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La Libia al bivio: Provincia Neo Ottomana o Estensione dell’Occidente

La Libia, uno stato tracciato con squadra e compasso seguendo una idea territoriale che non rappresentava e non rappresenta l’identità etnica e nemmeno le divisioni geografiche dell’area in oggetto. Questa scelta di metà Ottocento ha influenzato ogni giorno della vita della Libia e continua anche oggi a far sì che la Libia sia una terra contesa. Lo era ai tempi del decadente Impero ottomano, sebbene Tripolitania e Cirenaica fossero due provincie separate, lo era quando era parte dell’Impero italiano mentre ci si riferiva ad essa spesso come ad uno scatolone di sabbia, lo è ancora di più oggi quando quel vasto lembo di Nord Africa non è soltanto il trampolino di lancio per raggiungere la parte meridionale dell’Europa, ma è anche un luogo con ingenti scorte di materie prime energetiche e il luogo dal quale disegnare aree economiche esclusive in grado di erigere un vero e proprio muro all’interno del Mediterraneo.

Dopo la guerra per abbattere Gheddafi, e allo stesso tempo organizzata per rompere gli equilibri regionali che vedevano l’Italia partner privilegiato di Tripoli, la Libia è tornata appetibile per ogni attore regionale e sovraregionale che avesse interesse a prendere parte alla creazione di una sua sfera di influenza in un luogo chiave del Mediterraneo. La nostra scelta schizofrenica relativa alla partecipazione ad una missione che abbatteva i nostri interessi nazionali in Nord Africa, seguita dalla volontà di non sostenere pienamente le milizie e le fazioni da noi appoggiate ci hanno oggi portato a dover fare, per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, una definitiva, rischiosa, ma ineluttabile scelta di campo.

 

La scelta che il Paese, il nostro Paese, è chiamato a fare non deve essere determinata esclusivamente dal nostro passato in Libia, non deve essere condizionata da pregiudizi o simpatie dirette o indirette, non deve basarsi sul calcolo cinico relativo a “chi può vincere la prossima battaglia”. La nostra scelta cari amici e lettori, cari italiani, deve basarsi su tre elementi chiari, il primo è semplice e diretto: il nostro interesse nazionale. Il secondo è molto meno evidente ai più e decisamente non politicamente corretto: la nostra potenza militare e di intelligence nel Mediterraneo centrale. Il terzo elemento è la valutazione degli “alleati” o perlomeno dei “non nemici” che potrebbero condividere con noi parte degli obiettivi che il controllo della Libia assicura. 
Analizziamo chi oggi combatte in Libia e perché lo fa. Alleati del governo di Tripoli sono la Turchia, l’Iran e il Qatar, tutti e tre con una prospettiva che spazia sia sul piano geopolitico-geografico classico, e cioè la proiezione di potenza verso l’Europa meridionale, sia la possibilità di bloccare “legalmente” la costruzione di gasdotti, oleodotti e dorsali di fibre ottiche dal Medio Oriente all’Europa instituendo una Zona Economia esclusiva che si spingerebbe dalle coste di Bengasi fino alla città turca di Izmir.  Obiettivo secondario della presenza turco-iraniana a Tripoli risiede inoltre nella capacità di destabilizzare, in nome della Fratellanza Mussulmana ormai diventata una entità filoiraniana, l’Egitto laico di El Sisi, ponendo le condizioni per una nuova rivoluzione egiziana che aprirebbe alla Fratellanza e all’Iran le porte ed il controllo del Canale di Suez. Successivamente sarebbe poi completato quell’accerchiamento di Israele funzionale al desiderio iraniano di cancellare dalle mappe del mondo lo stato ebraico e il sogno ottomano di Erdogan  di pregare in maniera esclusiva ad Al Aqsa, il nome arabo del Monte del Tempio con la sua moschea. Questo gruppo di paesi alimenta il governo di Tripoli con armi di vario tipo (antiaeree, anticarro, droni) e con migliaia di miliziani giunti dalla Siria, e allo stesso tempo offre agli immigrati in viaggio verso l’Italia la possibilità di combattere, dietro pagamento di un salario, nelle milizie locali, cronicamente in deficit di uomini da utilizzare sul campo di battaglia.

L’altra parte in conflitto è rappresentata dall’alleanza Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, con il supporto della Russia fornito tramite la società di contractors “Wagner”. L’Egitto è il capofila di questa alleanza politico-militare e fornisce al governo di Tobruk, ed al suo uomo forte il generale Haftar, finanziamenti, sistemi d’arma e supporto di intelligence. Il Cairo vede nell’avanzata neo-ottomana, filo-iraniana, e della Fratellanza Mussulmana il maggior pericolo per la stabilità dello stato laico egiziano e della politica orientata al pacifico sviluppo economico della nazione, mantenendo e sviluppando partnership con Israele e l’Occidente tutto. La Cirenaica rappresenta una provincia cuscinetto in grado di limitare le infiltrazioni di gruppi terroristici, predicatori e sobillatori di popolo che potrebbero dare il via ad una rivolta in grado di spingere l’Egitto a diventare quella punta di lancia che la Fratellanza Mussulmana potrebbe utilizzare nei suoi piani di espansione militare contro Israele e l’attuale regno saudita, ed emiratino. È per questi motivi che gli Emirati Arabi Uniti si impegnano in Libia fornendo materiale militare sempre più efficiente e moderno, mentre i sauditi assicurano un costante flusso di cassa necessario alla sopravvivenza del sistema statale di Haftar. All’interno di questa alleanza, defilato ma indispensabile alla stabilità della situazione militare (almeno fino ad oggi) si evidenzia il ruolo della Russia che ha impiegato i mercenari della Wagner per sostenere l’avanzata delle truppe di Tobruk prima su Sirte e poi verso Tripoli. 
Ed è proprio Sirte oggi lo spartiacque della guerra di Libia. Le truppe neo-ottomane sono avanzate rapide verso la città petrolifera dell’omonimo golfo  e di fatto baluardo della strategia militare egiziana atta ad impedire il collasso delle milizie di Tobruk e allo stesso tempo non concedere una importante fonte di finanziamento ai turchi. 
Sirte, se minacciata militarmente, potrebbe innescare una decisa reazione militare dell’Egitto, una reazione diretta che costringerà l’Italia ad una decisa scelta di campo, cadendo il mantra della Farnesina che recita “non esiste soluzione militare al conflitto libico”

In questo particolare momento storico solo la Francia ha preso una decisione netta a favore di Tobruk e contraria all’espansionismo turco-iraniano. Mentre il nostro paese come si comporta? 
Roma ha mantenuto una posizione ambigua, appoggiando alternativamente le richieste delle due parti in conflitto, ottenendo unicamente il ridimensionamento del ruolo italiano in terra libica. Ma nel caso in cui Sirte venisse attaccata dai neo-ottomani e l’Egitto rompesse la regola della guerra per procura, che ha caratterizzato da sempre la guerra in Libia, l’Italia neutrale perderebbe ogni capacità di agire sulla sponda meridionale del Mediterraneo. 
Da sempre il nostro gruppo chiede una presa di posizione italiana nell’interesse del nostro interesse geopolitico e strategico che NON È RAPPRESENTATO dalla gestione dell’immigrazione illegale della Libia, unico argomento che anima, anzi rianima, la nostra diplomazia. 
L’Egitto di El Sisi è il nostro naturale alleato in questa sfida geopolitica, mentre la Turchia, quella Turchia che con la forza militare ha impedito le attività legali di Saipem al largo di Cipro, la Turchia che cerca di erigere un muro economico nel mezzo del Mediterraneo, la Turchia che nega l’essenza cristiana della cattedrale di Santa Sofia e che si augura di ripristinare l’Impero islamico ottomano dall’Andalusia a Gerusalemme, non può essere un nostro partner come invece pare emergere dalla parole e dagli atti dei Ministeri degli Esteri e della Difesa.
Se l’Italia non avrà il coraggio di schierarsi, anche impegnando la sua capacità militare, al fianco delle forze laiche a difesa della libertà dell’Egitto, del diritto di esistere di Israele, di un progetto di autonomia e libertà della Libia e allo stesso tempo contro le visioni egemoniche e teocratiche incarnate dall’asse turco-iraniano, non solo perderemo ogni nostra possibilità di azione economica in Libia ma forniremo ai nemici della libertà e della democrazia una testa di ponte ideale per conquistare, anzi riconquistare quelle terre dove, anche oggi nell’anniversario del fallito Golpe contro di lui, il presidente Erdogan ha affermato che i lasciti ottomani sono stati cancellati dalle popolazioni che oggi abitano i Balcani e le porzioni europee di Mediterraneo dove gli ottomani regnavano. 
Oggi in Libia non si decide il numero dei barconi di immigrati che partiranno verso la Sicilia, bensì si decide chi potrà utilizzare il Mediterraneo per gestire i propri interessi strategici a medio e lungo termine, si deciderà se il vantaggio di avere il controllo della Libia sarà dell’Occidente oppure di quell’asse tirannico che lega Ankara e Teheran il quale minaccia oggi i nostri interessi economici e minaccerà domani l’essenza stessa della nostra società.