GeopoliticalCenter, Geopolitica, Strategia, Analisi Economiche

L’analisi delle reazioni regionali all’accordo sul programma atomico iraniano

Arak Iran

Il reattore ad acqua pesante di Arak, Iran

Con questo post vorremmo sintetizzare le più significative reazioni e dichiarazioni dei leader regionali riguardanti l’accordo tra Washington e Teheran a proposito del programma atomico iraniano.
Sapete tutti le posizioni di Israele e degli stessi Stati Uniti, quindi ci focalizzeremo sulle esternazioni meno note, in quanto scarsamente riportate sui media tradizionali, di Arabia Saudita, Hezbollah e Egitto.
L’Arabia Saudita è nettamente contraria ad un accordo tra Stati Uniti ed Iran che possa consentire a Teheran, non tanto di dotarsi dell’arma atomica nel giro di pochi mesi, ma di espandere la propria sfera di influenza, se non la propria egemonia, su gran parte del Medio Oriente. L’Iran potrà fare ciò grazie a tre fattori uniti e sinergici tra loro.
Il primo fattore è l’essere uno stato “sulla soglia” della capacità nucleare (fatto che rende l’Iran un alleato “desiderabile”)
Il secondo fattore è il controllo di gran parte dell’Irak e la sua conversione in uno stato sciita (fatto che materializza il sogno delle etnie sciite di instaurare regimi controllati dalla loro parte religiosa in uno stato ove i sunniti erano egemoni).
Il terzo fattore è avere, alla luce delle popolazioni del Golfo e del Medio Oriente, sconfitto gli americani e imposto, con la minaccia atomica, il volere di Teheran al “Grande Satana (così ancor oggi spesso vengono chiamati gli Usa nei sermoni politici degli Ayatollah)” americano.
L’Arabia non può che essere contraria a questo accordo, tuttavia pubblicamente Riad accoglie con favore l’intesa tra Washington e Teheran, salvo poi dare carta bianca agli editorialisti dei media arabi (anche e soprattuto in lingua inglese) che scrivono di un’amministrazione Obama filo iraniana, di un’America che tratta i nemici con il “guanto di seta”, che trascura gli alleati che potrebbero essere sulla “linea del fuoco”, e tratta gli alleati come l’Egitto che combatte i terroristi nel Sinai come “uno stato Paria”.
Ora l’Arabia inizia a vivere gli effetti di un Iran in espansione e che alimenta, con denaro e armi, le milizie sciite in tutta la penisola Araba. In Yemen gli Houthi hanno il controllo della Capitale Sana’a, hanno costretto alla fuga il Presidente, quasi conquistato la città di Aden, e minacciano direttamente i traffici navali sullo stretto di Bab el-Mandeb.
In Bahrein sono scoppiati tutmulti e in alcuni caso scontri a fuoco. Nella stessa arabia si registrano piccole manifestazioni dell’etnia sciita, comunque sintomo di una crescente voglia di ribellione alla monarchia dei Saud.
L’Arabia si trova quindi in posizione di contrapposizione, non gli Stati Uniti, ma a questa amministrazione americana. Tuttavia per questioni di opportunità politica non si espone con dichiarazioni simili a quelle del Primo Ministro di Israele che ogni giorno, dal momento dell’accordo di Losanna, chiede all’America, non ad Obama ma all’America del Congresso di non ratificare ciò che è stato deciso da Kerry a Losanna.
Anche l’Egitto mantiene la medesima linea dei Sauditi, ma ha interrotto i contatti ad alto livello con l’Amministrazione Obama, nonostante l’America abbai deciso di sbloccare le forniture militare per il governo di El Sisi, fermate da Obama quando l’allora generale El Sisi detronizzò Mohamed Morsi, l’uomo che Obama aveva fortemente voluto per guidare l’Egitto del dopo Mubarak, un uomo che nel giro di pochi mesi sconvolse la costituzione dell’Egitto cercando di sopprimere ogni libertà di stampa a di pensiero e attribuendomi poteri assoluti, con la benedizione dell’amministrazione Usa. L’Egitto di El Sisi tace come l’Arabia Saudita, ma il presidente egiziano agisce alla luce dei propri interessi senza più consultare Washington.
Infine le dichiarazioni del leader dell’Hezbollah Hassan Nasrallah. Nasrallah ha rilasciato brevi dichiarazioni riguardanti l’accordo sul programma atomico iraniano; come spesso accade le sue dichiarazioni sono sintetiche, sibilline ed argute.
Il Leader dell’Hezbollah ha infatti dichiarato che l’accordo sul programma atomico iraniano “previene una guerra nella regione”, senza argomentare oltre. A nostro avviso, alla sua maniera Nasrallah ha voluto dire ad Israele che grazie a questo accordo l’Iran diventerà ne presto una potenza regionale e successivamente una potenza nucleare. Questi due passaggi forniranno ad Hezbollah la copertura, finanziaria, militare e nucleare dell’Iran ponendo le basi per il collasso dello stato ebraico.
Queste parole e la conseguente analisi ci riportano ad un nostre scenario di un paio di anni fa. In quello scenario denominato avevamo teorizzato che il solo possesso dell’arma atomica da parte dell’Iran degli Ayatollah fosse condizione sufficiente per determinare il collasso di Israele. Potete leggere la nostra teoria a questo link “Israele il giorno dopo l’atomica iraniana“.
Le parole di Nasrallah, a nostro avviso, vogliono sottolineare che con un Iran potenza atomica regionale, il destino di Israele è segnato p, quindi nessuna guerra sarà necessaria per raggiungere uno degli obiettivi strategici dell’Hezbollah: la distruzione dello stato di Israele.
Se la distruzione di Israele è l’obiettivo propagandistico, il vero obiettivo geopolitico di Iran e Hezbollah è un’altro e cioè allungare la mezzaluna sciita fino alla penisola del Sinai e un giorno arrivare al controllo dell’ultima via d’acqua, strategica per il commercio mondiale, non ancora nelle mani degli Sciiti: il Canale di Suez, vero premio geopolitico e strategico finale dell’espansionismo sciita.