Europa.
I rappresentanti palestinesi, nel vecchio continente, hanno esultato alla notizia della cancellazione di Hamas dalla lista delle organizzazioni terroristiche, e hanno immediatamente proclamato che i terroristi sono gli israeliani che occupano terre palestinesi, dimostrazione del fatto che gli atti diplomatici in quell’area del mondo hanno sempre minime possibilità di successo e che innescano comunque reazioni per lo più faziose ed estremiste.
Non bastassero le dichiarazioni, nella serata e nella notte scorsa, Hamas ha tenuto a Gaza manovre ed esercitazioni militari, per complessità e dimensioni, con pochi precedenti nella storia di Gaza.
Una risposta che tende ad alzare la posta nella partita diplomatica (e militare) che coinvolge i palestinesi e gli israeliani. Una partita che vede lo stato ebraico non più appoggiato dall’ex alleato americano. Un’America che a parole sostiene Israele ma che negli atti concreti non fa nulla per frenare l’unilaterale proclamazione dello stato di Palestina.
E nelle prossime settimane il Consiglio di Sicurezza potrebbe discutere, e votare, una risoluzione che prevede il completo riconoscimento dello stato di Palestina, risoluzione che include limiti temporali per il ritiro delle truppe israeliane entro i confini del 1967, confini indifendibili sul piano militare oltre che politico.
Lasciare, senza una chiara strategia, le aree della Palestina occupate, è un gesto che potrebbe mettere in serio pericolo la sicurezza dello Stato Ebraico.
Va ricordato che Israele si ritirò unilateralmente dalla Striscia di Gaza nel 2005. Questa decisione ha determinato un possente sviluppo delle capacità militari palestinesi nella Striscia, elemento che ora rappresenta uno dei principali problemi nella strategia difensiva israeliana, chiamata ciclicamente a confrontarsi con i razzi di Hamas e delle altre fazioni combattenti palestinesi.
Ritirarsi da tutta la Cisgiordania, senza che tale aerea venga definita come demilitarizzata e controllata da uno stato garante (ad es. la Giordania), esporrebbe lo stato di Israele al rischio di ritrovarsi anche in quel territorio la presenza di formazioni militari e paramilitari in grado di colpire il territorio israeliano, con ancora maggiore facilità rispetto a quanto accade oggi da Gaza.
Una risoluzione con queste caratteristiche potrebbe essere presto presentata al Consiglio di Sicurezza dalla Giordania, ed è altresì possibile che gli Stati Uniti si astengano e non pongano il veto a tale risoluzione consentendone l’approvazione, proprio mentre Israele è in piena campagna elettorale per le elezioni politiche nazionali.
Ieri sera il portavoce del Dipartimento di Stato pare abbia smentito tale congettura ed affermato che l’America non permetterà ad una risoluzione non condivisa di essere approvata dalle nazioni unite. Il portavoce, non ha però sototlineato da chi dovrebbe essere condivisa tale risoluzione lasciando, a nostro avviso, lo stato di Israele ai margini di tale trattativa diplomatica.
Se tale risoluzione fosse approvata, gli avversari del premier Netanyahu ne trarrebbero giovamento e la stessa leadership del primo ministro potrebbe essere messa in discussione.
Secondo il nostro gruppo stiamo assistendo ad un altro tentativo di “regime change” da parte Delfi Stati Uniti d’America e questa volta alle spese del primo ministro israeliano Netanyahu. Le molteplici risoluzioni di parlamenti europei che riconoscono lo stato di Palestina, la rimozione di Hamas dalla lista delle organizzazioni terroristiche, la risoluzione giordana alle Nazioni Unite, potrebbero essere parte della medesima strategia americana, una strategia che in questi anni ha visto l’America voltare le spalle ad alleati storici, mentre l’amministrazione Obama ha aperto le braccia (ed il portafogli) a avversari e nemici come l’Iran, la Fratellanza Mussulmana, la Corea del Nord ed ultimo il regime cubano, dove una parola sbagliata contro Castro spalanca senza indugio le porte delle prigioni politiche.
Molti alleati invece sono stati abbandonati, ed a volte traditi, da questa amministrazione. Parliamo dell’Egitto, della Tunisia, dei Sauditi, della stessa Italia.
Questa volta forse è giunto il turno di Israele.