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Libano un altro passo verso la guerra civile

Libano un altro passo verso la guerra civile

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Il Libano ha fatto un altro passo verso la guerra civile. In realtà, in questi mesi, il Libano di passi verso l’orrore della guerra civile ne ha fatti molti più di uno.
Il cammino libanese verso una possibile guerra civile è iniziato circa un anno fa, quando in maniera sistematica e non sporadica come prima, la milizia sciita libanese dell’Hezbollah ha deciso di inviare in Siria migliaia di uomini. Questa decisione ha impresso una svolta alla guerra di Siria determinando la fine dell’avanzata dei ribelli, prima nei dintorni del confine con il Libano, poi a Damasco e infine nel Nord.
Esercito Libanese.jpgContemporaneamente al coinvolgimento dell’Hezbollah anche i sunniti hanno cercato di dare il loro supporto alla loro fazione nella guerra di Siria, pensando ad una rivincita nei confronti degli sciiti.
Quando poi è apparso chiaro che l’apporto dell’Hezbollah è stato determinante per le vittorie degli Alawiti lo scontro si è spostato all’interno del Libano.
Scontri settari a Tripoli, scontri nella valle della Bekaa, omicidi a Beirut e poi le autobombe.
Autobombe apparentemente preparate da semiprofessionisti, non le autobombe della guerra civile libanese degli anni 80 in grado di distruggere un intero isolato, ma ordigni semi artigianali in grado di distruggere solo la facciata di un edificio. Autobombe che comunque hanno innescato una spirale di violenza e di vendette sempre più cruente.
Poi i bersagli, le sedi dell’Hezbollah, l’ambasciata iraniana e forse in una occasione lo stesso leader dell’Hezbollah. Poi l’autobomba di pochi giorni fa contro l’ex ministro sunnita Mohammed Shattah, una autobomba non artigianale questa volta, un ordigno dalla potenza devastante e comandata a distanza, che ha ucciso un esponente sunnita moderato, ma che negli ultimi mesi aveva levato la propria voce contro l’Hezbollah e forse chiedendo al presidente iraniano Rohani, in una missiva, di interrompere la collaborazione esclusiva dell’Iran con l’Hezbollah.
La risposta della milizia sciita è stata inequivocabile.
Le ingerenze straniere in Libano si moltiplicano. Dopo l’Iran, sponsor dell’Hezbollah, ora è il turno dell’Arabia Saudita, che ha annunciato un piano di aiuti di 3 miliardi di dollari a favore del Libano, anzi a favore dell’esercito libanese, il cui ex capo di stato maggiore Suleiman è ora presidente (con scarsi poteri reali) del Libano.
La mossa dei sauditi è chiaramente orientata a favorire lo sviluppo delle capacità operative dell’esercito libanese, in modo tale che esso possa essere messo nelle condizioni di contrastare i nemici esterni del Libano ma anche di contenere, anche con la forze se fosse necessario, l’Hezbollah.
Le armi saranno fornite dai francesi, si tratterà di veicoli corazzati, armi individuali e di reparto, missili controcarro di ultima generazione e sistemi di comunicazione mederni.
La “pax libanese” si era fino ad oggi basata sull’egemonia dell’Hezbollah e sulla certezza che nel caso in cui la situazione in Libano fosse degenerata la Siria sarebbe intervenuta al fianco degli Sciiti.
Oggi la situazione è radicalmente cambiata e il Libano si avvicina giorno dopo giorno ad una guerra civile che potrebbe far tornare il paese dei cedri nei bui anni 80.
Per focalizzare la nazione su un nemico esterno, e vedendo in pericolo la propria egemonia sul Libano, l’Hezbollah potrebbe cercare di dare luogo ad un conflitto a bassa intensità contro Israele, provocando lo stato ebraico con il lancio di razzi verso l’alta Galilea, come avvenuto il giorno 29 dicembre scorso. Nel caso di vittime civili Israele risponderà e starà all’Hezbollah cercare di determinare la scala del conflitto, per quanto una situazione simile sia per definizione estremamente difficile da governare.
Infine una considerazione. È stato il presidente Suleiman ad accettare l’aiuto militare saudita e con esso ad accettare di mettere in dubbio l’egemonia dell’Hezbollah. Se una guerra civile comincerà potrà accadere con una nuova autobomba, forse diretta proprio contro il presidente Suleiman, speriamo non sia così.

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