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La Politica Estera di Macron

La Politica Estera di Macron

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Conformemente alle disposizioni contenute nella Costituzione della V Repubblica francese, il Presidente della Repubblica, oltre alla funzioni meramente arbitrali di garante del rispetto della legge fondamentale, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale della nazione (Art. 5), gode di un’elevata autonomia decisionale ed esercita un ruolo politicamente rilevante: il capo dello stato, infatti, detiene il potere di scioglimento anticipato dell’Assemblée Nationale, può adire all’istituto referendario per l’approvazione di un progetto di legge senza passare da un voto parlamentare e, soprattutto, presiede il consiglio dei ministri. Tuttavia, è la politica estera ad esser considerata un “domaine reservé”, un ambito riservato del Presidente della Repubblica, nel quale egli dispone di un ampio margine di manovra ricoprendo un ruolo predominante – essendo capo supremo delle forze armate ed incaricato di negoziare e ratificare i trattati internazionali. Grandeur, Indépendance, Identité: i miti fondativi del regime istituzionale della V Repubblica, eredità culturale della pervasiva azione politica del generale de Gaulle – il più grande statista della storia repubblicana di Francia – nonostante inevitabili sfumature interpretative dovute all’evoluzione storica del sistema politico interno e all’adattamento alla dinamicità delle congiunture internazionali, hanno costantemente rappresentato i principi cardine del pragmatico orientamento di politica estera che tutti i presidenti francesi (nonostante divergenze ideologiche) hanno adottato; radicati elementi di notevole rilevanza nella retorica statuale verso i quali la popolazione francese, oltre che estremamente sensibile, è gelosamente custode. La Francia, per retaggi storici, radici, lasciti culturali, tradizioni, si pensa naturalmente mondiale ed a vocazione universale – la cui azione inevitabilmente travalica i confini dell’esagono; una peculiare collocazione geopolitica, un secolare ruolo storico, tanto nel corso della guerra fredda quanto nel processo di faticosa elaborazione di un ordine internazionale che succedesse al rigido antagonismo bipolare tra Stati Uniti e Unione Sovietica, che ha attribuito alla Francia una “puissance d’influence” espletatasi anche attraverso forte criticità ai principali alleati – caso emblematico è rappresentato dall’avversione francese all’intervento armato americano in Iraq. Paradossalmente, nel corso della campagna presidenziale per l’Eliseo, proprio la politica estera ha costituito un tema spesso superficialmente trattato ed incomprensibilmente marginalizzato; se è pur vero che un’elezione non si vince con proclami di azione esterna ma convincendo l’elettorato dell’efficacia delle politiche nazionali, è altresì vero che non è possibile prendere in considerazione il futuro di una nazione senza esporre i propri “engagements” internazionali. Emmanuel Macron, nuovo capo dello stato, deve infatti ancora compiutamente definire l’orientamento di politica estera che vorrà intraprendere, nonostante abbia ripetutamente specificato di voler recuperare uno spirito “gaullo-mitterrandien”. Abile a presentarsi quale candidato di parziale rottura, nonostante la pregiudizievole esperienza nel secondo esecutivo Valls, europeismo, multilateralismo ed interventismo liberale costituiscono i presupposti della sua azione: solo attraverso un’Europa rafforzata e capace di affermarsi nell’ordine internazionale, un’Europa in cui è moltiplicata l’influenza politica e la conseguente proiezione diplomatica dell’esagono, la Francia può affermarsi in un mondo caotico e destabilizzato e trovare efficaci soluzioni alle maggiori crisi attuali. Il prisma europeo passa attraverso il rinvigorimento dell’asse franco-tedesco strumentale a riequilibrare la relazione tra Parigi e Berlino; a tale indirizzo, Macron vorrebbe far seguire la creazione di una Europa della difesa che veda l’implementazione di un quartier generale comunitario, agente in concomitanza con i comandi nazionali e quelli NATO. “Siamo entrati in un’epoca delle relazioni internazionali in cui la guerra è nuovamente un orizzonte possibile della politica”, aveva affermato Macron nel corso della campagna presidenziale: interventismo che, non frutto di unilaterali tentazioni, scongiuri azioni militari nel breve termine che esulino da un’adeguata pianificazione diplomatica per una pace durabile – è obiettivo del neo-presidente transalpino, portare il budget della difesa al 2% del PIL. Imprescindibile, in tal senso, reiterare la naturale collaborazione con i principali partner di Parigi, tra cui gli Stati Uniti; nonostante le marcate differenze culturali ed ideologiche con l’amministrazione USA e l’imprevedibilità del presidente Trump, secondo Emmanuel Macron è necessario continuare a lavorare a fianco del più antico alleato francese – anche su questioni come i cambiamenti climatici. La Francia ha, infatti, bisogno più che mai dell’America, ma è pronta a sopperire ai vuoti lasciati dal disimpegno statunitense in zone di conflitto che intaccano gli interessi vitali dell’esagono. Il Medio Oriente, avrà per la politica estera del nuovo capo dello stato, assoluta priorità: Parigi vuole tornare ad essere un partner credibile ed affidabile in funzione della stabilizzazione di quella turbolenta area. La lotta a Daesh e alla minaccia terroristica hanno costituito elementi complementari della volontà di risolvere politicamente (includendo tutti gli interlocutori coinvolti) la crisi siriana attraverso , però, un’ambigua oscillazione: da dialogo con il regime di Assad per sradicare il fondamentalismo islamico ad “Assad non può restare al potere”. Contestualmente, la Russia è a tutti gli effetti un attore con cui costruire un franco ed inclusivo dialogo sul dossier siriano e sulla lotta al terrorismo transnazionale, che porti in ultima istanza alla de-escalation della tensione ed alla rimozione delle sanzioni a Mosca applicate – pur senza rinunciare, per esplicita dichiarazione di Macron, ai valori europei e all’attaccamento ai diritti umani. Charles de Gaulle diceva a proposito della politica estera: “la diplomatie qui l’exprime, l’Armée qui la soutient, la police qui la couvre.” Non sarebbe minimamente contento di quanto avviene oltralpe.
Ora, va specificato che è sempre lecito attendersi un intervallo temporale transitorio per ciò che riguarda l’espletamento della politica estera da parte di un Presidente della Repubblica giovane e senza alcuna expertise in ambito; così come non può esser ignorato il fatto che molto spesso i decantati proclami di politica estera in campagna elettorale finiscono con l’essere radicalmente ridimensionate (da fattori esogeni ed endogeni) all’effettivo riscontro governativo. Il tutto in congiunture economiche non favorevoli, essendo il budget dello stato deficitario per il 43° anno consecutivo, e tenendo conto dei compromessi equilibri politici che scaturiranno dalle elezioni legislative di giugno – in cui la cohabitacion altamente probabile accelererà l’erosione delle prerogative interne del capo dello stato. Nonostante incomprensibili esaltazioni, derivanti dal viscerale esterofilismo che attanaglia la classe politica nostrana, l’Italia non ha nulla da guadagnare dall’elezione di Macron, che sia chiaro. Quantomeno per ora. Un’Europa a guida politica – e militare – francese e a trazione economica tedesca non costituisce un’alternativa valida per Roma, che rischia di essere ancor di più marginalizzata dal consolidamento del rapporto Parigi-Berlino, senza più poter contare sulla Gran Bretagna per un efficace contro-bilanciamento. L’europeismo come concepito dai francesi, sin dalle teorizzazioni del generale de Gaulle e passando per Mitterrand, serve a moltiplicare esponenzialmente il potere politico dell’esagono ed in secondo luogo a contenere un ipotetico pericolo tedesco. Occorrerà aspettare l’evoluzione delle proposte europee di Macron, ma è altamente improbabile che le pressioni sul sistema paese Italia diminuiscano. Inoltre, i positivi dati economici e il solidamente stabile governo della Spagna, altro attore politico di maggioranza in Europa, rischiano di palesare l’esistenza di uno strutturale problema italiano. La Francia è a tutti gli effetti un competitor geopolitico dell’Italia nel Mediterraneo allargato e Roma rischia di divenire una preda, schiacciata tra Berlino e Parigi.

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