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Massima pressione americana contro l’Iran. Gli ayatollah minacciano di chiudere Hormuz

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Se qualcuno giorni fa si domandava cosa significava per gli americani, ed in particolare per l’amministrazione Trump, imprimere contro l’Iran la “massima pressione”, oggi ha avuto la sua risposta. Dal 2 maggio nessun paese potrà commerciare il greggio iraniano senza incorrere nelle sanzioni americane, sanzioni in grado di inibire il mercato del dollaro a chiunque volesse ancor acquistare, rivendere, o solo trasportare il petrolio degli Ayatollah.
Per alcune settimane si era prospettato un rinnovo delle “esenzioni” messe in campo per permettere a sette paesi di importare il petrolio leggero iraniano senza dover incorrere nelle sanzioni. Questi paesi erano: Italia, Turchia, Cina, Corea del Sud, Giappone, Grecia, India e Taiwan, i quali comunque rappresentavano il principale sbocco per il petrolio di Teheran. Dal 2 maggio Corea del Sud, Giappone, Grecia, India e Taiwan fermeranno ogni importazione, incerta invece è ancora la posizione di Cina e Turchia. Per quanto riguarda la Turchia è probabile che Ankara tenti in qualche modo non ortodosso di acquisire petrolio iraniano, e anche la Cina potrebbe attuare la medesima scelta, anche perché la decisione di Trump rientra perfettamente in una strategia atta a rallentare la corsa di Pechino verso un confronto paritetico con gli Stati Uniti. Su queste pagine ne avevamo già scritto oltre due anni fa, delineando le possibili via americane al contenimento cinese. Una di queste via passava per l’Iran e aveva il netto vantaggio di poter ostacolare Pechino senza dover mettere in atto un confronto militare diretto con la Cina, e invece mettere al tappeto il principale nemico dell’America in Medio Oriente. Il post dell’epoca apparteneva ad un trittico relativo al contenimento cinese, il titolo era “Trump e il contenimento cinese: la via Iraniana” . Il nostro gruppo descriveva lo scenario che oggi tutti noi possiamo osservare.
Ora come allora, l’unica vera arma in mano all’Iran in caso di blocco delle esportazioni di greggio, rimane la chiusura “manu militari” dello Stretto di Hormuz. Per chiudere Hormuz l’Iran non potrà solamente impiegare le sua flottiglia di naviglio veloce, oppure i mini sommergibili a sua disposizione, ma dovrà essere pronto ad un confronto totale con gli americani e con il Consiglio di Cooperazione del Golfo.
Ma allora come potranno gli iraniani chiudere il passaggio nello stretto di Hormuz e contro chi potrebbero agire?
La dottrina classica prevede che vengano prese di mira le petroliere che trasportano il greggio di Irak, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi, indipendentemente dalla loro destinazione finale. Fermare le petroliere non è un’impresa difficile, bastano alcuni barchini veloci e armati solo con razzi non guidati o mitragliatori pesanti. Le petroliere tornerebbe sui loro passi, ma in breve tempo arriverebbero le marine militari di Stati Uniti, Gran Bretagna e dei paesi sunniti di Golfo. Perché quindi, nel caso in cui si decidesse a Teheran di bloccare Hormuz, non mettere in atto un’azione meno classica e sicuramente di maggior impatto per il nemico, come ad esempio un attacco contro un’unità maggiore della flotta miliare americana?
Un’azione di questo genere metterebbe gli Stati Uniti davanti alla scelta relativa ad una guerra a tutto campo contro l’Iran e non è certo scontato che questo sia nei piani di Trump, il quale in più occasioni ha evitato accuratamente uno scontro militare, tanto che dall’inizio della sua presidenza non abbiamo assistito ad azioni militari maggiori degli Stati Uniti, non sono azioni militari maggiori infatti quelle messe in atto da Trump contro la Siria.
Intanto i mercati, attenti osservatori delle forniture di petrolio, stanno evidenziando l’estrema significatività delle nuove sanzioni americane. Il prezzo di petrolio WTI torna oltre i 65 dollari, il Brent arriva a 76 con aumenti tra il 2 e il 3%, aumenti che potrebbero essere ancora maggiori in caso di movimenti militari iraniani ad Hormuz.
Gli Stati Uniti hanno mobilitato una possente forza militare per confrontarsi con una possibile minaccia iraniana. Un gruppo attacco portaerei (con al vertice la portaerei Lincoln CVN-72) opera tra il Mediterraneo e il Golfo Persico, sono presenti nella penisola Araba F-35 e F-22, che oggi formalmente operano contro il defunto Stato Islamico, mezzi evidentemente sovradimensionati per la minaccia che oggi rappresenta il cadavere dell’ISIS.
Si avvicina una stagione di scontro tra Iran e Stati Uniti che coinvolgerà tutto il network di alleanze degli iraniani. Se ci sarà un conflitto ad Hormuz, si infiammerà l’Irak, il Libano, Israele, il Bahrein e si concretizzerà quel “conflitto globale” oggi evocato dal nuovo comandante generale dei Pasdaran iraniani, generale Salami, uno dei teorici della distruzione fisica dello Stato di Israele. Salami e i vertici della teocrazia iraniana non esiteranno ad attaccare con tutta la loro forza Israele. Attaccare Israele, in caso di grave crisi per il regime, ha per l’Iran teocratico degli Ayatollah una duplice valenza. La prima è quella di cercare di coalizzare il popolo e gli alleati contro un nemico esterno quale è Israele. La seconda è da ricercarsi nella visione messianica della teocrazia iraniana. Nel caso in cui il regime dovesse vacillare cercherebbe di portare a termine una delle sue missioni sacre: distruggere Israele. Ecco perché quando nei prossimi giorni parleremo di Hormuz non dovremo pensare solo a quella porzione di mare, ma a tutte le implicazioni regionali che un conflitto che coinvolga l’Iran potrebbe portare in tutto il Medio Oriente.