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Caos nel Mediterraneo, i problemi di oggi hanno radici nel 2011

Geopolitica

Nel 2011 GPC nacque per sottolineare la scelleratezza della decisione franco-inglese-americana di bombardare la Libia. Non è questo il tempo di parlare nuovamente di quegli eventi, appunto ne abbiamo già trattato lungamente, tuttavia vale la pena riportarli alla memoria poiché quanto sta accadendo oggi in Italia ne è la diretta conseguenza.
Desideriamo portare alla vostra attenzione tre riflessioni.
1) Chi oggi si batte il petto, sostenendo l’eroismo della nazione italiana e contemporaneamente nega l’apertura dei propri porti, è il medesimo che ha generato la situazione di caos totale in Libia. Vi è una responsabilità morale, politica, militare ed economica. Una responsabilità chiara e netta. Dimenticare questo aspetto, porta inevitabilmente ad adottare soluzioni errate, oggi. Dimenticare questo aspetto è il primo di una serie di affronti al governo italiano.
2) Le recenti consultazioni tra ministri degli esteri, sfociate nel summit di Tallinn, mettono in luce il secondo affronto al governo italiano. Quanto è stato promesso come stanziamento per la gestione dei flussi dalla Libia, è tranquillamente equiparabile alle briciole. Poche decine di milioni di euro, rispetto ai tre miliardi erogati senza troppe questioni alla Turchia. Briciole, anche confrontate con quanto spende annualmente lo Stato Italiano per la gestione della crisi degli immigrati. L’Europa deve comprendere pienamente il ruolo della Libia e osservando il tono delle risposte date all’Italia, dubitiamo che i paesi del nord Europa l’abbiano compreso pienamente. Al contrario, la Francia l’ha compreso fin troppo bene.
3) La Libia va normalizzata: questo il mantra. I nostri lettori conoscono perfettamente il gioco di poteri tra le due attuali emanazioni del governo libico: Haftar e Sarraj. È imperativo operare a nord della Libia (sulla costa) impedendo le partenze, a sud della Libia, aiutandola nella difesa delle frontiere (accordi bilaterali con i paesi subsahariani e centrafricani), e non meno importante operando dentro la Libia stessa. Attualmente il traffico di esseri umani ha raggiunto, secondo stime accreditate, il 30% del PIL. È chiaro ormai che ampie fette della società libica vivono di questo traffico. Più tempo passerà e più diventerà un business strutturale, più tempo passerà e più sarà difficile convertire questa economia illegale. Se volete un parallelo, lo trovate nella produzione di coca in sud America. Inoltre bisogna ottenere che la Libia riconosca finalmente lo status di rifugiato, altrimenti si troverà continuamente invischiata nel loop degli immigrati clandestini e non potrà mai assolvere al ruolo di porto sicuro (e da un punto di vista meramente semantico, già adesso esistono porti sicuri in Libia).
In ultima analisi, dal momento che ciò che avviene dentro Schengen è materia europea, mentre ciò che avviene al di fuori è materia dello stato singolo, i partner europei hanno detto all’Italia di cavarsela da sola. Un po’ di solidarietà con belle frasi, qualche euro per mettersi la coscienza a posto, ma porti chiusi e ONG regolamentate ma sempre operative.
Soluzioni? Sembra un tunnel senza via di uscita, ma le soluzioni ci sono. Sia chiaro, nessuna di queste è semplice o a breve termine o indolore: il pasticcio organizzativo in cui i recenti governi hanno gettato l’Italia, è uno di quelli che genera disastri in rapida successione, ma richiede molto tempo per essere sanato.
D’altro canto, ci mettiamo nei panni della Spagna, per esempio, che per risolvere la crisi degli immigrati dei primi anni 2000, ha stipulato una pletora di accordi bilaterali con svariati paesi africani. Quegli accordi hanno funzionato, riducendo drasticamente, se non azzerando, i flussi migratori dall’Africa. Va da sé che, dal punto di vista spagnolo, accogliere oggi i flussi totalmente fuori controllo dall’Italia, per la nostra manifesta incapacità e inconsistenza politica, non ha alcun fondamento logico. Fin qui logica e calcolo politico. La solidarietà invece? In questa Europa è un valore antico e ormai privo di senso, una categoria del pensiero assente nel vocabolario politico europeo.