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La Geopolitica vicina a noi: intervista al Prof. Alessandro Politi Direttore Nato Defense College Foundation

La Geopolitica vicina a noi: intervista al Prof. Alessandro Politi Direttore Nato Defense College Foundation

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Abbiamo il piacere oggi riproporvi una intervista con il Prof. Alessandro Politi, Direttore della NATO Defense College Foundation, che ci ha offerto il suo privilegiato punto di vista su attuali temi geopolitici legati ai rapporti tra gli elementi statuali e non statuali in Africa settentrionale e in Medio Oriente, con una introduzione relativa all’utilizzo di fonti Open nell’analisi del contesto internazionale

GeopoliticalCenter (GPC): Prof. Politi il nostro gruppo utilizza per la divulgazione e le analisi, quasi esclusivamente fonti Open, molto spesso (anche da parte della stampa italiana) le fonti Open sono confuse con fonti di terza mano potrebbe lei, forse il più grande esperto italiano di Open Source Intelligence, potrebbe spiegare ai nostri lettori di cosa parliamo riferendoci all’OSINT?

Prof. Alessandro Politi (AP): La risposta più semplice a questa domanda è che le chiacchiere mediatiche non costano nulla mentre l’Open Source Intelligence costa fatica e “olio di gomito”. Purtroppo molto di quello che si trova disponibile su Internet, riflette la qualità del paese, e nel nostro caso abbiamo poche fonti parte di alta qualità. Ognuno ha quindi le fonti open che si merita. Purtroppo il dibattito sui temi strategici sia a livello mediatico che a livello più alto è spesso basato sul nulla, e cioè ci si confronta senza disporre di fonti primarie. Lavorare sulle fonti aperte, implica un grande lavoro sulle fonti primarie e un metodo di lavoro che si deve apprendere attraverso una formazione specifica, grazie a “scuole” di alto livello e specializzate su questa branca dell’intelligence. 

GPC: Molto spesso, soprattutto per la geolocalizzazione, il nostro gruppo ha utilizzato foto e fonti provenienti dai social media, tra noi la chiamiamo SOSINT (social Open Source intelligence) qual’e oggi il ruolo dei social media nell OSINT.

AP: I social media hanno il grosso difetto di essere dispersivi. Se si hanno risorse adeguate, non solo in termini umani, ma anche e soprattutto in termini di software dedicati, si può cercare di ottenere alcuni dati validi, in alternativa si rischia solamente di ottenere una serie di impressioni a caldo di scarso significato. Tuttavia con un approccio sistematico e con adeguata selezione delle fonti si possono ottenere informazioni abbastanza affidabili: bisogna però ricordare che anche le fonti affidabili e selezionate a volte, anche per errori umani involontari, possono trarre in inganno. I due principali social media Facebook e Twitter posseggono caratteristiche differenti, su Facebook abbiamo più tempo per analizzare gli eventi, mentre Twitter è molto utile in caso sia necessario seguire una crisi. Anche se Twitter può essere usato per seguire crisi in tempo reale bisogna ricordarsi che nell’intelligence la velocità non è sinonimo di qualità. Sebbene a volte esistono necessità di avere informazioni e di conseguenza prendere decisioni rapidamente, bisogna ricordarsi che visioni futuristiche, troppo proiettate nell’ipotetico, possono essere tollerabili solo a livello di “chiacchiere”, ma sono le analisi frettolose sono estremamente pericolose quando, in base a queste informazioni, vengono prese decisioni a livello politico.
A volte la tempistica dei suggerimenti o i consigli dell’intelligence devono seguire lì desiderio di rapidità dei decisori politici. Decisori politici mediocri spesso richiedono consigli e, linee guida da parte dell’intelligence, in tempi molto ristretti, e questo può essere un problema. Il ciclo dell’intelligence che ha un perno fondamentale nel politico, nel decisiore finale, in colui che dovrà prendere i necessari provvedimenti dopo aver raccolto consigli e informazioni dall’apparato informativo. E’il decisore politico la chiave di volta del lavoro dell’intelligence. 

GPC:In Libia abbiamo assistito alla conquista di Derna e di Sirte da parte dello Stato Islamico o di Deash, a seconda di come lo si voglia vedere, tuttavia non abbiamo assistito a battaglie per la conquista delle città. Secondo il Suo parere è più corretto parlare di conquista di Derna e Sirte oppure è più corretto parlare di una “conversione”, di un Endorsement, al Califfato delle tribù che controllano queste città. 

AP: Prima di tutto vorrei ricordare che noi italiani siamo molto fortunati perché abbiamo studiato la storia patria del duecento e del trecento, storia che è esattamente la situazione oggi vissuta dalla Libia. Non sempre in quegli anni della storia nel nostro paese assistevamo gloriose battaglie, più spesso assistevamo a onorevoli compromessi, patteggiamenti o cambi di fronte. Questo tipo di assetto variabile su scala locale è stato osservato più volte dagli americani in Afghanistanm dove a volte interi villaggi cadevano come per incanto senza alcuna battaglia. Ed è proprio quello che è accaduto nella città di Derna e Sirte in Libia, esse sono passata al califfato per decisione dei capi locali, poi si dovrà vedere se questa decisione rimarrà immutata nel tempo e se questo schema di affiliazione reggerà nei prossimi mesi.

GPC: In Marocco,dopo il lavorio diplomatico a guida Italiana, e con gli Stati Uniti che hanno abbandonato in parte il “Leading from Behind”, abbiamo assistito alla firma di una accordo per un govenro unitario. È possibile secondo Lei professore che la Libia riesca a trovare unità senza che una parte delle tante in conflitto non riesca ad emergere come centro aggregatore delle varie tribù libiche. E se fallisse questo piano unitario paritetico è possibile che il califfato emerga come centro aggregatore e di potere?

AP: Per prima cosa dobbiamo ricordarci che la Libia nasce come Stato federale, sotto mandato ONU, grazie ad un inviato olandese che applicò anche la lezione delle sette province dei Paesi Bassi.
Purtroppo re Idris introdusse elementi sempre più autoritari che furono poi alla base dell’ascesa al potere di Gheddafi.
Gheddafi quindi crea un Regime, fallendo però la creazione di un vero stato. Gheddafi non è riuscito nemmeno a creare un “Homo Libicus” attraverso un progetto che può essere sintetizzato nel suo tanto disprezzato “libro verde”, che rappresentava il tentativo di mescolare milizie e tribù in una nuova identità libica. Purtroppo egli ha fallito, ci sono compiti che sono troppo grandi anche per un dittatore come Gheddafi.

Esiste oggi la possibilità di creare un equilibrio e accordi utili a far sentire le varie tribù libiche sufficientemente tutelata e in questa nuova fase unitaria. Si tratta tuttavia di un processo molto complesso, che la presenza di attori forte potrebbe mettere in discussione, ancor più se questi attori forti sono sostenuti in modo diretto da Stati esteri, e mi riferisco a quelli Stati che per un mero calcolo politico sostengono lo Stato islamico, oppure spingono per una soluzione militare oppure si augurano la disgregazione della Libia. L’idea italiana di creare un governo unitario in Libia che vada “verso il centro” è una idea valida a patto che le ali esterne, escluse da questo accordo, non si rafforzino a tal punto da schiacciare il governo di unità nazionale. Tutta la buona politica che possiamo fare in Libia evidentemente non può reggere davanti alle cannonate.

GPC:Il tentativo italiano di non apparire come uno stato apertamente in guerra (e la parola guerra è utilizzata volutamente) con il Califfato potrebbe essere reso vano dalla stessa valenza simbolica di Roma come capitale della cristianità?

AP: Roma per la propaganda di Daesh, nella cui retorica l’attacco alla Capitale della Cristianità è una priorità apparente.
Io vorrei ricordare che l’Italia è stata ripetutamente minacciata in passato da al Qaeda a causa della presenza di Roma come centro della cristianità. Il nostro paese poteva essere in passato oggetto di attentati, ed essi non ci sono stati. La valenza simbolica di Rome esiste da molto tempo, noi ci siamo schierati da un bel pezzo in funzione anche IS e con quell’equilibrio che ci fa dire che non sono due bombe in più che ci permetteranno di sconfiggere il califfato. O si mettono truppe sul terreno o si incoraggiano le milizie locali a agire contro il califfato.
I bombardamenti aerei sono un’antica promessa mai mantenuta della storia dell’areonautica, e raramente da soli hanno determinato le sorti di un conflitto. Sarebbe invece necessaria una buona sinergia aereo-terrestre e non unicamente azioni di bombardamento aereo. Aggiungere bombardieri non serve a molto, serve invece una sinergia tra truppe sul campo e l’arma aerea. In questi mesi di campagna aerea lo Stato islamico ha perso solo il 10% del suo territorio.

GPC: …in Siria si combatte una guerra dove il grande assente sono gli alti numeri della fanteria…

AP: Diciamo che in Siria di fanteria ne abbiamo molta ma essa è impiegata male. Sul campo di battaglia siriano solo alcune truppe scelte siriane sono state impiegate con successo e spesso con il supporto di truppe iraniane o dell’Hezbollah libanese. Hezbollah, che ha pagato un prezzo altissimo alla sua scelta di intervenire con i propri miliziani in Siria, si stimano circa 5000 vittime tra le truppe sciite libanesi dell’Hezbollah, un numero non indifferente per il partito sciita libanese. 

GPC:Il recente riavvicinamento della Turchia ad Israele e viceversa potrebbe essere una indicazione indiretta di un rafforzamento dell’asse tra Russia ed Iran che sorpassi le richieste fatte a Mosca da parte di Gerusalemme di limitare la cooperazione tra Russia e Iran in campo aeropaziale e di difesa aerea?

AP: Una premessa: informazioni riguardanti il riavvicinamento tra Turchia Israele Sono presenti su fonti grigie, quasi confidenziali senza arrivare sul classificato. Turchia e Israele si sono trovati concordi in passato sotto governi differenti e in contesti storici differenti da quelli attuali. Questi due Stati avevano un forte interesse a collaborare, una collaborazione che ha avuto periodi molto cordiali anche in campo militare. Questi rapporti si sono incrinati sotto il governo di Erdogan, ora è possibile che, sia il governo turco, sia il governo israeliano sentano la pressione degli eventi e questo li porti a riavvicinarsi. Però le prospettive di tipo strategico tra Turchia e Israele restano piuttosto distanti.

La Turchia di Erdogan ha perso una bussola importante della sua politica estera e si trova ora in una situazione di crisi profonda; governare un paese che non si ritrova compatto dietro al proprio capo, é un’arte che solo italiani hanno avuto in questa parte di Mediterraneo, basti vedere tutta la storia della guerra fredda in Italia. Ci vuole qualità di personale politico tanto il governo quanto l’opposizione, questo sembra non esistere in nessuno di questi due paesi.
Netanyahu ha una delle sue priorità sul pericolo iraniano quando in realtà la maggioranza dei problemi politici e strategici israeliani, sono strettamente connessi all’annessione della Palestina.
L’idea israeliana di essere un’isola felice, mentre tutto l’ambiente adesso prossimo degenera, è irrazionale.

Capisco invece molto di più la preoccupazione dei paesi arabi nei confronti di un Iran che ritorna sulla scena internazionale, perché essi ricordano come era l’Iran sotto lo Scià, un paese che essi non amavano ma di fatto intoccabile, essendo l’alleato preferito degli Stati Uniti nel Golfo, l’Iran aveva potuto ricevere il massimo del supporto americano, ed era unico paese al mondo al quale è stata concessa la fornitura degli aerei F-14 Tomcat.  

Ora, ritornando al tema centrale della nostra intervista, è importante capire e ricordare che se sono già collassati quattro Stati mediorientali (e si è creato un sedicente Stato Islamico), esiste in Medio Oriente e in nord Africa, una carenza di Stato molto preoccupante. Se non ci fossero i Jiahdisti del Califfato a tentare di rispondere a questa situazione oggettiva di assenza di stato, qualche altra forza politica lo avrebbe fatto; cosa che potrebbe accadere anche in Libano, che seppur stia vivendo una paralisi istituzionale, non è collassato come la Siria, l’Irak e la Libia.
La Siria che è collassata come la Yugoslavia di Tito, dieci anni dopo la morte del grande dittatore, padre padrone, fondatore.
E questo è il dato di fatto da non sottovalutare, non esiste una carenza assoluta di potere in Medio Oriente ma esiste una forte carenza di stato. 

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Comment(2)

  1. Ma la carenza di Stato non e’ (e non e’ stata) una conseguenza, ma e’ l’obiettivo delle azioni portate avanti da USA e Nato negli ultimi 20 anni. Obiettivo necessario a ridisegnare (secondo convenienza) una nuova mappa degli Stati.

    Altra cosa e’ come questa operazione e’ stata portata avanti.
    In modo frenetico (quasi una lotta contro il tempo), nel piu’ totale disinteresse delle vittime causate dal disfacimento di quegli Stati (centinaia di migliaia di morti, nella maggioranza civili). Progetti condotti da persone che si trovano nei posti di comando piu’ come espressione (e presidio) degli interessi delle lobby economico-militari che come veri esperti e professionisti della materia.
    La presunzione di riuscire a guidare e dominare forze terroristiche a comando e a proprio piacimento senza valutare le implicazioni dell’aver dato armi, potere, soldi e territorio a questi individui.
    Il piu’ totale menefreghismo nei confronti degli interessi geopolitici di alleasti (il famoso “fuck you” all’Europa) o competitor (per esempio Russia e Cina).

    L’immagine che se ne ricava e’ quella di una Superpotenza che sa di avre poco tempo a disposizione per portare a termine con successo il progetto del (tra l’altro ufficialmente dichiarato) Nuovo Ordine Mondiale e che si gioca il tutto per tutto, incurante degli “danni collaterali” che questo modo di operare inevitabilmente causa.

    Ma il problema piu’ grande, a mio parerem, e’ non tanto il progetto in se’, pure “legittimo”, quanto l’incompetenza manifesta di chi lo sta portando avanti che ha immaginato una facile vittoria sottovalutando alla grande la forza economica, militare e politica degli avversari.

    Di fatto lentamente, ma sempre di piu’ USA e NATO vengono visti come l’Impero del Male di sovietica memoria e di riflesso, l’altra parte lentamente, ma sempre di piu’ appare come un’ancora di salvezza.

    Restano, secondo me, ancora tre, quattro anni.

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